Fiumicino, il Palazzo si è spostato su Facebook: benvenuti nell'arena dove la politica muore ogni giorno
Immagine illustrativa realizzata con Intelligenza Artificiale

Fiumicino, il Palazzo si è spostato su Facebook: benvenuti nell’arena dove la politica muore ogni giorno

Lo scrivo da anni e continuerò a scriverlo finché servirà, perché quando le cose non cambiano bisogna avere la pazienza e la caparbietà di ripeterle. Osservo la politica di Fiumicino da Romeo Esuperanzi all’attuale sindaco Mario Baccini, ho visto passaggi di schieramento che definire acrobatici sarebbe un complimento, ho assistito ad abbandoni dell’ultima ora studiati a tavolino, ho visto ballottaggi decisi da alleanze tra forze politiche che il giorno prima si sarebbero scannate pur di non comparire nella stessa foto. Non sono ingenuo, e non ho mai preteso che la politica locale fosse un salotto di gentiluomini. Ma quello a cui sto assistendo ormai da tempo su questo territorio ha superato ogni soglia di decenza, ed è arrivato a un punto talmente paradossale da risultare quasi comico. Il problema è che quando il comico diventa sistema, smette di far ridere e comincia a far male. Diventa tragico, ed è esattamente lì che stiamo arrivando.

Il Palazzo ha traslocato, e nessuno se n’è accorto

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui il dibattito politico a Fiumicino aveva ancora una sua dignità formale. Consigli comunali, comunicati stampa, conferenze, magari anche litigate furibonde ma dentro un perimetro riconoscibile (va detto lo si fa anche oggi). Da un po’ di tempo a questa parte però quel perimetro non esiste più. La politica fiumicinese, tutta, senza distinzione di casacca, ha traslocato armi e bagagli su Facebook. Anzi, per essere precisi, non su Facebook in generale, ma dentro i gruppi di quartiere, quei contenitori nati per segnalare un cassonetto rotto o un cane smarrito e trasformati nel tempo in arene gladiatorie dove ci si scanna per il gusto di farlo.

Non è un problema di piattaforma, sia chiaro. Facebook è uno strumento, e come ogni strumento non ha colpa di come viene usato. Il problema è che la politica di questa città ha scelto di affidare a quello strumento l’unico vero spazio di confronto pubblico, relegando tutto il resto a orpello. Le sedi istituzionali sono diventate un passaggio obbligato e noioso, un rito da consumare in fretta prima di tornare al vero campo di battaglia, quello dove contano i like, le condivisioni, i commenti al vetriolo. E se il dibattito pubblico si consuma quasi esclusivamente lì dentro, allora è lì dentro che bisogna guardare per capire cosa sta realmente accadendo a questa amministrazione e a chi le si oppone.

I capetti, gli intrusi e la fine della responsabilità

Chi come me si occupa di comunicazione da tempo ha imparato a riconoscere presto una dinamica precisa. Dentro questi gruppi non parlano solo consiglieri e assessori, che pure avrebbero già di per sé il dovere di misurare ogni parola visto il ruolo che ricoprono. Parlano soprattutto loro, i capetti. Quelle figure di secondo o terzo piano, spesso (anzi sempre) senza alcuna carica ufficiale, che si sentono investiti di una missione di difesa a oltranza del proprio riferimento politico, di qualunque colore esso sia. Sono loro a veicolare le informazioni prima ancora che arrivino da un canale ufficiale, sono loro a intromettersi in ogni discussione, sono loro spesso a offendere, a insinuare, a distorcere.

Il problema non è che abbiano un’opinione, ci mancherebbe, ognuno ha diritto alla propria. Il problema è la sicumera con cui la espongono, la totale assenza di contezza di quello che stanno dicendo, e la pretesa implicita di un’autorità che nessuno ha mai conferito loro. Parlano come se rappresentassero qualcuno, come se avessero un mandato, come se le loro parole avessero lo stesso peso di un atto ufficiale. Non ce l’hanno, non l’hanno mai avuta, eppure il caos che generano è reale, tangibile, e finisce per confondere chi legge molto più di quanto chiarisca.

E qui arrivo al punto che considero centrale in questa riflessione, perché non voglio essere frainteso: non sto criticando la destra o la sinistra di questa città, sto criticando un metodo che attraversa tutti gli schieramenti senza eccezione. Ho visto “capetti” di ogni colore comportarsi allo stesso identico modo, con la stessa aggressività, con la stessa mancanza di misura. Chi governa oggi ha i suoi scudieri social scatenati, chi governava ieri ha i suoi, chi aspira a governare domani si sta già organizzando i propri. È un ecosistema trasversale, ed è proprio per questo che fa ancora più rabbia, perché dimostra che non è un vizio di una parte politica ma un vizio di sistema, di cultura, di come si intende oggi fare politica sul territorio.

L’arena gladiatoria e il degrado del confronto

Definire questi spazi come luoghi di dibattito sarebbe generoso fino all’ipocrisia. Quello che accade dentro certi gruppi Facebook di quartiere assomiglia molto più a un’arena gladiatoria in stile b movie, di quelli scollacciati e sguaiati che negli anni Settanta riempivano le sale di provincia con Edwige Fenech, Lino Banfi e Gloria Guida protagonisti di equivoci e schiaffoni. Solo che lì, almeno, si sapeva che era finzione, commedia, intrattenimento popolare senza pretese. Qui invece si discute, o si dovrebbe discutere, del futuro amministrativo di una città che ha problemi veri, complessi e urgenti. E invece di analisi si finisce nel batti e ribatti, nell’insulto reciproco, nella squalifica personale che sostituisce l’argomento.

Il cittadino che si affaccia a queste discussioni sperando di capire qualcosa in più sulla gestione della cosa pubblica si trova invece davanti a un ring dove le uniche regole sono quelle della sopraffazione verbale. Non ne esce con più chiarezza, ne esce con più confusione, e spesso con più rabbia, quella cattiva, quella che non porta a nulla se non ad alimentare ulteriormente lo scontro. È un cortocircuito perverso: più la politica si sposta su questi terreni, meno il cittadino riesce a capire, e meno capisce, più si affida al tifo, perché quando l’analisi diventa impossibile resta solo la parte per cui si fa il tifo.

Una scelta editoriale precisa, e non è un caso

Non è un mistero per chi mi segue da tempo, e lo dico senza vanto ma con la serenità di chi ha fatto una scelta ragionata: da anni, su questo come su altri progetti editoriali con cui collaboro, ho deciso di evitare a tutti i costi la condivisione dei miei articoli dentro i gruppi Facebook di quartiere. Non per snobismo, non per paura del confronto, ma perché quel confronto, dentro quei contenitori, semplicemente non esiste più. Esistono solo gli “hooligans”, e questo clima avvelenato e cancerogeno che pervade certi gruppi non permette a nessuno, nemmeno al lettore più preparato, di leggere un articolo con la testa sgombra. Lo si legge già con l’elmetto in testa, pronto a difendere o attaccare a prescindere dal contenuto.

Questa scelta mi è costata visibilità, lo ammetto senza problemi. Chi condivide dentro quei gruppi ottiene click immediati, reazioni rapide, un pubblico già scaldato pronto a commentare. Io ho scelto la strada più lenta, quella di un pubblico che mi legge perché vuole capire, non perché vuole sfogarsi. È una scommessa che porto avanti da tempo, e continuerò a portarla avanti, perché credo che l’informazione in generale e soprattutto quella locale abbia un dovere di responsabilità che non può essere sacrificato sull’altare dell’engagement facile.

Il consiglio che nessuno chiede ma che serve dare

Mi permetto, da cittadino che osserva da anni, (non dico “editore che da anni fa questo mestiere” perché proprio qualche mese una persona in un commento su un gruppo scrisse che facevo la parte del “lei non sa chi sono io”) un consiglio che rivolgo a tutta la politica fiumicinese, senza distinzione di casacca. Esistono professionisti della comunicazione, addetti stampa e spin doctor di alto livello, persone che sanno esattamente come si costruisce un messaggio, quando va detto, come va detto, e soprattutto quando è meglio tacere. Sono professioni vere, con competenze vere, non improvvisazione da bar. Assumeteli, ascoltateli, dategli la parola e soprattutto dategli fiducia, perché la differenza tra un messaggio politico costruito con criterio e uno sparato a caldo su un gruppo Facebook alle undici di sera è la differenza tra la credibilità e il rumore di fondo.

Chi ha responsabilità istituzionali, chi siede in consiglio comunale, chi ricopre un assessorato, dovrebbe essere il primo a capire che ogni parola pesa, che ogni intervento social lascia una traccia, che ogni scivolone rincorso da un titolo di giornale o da uno screenshot condiviso mille volte costa in termini di autorevolezza molto più di quanto renda in termini di consenso immediato. E chi difende quella politica dovrebbe capire che la difesa cieca, quella fatta di insulti e supponenza, non fa un favore a nessuno, tantomeno a chi si vorrebbe proteggere.

La politica è cosa seria, e va trattata come tale

Chiudo questa riflessione tornando al punto da cui sono partito. Non sto facendo una guerra a un colore politico piuttosto che a un altro, sarebbe un esercizio sterile e soprattutto disonesto rispetto a quello che vedo ogni giorno. Sto denunciando un metodo, un modo di intendere la politica che l’ha svuotata della sua funzione più nobile, quella di discutere il bene comune con serietà e competenza, per ridurla a spettacolo da bar, a rissa condominiale amplificata da un algoritmo che premia proprio lo scontro più acceso.

La politica è cosa seria. Lo era quando ho iniziato a occuparmene, lo è rimasta nonostante tutto quello che ho visto passare in questi anni, e deve tornare a essere così se vogliamo che Fiumicino esca dal cortocircuito in cui si è infilata. Non chiedo unanimità, non chiedo che si smetta di litigare, perché il confronto acceso fa parte della democrazia e anzi ne è linfa vitale quando è argomentato. Chiedo solo che quel confronto torni dove deve stare, nei luoghi deputati, con le parole giuste, con la consapevolezza di chi sa che rappresenta qualcosa o qualcuno, e non nell’arena social dove vince chi urla più forte e chi ha più tempo libero per litigare davanti a uno schermo.

Non è populismo il mio, è semplice richiesta di serietà. E chi mi conosce sa che continuerò a chiederla, ad oltranza, senza sconti per nessun schieramento.

Senza tifare per nessuno, come sempre.