Tre spari a Fiumicino e già tutti laureati in mafia: ma vi sentite quando parlate?
Immagine generata con Intelligenza Artificiale a scopo illustrativo.

Tre spari a Fiumicino e già tutti laureati in mafia: ma vi sentite quando parlate?

Sono indignato, e lo dico subito senza giri di parole, perché non mi interessa fare il distaccato davanti a una cosa che distaccata non è. Tre colpi di arma da fuoco esplosi contro un ristorante in via Passo Buole, a Fiumicino, come racconta la cronaca di questi giorni, non sono un episodio da liquidare con un’alzata di spalle, e chi lo fa sbaglia. Ma sono indignato anche per quello che è successo dopo, cioè per lo spettacolo che una parte della mia città ha offerto nel giro di pochi minuti, trasformando un fatto grave e ancora tutto da chiarire nell’ennesima sagra delle certezze improvvisate. Perché i fatti, quelli veri, sono pochi e sono scarni: qualcuno ha sparato contro un locale, le forze dell’ordine sono intervenute, le indagini sono in corso e per ora nessuno sa dirci con precisione chi, perché e per conto di chi. Tutto il resto, e ne ho letto tantissimo, è rumore, e il rumore a Fiumicino ha la brutta abitudine di diventare reputazione.

Tre spari non sono una bravata e nessuno ha intenzione di minimizzare

Chiariamo subito una cosa, così nessuno può accusarmi di fare il pompiere o di voler tranquillizzare a tutti i costi. Sparare tre volte contro un locale pubblico, in una zona dove di sera vivono famiglie, passano auto, camminano persone con il cane, è un gesto di una gravità che non si può ridurre a una bravata o a una lite finita male. Chi preme un grilletto verso una vetrina o una porta sa benissimo che può colpire qualcuno, sa che dentro e intorno ci sono i dipendenti, intorno delle case e decide comunque di farlo. È un messaggio, e i messaggi di questo tipo hanno sempre un destinatario preciso, anche quando a noi che guardiamo da fuori il destinatario sfugge. Questo lo dico con chiarezza perché poi, nelle prossime righe, me la prenderò con chi vede mafiosi dappertutto, e non voglio che qualcuno scambi il mio invito alla prudenza per una sottovalutazione. Non sto dicendo che non è successo niente. Sto dicendo che è successo qualcosa di serio e che proprio per questo merita di essere capito, non urlato.

C’è poi un secondo aspetto che mi riguarda da cittadino, ed è la normalità con cui rischiamo di abituarci. Un tempo, e non parlo di secoli fa, un fatto del genere avrebbe riempito le conversazioni per settimane e avrebbe spinto chiunque a chiedersi cosa stesse accadendo nel proprio quartiere. Oggi dopo due giorni c’è già un’altra polemica a coprire la precedente, e il rischio concreto è che quei tre spari finiscano nel cassetto dei fatti archiviati dalla distrazione collettiva prima ancora che dagli inquirenti. Ecco perché scrivo: non per aggiungermi al coro, ma per ricordare che un fatto grave si affronta con la testa fredda e con la voglia di sapere, non con la fretta di avere un colpevole già pronto da dare in pasto ai gruppi.

Venti minuti dopo i gruppi social erano già un tribunale

Parliamo di quello che ho visto accadere, perché è la parte che mi ha fatto davvero perdere la pazienza. Nemmeno venti minuti dopo la diffusione della notizia, i gruppi locali erano intasati, e non di preoccupazione sincera o di richieste di informazioni utili, ma di una fauna umana che ormai conosciamo a memoria. C’era chi chiedeva cosa fosse successo, e fin qui nulla da dire, è umano e legittimo. C’era chi invece sapeva già tutto, perché ovviamente conosceva qualcuno che conosceva qualcuno, e raccontava i fatti nel profondo con una sicurezza che nemmeno il pubblico ministero titolare dell’inchiesta si sognerebbe di avere a quell’ora. C’era chi si era autonominato investigatore e metteva in fila indizi inesistenti con la serietà della signora Fletcher della domenica, convinta che bastasse una serata di tastiera per risolvere un caso che gli inquirenti stanno ancora studiando. E poi, naturalmente, c’erano loro, quelli della mafia.

Perché a Fiumicino, come in tante altre città, esiste ormai una categoria di commentatori per i quali qualunque episodio criminale, dal graffio sulla fiancata allo sparo in strada, porta una firma sola e sempre la stessa. Mafia. Basta scriverla, e la discussione è chiusa, il problema è risolto, la colpa è di un nemico invisibile e potentissimo e noi possiamo tornare a lamentarci dalla poltrona senza dover pensare a nulla di più. È un meccanismo comodissimo, e proprio per questo pericoloso, perché sostituisce l’analisi con l’etichetta e trasforma una città intera in un set da fiction criminale scritta da chi non ha mai letto un fascicolo giudiziario.

La mafia come risposta universale, ovvero l’alibi di chi non conosce né Fiumicino né le mafie

Questo atteggiamento, a mio avviso, rivela due cose, e nessuna delle due è lusinghiera per chi lo adotta. La prima è che spesso a parlare è gente che Fiumicino la conosce poco, che magari ci si è trasferita da poco o la vive solo di passaggio e la giudica attraverso le notizie di cronaca nera come se quelle fossero lo specchio fedele di tutto un territorio fatto di decine di migliaia di persone perbene. La seconda, e su questa sono pronto a scommettere, è che conoscono pochissimo le dinamiche mafiose e il modo di operare delle organizzazioni criminali vere. Chi si è occupato seriamente della materia sa che il metodo mafioso, quando c’è, ha caratteristiche che i tribunali hanno descritto in centinaia di pagine di sentenze: la forza di intimidazione che nasce dal vincolo associativo, la condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, il controllo di attività economiche, il bisogno di essere riconosciuti e al tempo stesso di non fare più rumore del necessario. Non è un sinonimo di sparatoria, e nemmeno di violenza in generale.

Con questo non voglio dire che dietro a quei colpi non possa esserci nulla di grave o organizzato, perché non lo so e non lo sa nessuno di noi, e se anche lo sapessi non avrei la competenza né il titolo per dichiararlo. Voglio dire che stabilire se un fatto abbia o meno un’impronta di criminalità organizzata è un compito della magistratura e delle forze dell’ordine, che lo fanno con atti, intercettazioni, riscontri, e non con i commenti sotto un post. Un’intimidazione con armi da fuoco può avere mille origini: un debito, una questione personale degenerata, un regolamento di conti tra privati, una ritorsione, un’estorsione che non ha nulla a che fare con le grandi organizzazioni. Mettere tutto sotto la stessa parola è come chiamare epidemia ogni starnuto, e produce lo stesso risultato, cioè che quando la malattia vera arriva nessuno ci crede più.

Ostia insegna, e farebbe bene a insegnare anche a chi non vuole imparare

Io il prezzo di una parola sbagliata lo conosco bene, e lo conosce chiunque viva su questo pezzo di litorale. Basta guardare cosa è successo a Ostia, e cosa continua a succedere, per capire quanto sia difficile togliersi di dosso un marchio una volta che te lo hanno cucito addosso. A Ostia ci sono state inchieste, processi e sentenze che hanno riconosciuto la presenza di consorterie di stampo mafioso, e il Municipio è stato sciolto per infiltrazioni, primo caso a Roma. Sono fatti documentati, non chiacchiere, e nessuno può far finta che non siano esistiti. Eppure, a distanza di anni, chi vive a Ostia, lavora a Ostia, apre un’attività a Ostia o semplicemente dice di venire da Ostia si sente ancora addosso quello sguardo, quel mezzo sorriso, quel “ah, quella Ostia lì”. Una porzione enorme di persone oneste, che con quelle vicende non c’entrano nulla, paga ogni giorno il conto di un’etichetta che la cronaca ha reso indelebile.

Ora mi chiedo, e lo chiedo a chi ha già deciso che Fiumicino è in mano alla mafia: avete davvero idea di cosa significa regalare questa fama a un territorio? Un comune che vive di turismo, di ristorazione, di commercio, di mare, di immobili, di gente che deve venderci e comprarci una casa. Quando l’idea che qui comandi la mafia attecchisce, si abbassa il valore percepito del territorio, scappano gli investimenti, si spaventano i clienti, si deprimono i prezzi, e soprattutto si crea quel pregiudizio che poi non si cancella nemmeno con vent’anni di sentenze favorevoli. Non lo dico per nascondere i problemi sotto il tappeto, che è un vizio di certa politica di ogni colore e che mi fa altrettanto arrabbiare. Lo dico perché esiste una differenza enorme tra denunciare un problema reale con prove e attribuire un marchio di infamia a un’intera città sulla base di un sospetto da bar.

Un locale colpito due volte: la domanda che nessuno vuole fare

E allora proviamo a ragionare, che è l’esercizio meno praticato nei gruppi locali. Dalle notizie che circolano emerge che quel locale non sarebbe al primo episodio di questo genere, perché in passato avrebbe già subìto attacchi Ecco, questo dettaglio, più di ogni altro, dovrebbe far riflettere chi grida alla mafia, perché racconta una storia diversa da quella che piace ai complottisti del degrado. Se davvero ci fosse una regia mafiosa che terrorizza l’intero tessuto commerciale, come sostiene chi ha la risposta pronta, mi aspetterei una sequenza di locali colpiti, un’escalation diffusa, un quadro di intimidazioni che coinvolge più attività nello stesso territorio. Invece, per quel che ho letto e sentito, a ripetersi è il bersaglio, non l’ambiente. Sempre quello stesso locale, di nuovo, a distanza di tempo.

Questo non dimostra niente, sia chiaro, e non voglio costruire una tesi sul nulla. Ma pone una domanda che mi sembra la più ovvia e la più trascurata: perché proprio quel locale, e perché due volte? Quando un obiettivo viene colpito con insistenza, di solito esiste una ragione specifica che lo riguarda, una vicenda, un rapporto, un conflitto, una pretesa, qualcosa che lo collega a chi spara più di quanto lo colleghi a un disegno generale sul territorio. Forse c’è un altro motivo, forse una storia personale o economica che noi non conosciamo e che gli inquirenti stanno cercando di ricostruire. E se così fosse, tutte le teorie sull’invasione criminale di Fiumicino si rivelerebbero per quello che sono: castelli di carta costruiti per dare un nome alla paura. A questa domanda toccherà rispondere a chi indaga, ed è proprio per questo che dovremmo lasciarli lavorare invece di intralciarli con le nostre sentenze di pancia.

Rissa, furto e rapina non sono la stessa cosa, e la legge lo spiega benissimo

C’è poi un altro vizio che mi manda in bestia, ed è quello di mettere tutto nello stesso calderone. Un giorno si parla di una rissa fuori da un locale, il giorno dopo di un furto in un appartamento, poi di una rapina, poi di spaccio, poi di uno sparo, e tutto finisce nel grande sacco della “criminalità mafiosa a Fiumicino” come se fosse un fenomeno unico e uniforme. Chi ragiona così, e mi dispiace dirlo con questa franchezza, conosce molto poco la legge, ancora meno le diverse tipologie di criminalità e per nulla il territorio che pretende di giudicare. Il codice penale non è un optional: distingue reati con nature, motivazioni, protagonisti e conseguenze completamente diversi. La rissa è spesso figlia di alcol, nervi e serate andate storte. Il furto è un reato predatorio che segue logiche proprie, quasi sempre opportunistiche. La rapina aggiunge la violenza o la minaccia alla persona. Un’intimidazione armata contro un locale appartiene a un’altra categoria ancora, che richiede attenzione e indagini specifiche.

Mettere tutto insieme non è soltanto impreciso, è dannoso, perché impedisce di capire quali problemi vadano affrontati e con quali strumenti. La microcriminalità si combatte con più presenza sul territorio, con illuminazione, con telecamere funzionanti, con pattuglie visibili e con una cultura della segnalazione. Un episodio di intimidazione armata si affronta con indagini approfondite e con la collaborazione di chi sa e di chi ha visto. Confondere i due piani significa chiedere alla politica soluzioni sbagliate e alla magistratura risultati impossibili. E qui l’amarezza è doppia, perché la confusione fa comodo a tutti: a una certa destra che vive di allarme permanente e a una certa sinistra che preferisce parlare di percezione per non dover mai ammettere che qualche problema esiste. Il cittadino, in mezzo, resta con la paura e senza risposte.

Sono nato e cresciuto a Fiumicino e non mi faccio raccontare la mia città

Permettetemi adesso un momento di orgoglio e di irritazione insieme, perché sono nato e cresciuto a Fiumicino e quando sento certi giudizi sparati con leggerezza mi sento chiamato in causa personalmente. C’è chi dice che qui si vive male, che il territorio è ormai perduto, che bisognerebbe scappare. Io mi permetto di rispondere che chi parla così, con ogni probabilità, non ha mai girato altre città e altri quartieri, perché altrimenti non si spiegherebbe tanta severità. Chiunque abbia vissuto o frequentato le periferie di una grande metropoli, o certe zone di città medie che nessuno nomina mai, sa che i problemi di sicurezza, di degrado, di tensione sociale esistono ovunque e spesso in forme ben più pesanti di quelle che si vedono qui. Questo non vuol dire che da noi vada tutto bene, e mi guardo bene dal dirlo, ma vuol dire che il metro di paragone conta, e che un po’ di prospettiva ha ancora il suo valore.

Dico di più. Io ho vissuto Fiumicino quando non era ancora comune autonomo, quando tre quarti della viabilità di Isola Sacra non erano asfaltati e le auto si dividevano le strade con il fango. So che qualcuno stenterà a crederci, ma vi garantisco che in via Trincea delle Frasche due macchine non riuscivano a passare insieme, e che la strada non era nemmeno asfaltata. Sembra strano, vero? Eppure è esistito, e chi ha una certa età lo ricorda benissimo. Porto questo ricordo non per fare il saggio, che mi sta antipatico quanto il professorino, ma per ricordare da dove veniamo e quanto cammino è stato fatto, anche se il cammino non è stato affatto perfetto e anche se molto resta da sistemare.

Si stava meglio quando si stava peggio? Probabilmente sì, ma non vale la pena farne una religione

E qui mi rivolgo ai nostalgici, che sono una categoria numerosa e rumorosa quanto quella dei complottisti. Si stava meglio quando si stava peggio? Probabilmente sì, almeno per certi aspetti: si conoscevano tutti, ci si salutava per strada, si lasciavano le porte aperte, i problemi erano più piccoli perché più piccola era la comunità. Ma è un ragionamento che funziona solo se dimentichiamo che la città nel frattempo è cresciuta, e di parecchio. Ci sono quartieri che prima non esistevano, ci sono migliaia di cittadini in più, ci sono interessi, attività, flussi, bisogni e frizioni che trent’anni fa non c’erano. È ovvio, anzi è matematico, che quando una comunità si allarga le cose si complicano, e che non sempre si evolvono con la serenità che sarebbe un concetto idilliaco ma poco realistico. La nostalgia è un sentimento nobile, ma diventa un alibi quando serve a non guardare in faccia il presente.

Il punto vero, e qui la critica è per tutti e senza sconti, è che una città che cresce in fretta ha bisogno di una politica che cresca alla stessa velocità, e troppo spesso questo non è accaduto. Chi ha amministrato in passato ha lasciato in eredità scelte urbanistiche discutibili, servizi arrivati in ritardo, controlli sul territorio a macchia di leopardo. Chi amministra adesso fatica a recuperare il tempo perso e a volte preferisce comunicare più che risolvere. E noi cittadini, diciamocelo, abbiamo la responsabilità di pretendere con la stessa foga con cui ci lamentiamo, senza limitarci a trasformare ogni notizia di cronaca in un derby ideologico. Perché la verità scomoda è che nessuno, né a destra né a sinistra, ha il monopolio della cura o della colpa, e chi lo sostiene di solito sta cercando voti, non soluzioni.

Alle forze dell’ordine chiedo di andare a fondo, ai miei concittadini di misurare le parole

Chiudo con due richieste, una verso l’alto e una verso di noi. La prima è rivolta a tutte le forze dell’ordine e a chi coordina le indagini: andate fino in fondo, con la scrupolosità che il caso merita, senza lasciarvi frenare dal rumore e senza accontentarvi della prima spiegazione che sembra comoda. Se un locale è stato colpito due volte in modo così pesante, c’è una storia dietro, e quella storia ha il diritto di essere ricostruita fino all’ultimo dettaglio, chiunque coinvolga e dovunque porti. Se emergeranno legami con la criminalità organizzata, che lo si dica con atti e prove, e che la città sappia affrontarlo a testa alta. Se invece emergerà un’altra verità, più piccola e più privata, che lo si dica con la stessa chiarezza, perché anche questo è un modo di tutelare un territorio.

La seconda richiesta è per i miei concittadini, e la faccio con affetto ma senza zucchero: piano con le parole, perché spesso si sbaglia. Le parole pesano, restano, si attaccano ai luoghi e alle persone, e una volta lanciate nel mucchio nessuno le riprende più. Chi oggi scrive con tanta leggerezza che a Fiumicino comanda la mafia dovrebbe chiedersi cosa succederà quando un ristoratore onesto, un commerciante, un lavoratore del porto, un ragazzo che cerca lavoro dovrà spiegare a qualcuno da dove viene. Possiamo e dobbiamo pretendere sicurezza, controlli, risposte, e lo possiamo fare con tutta la rabbia che serve. Ma la rabbia senza lucidità è soltanto un altro modo di farsi male da soli.

Senza tifare per nessuno, come sempre.