Non so più contare quante volte abbia scritto di parcheggi, di car valet e di automobili lasciate chissà dove nei dintorni dell’aeroporto di Fiumicino. Tra articoli, segnalazioni, discussioni e verifiche fatte sul campo credo di avere accumulato materiale sufficiente per scriverci un libro, e probabilmente nemmeno troppo sottile. La cosa che mi manda in bestia non è tornare sull’argomento ogni tanto. È scoprire che, di anno in anno, cambiano le targhe delle auto, cambiano i nomi delle società, spuntano nuovi siti internet e nuove offerte irresistibili, ma il copione resta identico a se stesso con una precisione quasi imbarazzante.
Prendo spunto da una discussione comparsa su Fiumicino Informa, perché ancora una volta si parla di automobili, di parcheggi e di cittadini esasperati che vorrebbero organizzarsi. Non entro nel merito delle accuse rivolte a singole persone, perché un post pubblico non è una sentenza e non ho alcuna intenzione di trasformare una discussione nata sui social in un tribunale improvvisato. Su questo punto vorrei essere chiarissimo fin da subito, perché tutto il ragionamento che segue si costruisce partendo da questa premessa.
Il problema di fondo, però, esiste eccome. Ed è talmente reale che non abbiamo alcun bisogno di inventarci nulla per raccontarlo.
Due mondi che a Fiumicino conosciamo fin troppo bene
C’è una prima distinzione che va fatta subito, perché la tentazione di mettere tutto nello stesso calderone è sempre dietro l’angolo. Sento dire spesso “quelli dei parcheggi”, come se fosse un’unica categoria indistinta. Non è così, e chi vive qui lo sa benissimo.
A Fiumicino esistono operatori che lavorano da anni, con strutture riconoscibili, recapiti verificabili, personale stabile e una storia commerciale che non è comparsa su internet il giovedì sera per iniziare a prendere prenotazioni il venerdì mattina. Questo va detto con onestà, perché altrimenti si finisce per fare di ogni erba un fascio e si danneggia proprio chi ha investito tempo e denaro per lavorare in regola.
Poi esiste un altro mondo, quello che da tempo chiamo senza troppi giri di parole il mondo degli scappati di casa del parcheggio aeroportuale. Sono quelli che fiutano la stagione, vedono migliaia di persone in partenza dal Leonardo da Vinci, fanno due conti e decidono che sia arrivato il momento di improvvisarsi imprenditori del settore. Ed ecco comparire portali nati dal nulla, pagine social aperte da pochi giorni, numeri di telefono che rispondono con un tono commerciale un po’ troppo insistente, offerte aggressive e fotografie che raccontano molto poco di dove finirà davvero l’automobile.
Il cliente vede scritto parcheggio aeroporto Fiumicino, vede un prezzo conveniente, prenota e parte tranquillo. Il punto fondamentale, però, è tutto quello che succede dopo la consegna delle chiavi. Perché voi salite sull’aereo. La macchina resta qui. E mentre siete a tremila chilometri di distanza non avete alcuna possibilità reale di sapere se l’automobile si trovi esattamente nel posto che immaginavate oppure altrove.
Il problema che nessuno vuole guardare davvero: i gargarozzoni
Ed eccoci alla parte che, guarda caso, piace raccontare molto meno. Contro l’abusivo puro è relativamente facile indignarsi. Non ha autorizzazioni, si controlla e occupa spazi dove non dovrebbe stare e si interviene. Su questo siamo tutti d’accordo, destra e sinistra, residenti e operatori onesti.
C’è però una terza via, quella su cui da tempo io mi ostino a puntare il dito e continuerò a farlo, perché è la meno comoda da affrontare. Sono quelli che chiamo i gargarozzoni. Non sto indicando un’azienda specifica, né sto sostenendo che tutti gli operatori regolari si comportino così. Sto descrivendo un comportamento che, quando viene accertato, considero persino più fastidioso dell’improvvisazione dell’abusivo puro, perché nasce da chi le regole le conosce benissimo e sceglie comunque di aggirarle.
Parlo dell’operatore che possiede una struttura, dispone di stalli regolari, lavora con tutte le carte in ordine, ma davanti alla possibilità di incassare qualche prenotazione in più decide che la matematica possa diventare un’opinione. Se hai cento posti, prendi cento automobili. Se ne prendi centotrenta sapendo di poterne custodire correttamente cento, le altre trenta non diventano improvvisamente invisibili. Da qualche parte devono finire, e quel qualche parte, troppo spesso, sono terreni agricoli, strade comunali, piazzali davanti alle attività commerciali o angoli nascosti che con la custodia promessa al cliente non hanno nulla a che fare.
Essere in regola non può diventare un lasciapassare per fare quello che si vuole. Se possiedo un ristorante autorizzato per cento coperti non posso metterne duecento solo perché ho il tavolo pulito e le licenze appese al muro. Lo stesso vale qui.
Le cronache continuano a darmi ragione, anno dopo anno
Non parlo per sensazioni. Basta ripercorrere con la memoria gli ultimi anni per capire quanto questo fenomeno sia strutturale e non episodico. Dal periodo successivo alla pandemia, quando i flussi di passeggeri sono tornati a crescere fino a superare i livelli pre Covid, la cronaca locale ha raccontato con una regolarità quasi imbarazzante controlli, sanzioni e sequestri legati proprio al mondo dei parcheggi e del car valet intorno al Leonardo da Vinci. Non si tratta di un episodio isolato riemerso all’improvviso, ma di un filo che attraversa stagione dopo stagione, con forze dell’ordine costrette a intervenire più e più volte sugli stessi fenomeni, sulle stesse tipologie di irregolarità, spesso persino negli stessi terreni e nelle stesse strade.
Ci sono stati momenti in cui i controlli si sono concentrati sugli operatori che riconsegnavano le auto in aree dove sosta e fermata sono vietate. Altri in cui l’attenzione si è spostata su interi appezzamenti di terreno trasformati abusivamente in depositi a cielo aperto, con centinaia di automobili stipate senza alcuna autorizzazione. Altri ancora in cui a finire nel mirino sono state attività che, pur avendo una parvenza di regolarità, gestivano le prenotazioni in un modo che di regolare aveva ben poco. Non entro nel dettaglio di ogni singolo episodio, anche perché in mezzo a questa storia si è inserita nel tempo anche una gestione amministrativa piuttosto discutibile, che meriterebbe un discorso a parte e che qui preferisco non aprire.
Quello che conta, ai fini di questo ragionamento, è il quadro complessivo. Leggendo in fila questi anni di controlli viene da chiedersi come si possa ancora parlare di casi isolati. Non lo sono. Sono la fotografia di un fenomeno che si ripresenta con una regolarità quasi da calendario, e che coinvolge tanto gli abusivi puri quanto operatori che, sulla carta, sarebbero perfettamente in regola.
Fiumicino non scopre l’aeroporto ogni estate
Questa è forse la parte che mi irrita di più, e lo scrivo senza mezzi termini. Fiumicino convive con questo fenomeno da anni. Ogni estate aumenta la pressione delle partenze, aumenta la domanda di parcheggio, e puntualmente rispuntano le stesse identiche criticità, con le stesse identiche dinamiche.
Non stiamo parlando di un evento imprevedibile. Sappiamo perfettamente quando aumenta il traffico aeroportuale. Sappiamo quando esplode la richiesta di sosta. Conosciamo persino le aree più esposte al fenomeno, visto che tornano puntualmente nelle cronache di ogni stagione. Eppure ogni volta sembra che si riparta da zero, con un misto di sorpresa e indignazione che, onestamente, comincia a suonare più come rassegnazione che come reazione.
La domanda che dovremmo porci non è più soltanto chi sia l’abusivo di turno. La domanda dovrebbe diventare perché un fenomeno così prevedibile riesca ogni volta a ripresentarsi con la stessa intensità, e perché prevenzione e controlli continuino a inseguire il problema invece di anticiparlo.
Il consiglio che darei a chi vuole mobilitarsi
Nei giorni scorsi è circolato in un gruppo Facebook locale un appello a una mobilitazione notturna, con appuntamento fissato in un piazzale cittadino e la proposta, neanche troppo velata, di intervenire di persona sulle automobili dei car valet abusivi se le istituzioni non si decideranno a farlo. Decine di persone hanno dichiarato la propria adesione nei commenti.
Capisco l’esasperazione, la capisco fino in fondo, perché ho raccontato io stesso decine di episodi di questo fenomeno e so quanto possa risultare frustrante vedere le stesse scene ripetersi identiche ogni stagione. Ma qui devo essere netto, senza sconti a nessuno. Organizzarsi per andare a danneggiare delle automobili, chiunque le abbia parcheggiate, non è una forma di protesta civile. È un reato, si chiama danneggiamento, ed è punito dal codice penale indipendentemente da quanto si ritenga di avere ragione nel merito della vicenda.
C’è poi un problema pratico che chi propone azioni di questo tipo sembra non considerare mai abbastanza. In mezzo a decine di automobili parcheggiate in uno spiazzo, chi garantisce che ogni singola vettura appartenga davvero a un servizio abusivo e non, per esempio, a un cliente che in buona fede ha prenotato pensando di affidarsi a un operatore regolare, o addirittura a un semplice residente che ha lasciato lì la macchina per tutt’altro motivo? Nella foga di una mobilitazione notturna organizzata sui social, la distinzione tra chi sbaglia e chi è vittima rischia di sparire del tutto, e a pagare potrebbe essere chi c’entra meno di tutti.
Il mio consiglio resta lo stesso che ho sempre dato in casi simili, e lo ripeto senza stancarmi. Se un gruppo di cittadini ritiene di avere elementi concreti, fotografie, targhe o qualsiasi altra circostanza verificabile legata a un parcheggio o a un car valet irregolare, la strada giusta è una sola. Organizzarsi e presentarsi insieme, di giorno, davanti alla sede della Polizia Locale o dei Carabinieri, con la documentazione raccolta. Un gruppo di cittadini che si presenta con le carte alla mano ha un peso specifico completamente diverso da un appuntamento notturno nato su Facebook, e soprattutto non espone nessuno al rischio di trasformarsi, da persona danneggiata, in persona indagata. Le forze dell’ordine hanno già dimostrato, con i numeri che ho ricordato, di intervenire quando ci sono elementi concreti da verificare. Se ci sono illeciti, saranno loro ad accertarli, con gli strumenti e le competenze che un gruppo di cittadini arrabbiati, per quanto legittimamente esasperati, semplicemente non ha.
Cosa controllare prima di lasciare le chiavi della propria auto
A questo punto mi rivolgo direttamente a chi arriva a Fiumicino per prendere un volo e partire per le vacanze, da Roma, da Viterbo, da Latina, dall’Abruzzo o da qualsiasi altra parte d’Italia.
Prima di affidare l’automobile a chiunque, fermatevi cinque minuti e verificate. Non scegliete soltanto in base ai pochi euro risparmiati. Cercate l’attività online, guardate da quanto tempo esiste, leggete le recensioni distribuite nel tempo e non soltanto la valutazione complessiva. Controllate che il sito internet abbia riferimenti aziendali comprensibili e verificabili. Telefonate prima di prenotare, e fate domande dirette su dove verrà custodita l’automobile, come funziona la consegna e come funziona la riconsegna.
Se il servizio prevede che qualcuno prenda le vostre chiavi e porti via la macchina, avete tutto il diritto di sapere chi sia questa persona e dove stia portando il vostro veicolo. Diffidate soprattutto delle offerte che sembrano non avere alcun senso economico rispetto alla media del mercato, perché il prezzo basso non significa automaticamente truffa, ma se dieci operatori propongono un certo ordine di prezzo e uno solo promette la luna a una frazione del costo, qualche domanda in più ve la dovreste porre. Non è nemmeno un dettaglio da poco che in alcuni casi, come raccontato di recente anche dalla cronaca, chi ha lasciato l’auto in questi parcheggi si sia poi visto recapitare multe per infrazioni stradali commesse durante la custodia del veicolo, con tutte le complicazioni burocratiche che ne derivano a distanza di mesi.
Chi lavora onestamente paga il conto della disonestà altrui
C’è infine un aspetto di cui si parla troppo poco. Ogni operatore abusivo o improvvisato non danneggia soltanto il cliente che si è affidato a lui. Danneggia anche chi lavora rispettando le regole. Chi paga un terreno adeguato, chi mantiene una struttura in ordine, chi sostiene i costi di personale, assicurazioni e autorizzazioni non può competere ad armi pari con chi prende le automobili e cerca semplicemente un angolo dove infilarle. È concorrenza drogata, ed è per questo che la lotta all’abusivismo non dovrebbe mai essere ridotta a una battaglia corporativa tra parcheggiatori. È una questione di legalità economica e di rispetto del territorio, perché gli stalli pubblici, le strade e le piazze appartengono alla città, non possono diventare il magazzino esterno gratuito di chi ha venduto più posti di quelli che realmente possiede.
Non mi interessa sapere da che parte sta il parcheggiatore di turno, non mi interessa la guerra tra operatori e non mi interessa chi litighi con chi nei gruppi Facebook. Mi interessa una cosa sola, semplice fino in fondo. Se una persona paga per affidare la propria automobile a un parcheggio, quella macchina deve essere custodita secondo quanto promesso e nel rispetto delle regole. Che a violarle sia lo scappato di casa comparso a giugno con il sito fatto la sera prima, o il gargarozzone con anni di attività regolare alle spalle, per me cambia pochissimo, perché il risultato per il cliente resta identico.
Sono anni che raccontiamo questa storia, e ogni estate ci ritroviamo punto e a capo. Forse sarebbe ora di smettere di stupirci, e sarebbe altrettanto importante che chi arriva a Fiumicino capisse una cosa semplicissima: prima di affidare le chiavi della propria automobile a qualcuno, cinque minuti passati a verificare chi sia possono valere molto più dei dieci o venti euro risparmiati sulla prenotazione. Perché l’aereo parte comunque. La vostra macchina, invece, resta qui. E sarebbe piuttosto importante sapere dove.
Senza tifare per nessuno, come sempre.


