Tre giorni che raccontano Fiumicino meglio di mille consigli comunali

Tre giorni che raccontano Fiumicino meglio di mille consigli comunali

Bastano tre giorni per capire come funziona davvero una città. Non un anno di programmi elettorali, non un mandato intero di promesse, ma tre giorni scanditi da tre notizie che si sono incastrate una nell’altra fino a diventare un unico grande nodo. Prima un’inchiesta giudiziaria, poi una delibera di Giunta, infine una polemica politica. In mezzo, come sempre, ci sono finiti i cittadini di Fiumicino, quelli che ogni giorno leggono, commentano e si dividono sui social senza avere sempre chiaro dove passi il confine tra dire la propria opinione e rischiare una querela.

Io quel confine ho provato a ricostruirlo con calma, partendo dai fatti e lasciando fuori le tifoserie, perché è il mio compito di uomo della strada: raccontare le cose come stanno, senza piegarle a comodo di nessuno.

La cronologia dei fatti

Il 29 giugno Repubblica pubblica un articolo sulla vicenda giudiziaria che coinvolge la Giunta Baccini e di conseguenza il sindaco Mario Baccini, legata al bando per gli affidamenti delle luminarie natalizie. Da quanto risulta pubblicamente, la Procura di Civitavecchia avrebbe notificato la chiusura delle indagini preliminari, ritenendo di avere elementi sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio. Le ipotesi di reato richiamate nell’inchiesta sono turbativa d’asta, corruzione e induzione indebita a dare o promettere utilità.

Fermiamoci un momento su questo passaggio, perché è quello su cui vedo più confusione in giro. Chiusura delle indagini preliminari non significa condanna. Non significa nemmeno processo. Significa soltanto che il pubblico ministero ritiene di avere elementi sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio. Da qui in avanti servirà prima la decisione di un giudice dell’udienza preliminare, chiamato a valutare se quegli elementi bastano davvero per processare qualcuno, e solo dopo, eventualmente, arriverà un processo vero e proprio, con tutti i suoi gradi di giudizio. Non sono passaggi burocratici pensati per rallentare le cose. Sono le garanzie dello Stato di diritto, costruite apposta perché nessuno venga considerato colpevole prima che più soggetti diversi abbiano verificato le accuse con calma e nel merito. Regole che dovrebbero valere allo stesso modo per tutti, che ci si chiami Mario Baccini o che ci si chiami come il vicino di pianerottolo.

Il giorno successivo, il 30 giugno, la Giunta comunale approva la delibera numero 147, con cui autorizza il sindaco a predisporre una denuncia querela a nome dell’Ente nei confronti di un soggetto indicato nell’atto come omissis, per alcuni post pubblicati su Facebook ritenuti lesivi dell’onore e della dignità dell’Amministrazione. Il provvedimento richiama espressamente l’articolo 595 del codice penale, quello sulla diffamazione, e ribadisce che anche un ente pubblico può costituirsi persona offesa. È prevista inoltre la riserva di costituzione di parte civile per chiedere il risarcimento dell’eventuale danno d’immagine. La delibera è stata votata all’unanimità da tutta la Giunta ed è stata dichiarata immediatamente eseguibile.

Il primo luglio, infine, arriva la terza tessera del domino. I consiglieri comunali di opposizione diffondono una nota durissima, parlando di un segnale di grave difficoltà politica e amministrativa e sostenendo che sia ormai diventata una prassi rispondere al dissenso con gli atti giudiziari invece che con il confronto nel merito. Nella stessa nota, firmata da otto consiglieri, si arriva a sostenere che parte dell’attuale maggioranza avrebbe in passato costruito il proprio consenso anche attraverso toni non troppo diversi da quelli oggi contestati, e che un ricorso così sistematico alla querela nei confronti di cittadini non si sarebbe mai visto prima in città.

Questa è la cronologia, tre giorni netti. Tutto il resto, per adesso, sono interpretazioni, e da uomo della strada preferisco lasciarle a chi le fa di mestiere in campagna elettorale.

Un dato oggettivo, non una deduzione

Quello che è più utile ricostruire, senza bisogno di leggere complotti dove non ce ne sono, è la dinamica reale di questi giorni. L’articolo di Repubblica sulla vicenda giudiziaria del sindaco è stato ripreso e rilanciato in diversi gruppi Facebook di quartiere, come capita ormai a qualsiasi notizia che riguardi la politica locale. E come capita quasi sempre, sotto quel rilancio sono arrivati fiumi di commenti. Il problema è che molti di quei commenti non erano critica politica, per quanto dura, ma insulti diretti, accuse penali sparate senza uno straccio di prova, epiteti che con il legittimo diritto di dissenso non hanno nulla a che fare. È in questo contesto, non nella vicenda giudiziaria in sé, che va collocata la delibera del 30 giugno: il Comune non ha querelato per l’inchiesta di Repubblica, ha querelato per alcuni post ritenuti diffamatori comparsi proprio a margine di quella discussione. Sono due cose diverse, ed è importante non confonderle.

Questo non significa che la scelta di procedere sia automaticamente giusta o automaticamente sbagliata, e su questo tornerò tra poco. Significa solo che la sequenza corretta è un’altra rispetto a quella che si potrebbe immaginare leggendo i fatti superficialmente: prima la notizia, poi la sua diffusione nei gruppi locali, poi i commenti sopra le righe, e solo a quel punto la risposta amministrativa. L’opposizione, infine, è arrivata dopo, a delibera già approvata, con la sua nota critica sul metodo scelto dal Comune.

Il tema vero, quello che mi interessa affrontare, è un altro e riguarda tutti noi: quando un’amministrazione ha il diritto di querelare un cittadino, e quando invece quella querela rischia di trasformarsi in uno strumento per intimidire chi critica.

Il confine tra critica e diffamazione

Su questo bisogna essere chiari, perché in questi giorni ho letto commenti che meriterebbero, più che una querela, un ripasso di educazione civica.

Il diritto italiano distingue in modo netto la critica politica dalla diffamazione, e la distinzione non è un’opinione ma giurisprudenza consolidata della Cassazione. Per essere protetta come legittimo diritto di critica, un’espressione deve rispettare tre condizioni. La prima è la continenza, cioè il rispetto di un limite che impedisce di scadere nell’insulto gratuito o nella denigrazione personale: posso scrivere che una delibera è scandalosa o che una gestione è fallimentare, ma non posso dare del ladro o del corrotto a qualcuno se non esiste una sentenza che lo dichiari tale. La seconda è la veridicità, cioè il fatto che se contesto un episodio specifico quell’episodio deve essere vero o quantomeno seriamente verificato, non un sentito dire buttato lì per fare rumore. La terza è la pertinenza, ovvero che l’argomento riguardi davvero l’interesse pubblico, e l’operato di una Giunta comunale lo è quasi sempre.

Se un cittadino scrive che l’amministrazione non capisce niente di urbanistica e sta rovinando il territorio, siamo nel campo della critica politica, anche aspra, ma legittima. Se scrive che il sindaco è un farabutto o che un assessore intasca mazzette senza che esista alcun accertamento in tal senso, si passa dritti nella diffamazione. E c’è un’aggravante di cui pochi tengono conto quando scrivono di getto sui social: la diffamazione commessa attraverso Facebook, WhatsApp o Telegram viene considerata aggravata ai sensi dell’articolo 595, terzo comma, del codice penale, proprio perché quei mezzi consentono una diffusione potenzialmente enorme e indeterminata. Non lo dice il Comune di Fiumicino per convenienza. Lo dice la legge, uguale per tutti, indipendentemente da chi amministra e da chi commenta.

Detto questo, un amministratore pubblico ha lo stesso identico diritto di qualsiasi cittadino di difendere la propria reputazione quando ritiene di essere stato diffamato. Non esiste alcuna norma che imponga a un sindaco di subire in silenzio accuse infondate solo perché ricopre una carica pubblica.

Il rischio del bavaglio

Sarebbe però troppo comodo fermarsi qui, perché esiste anche l’altra faccia della medaglia, quella che nel dibattito giornalistico internazionale viene chiamata effetto SLAPP, acronimo di Strategic Lawsuits Against Public Participation: azioni giudiziarie che, più che puntare a una condanna, producono un effetto intimidatorio verso chi critica il potere.

Non sto dicendo che questo sia il caso di Fiumicino. Non ne ho gli elementi, e sarebbe scorretto affermarlo senza prove, esattamente come sarebbe scorretto sostenere che la querela sia collegata alla vicenda giudiziaria del sindaco. Ma è giusto ricordare che il tema esiste, ed è per questo che ogni amministratore, prima di autorizzare una querela, dovrebbe valutare con attenzione il momento e il contesto in cui quella scelta viene comunicata. Una querela può tutelare legittimamente la reputazione di un ente, ma può anche trasformarsi, agli occhi dell’opinione pubblica, in un boomerang comunicativo, restituendo al cittadino querelato l’immagine di un martire della libertà di parola, indipendentemente da come si concluderà la vicenda nelle sedi opportune.

La presunzione d’innocenza che tutti dimenticano quando fa comodo

C’è un altro principio che in questi giorni ho visto calpestare con una disinvoltura preoccupante, ed è quello della presunzione di innocenza.

Viviamo nell’epoca del titolo che basta a se stesso: indagato, fine, colpevole per il popolo dei social. Il nostro ordinamento dice esattamente il contrario. La presunzione di innocenza non è un favore riservato ai politici quando fa comodo. È una garanzia costituzionale che vale per chiunque, perché oggi riguarda un sindaco e domani potrebbe riguardare chiunque di noi. Il colpevole, in uno Stato di diritto, non è chi riceve una notifica di chiusura indagini, non è chi viene iscritto nel registro degli indagati, non è nemmeno chi arriva davanti a un giudice per l’udienza preliminare. Il colpevole è soltanto chi viene riconosciuto tale da una sentenza definitiva, se necessario dopo tre gradi di giudizio. Non lo dico io per fare un favore a qualcuno. Lo dice la Costituzione, e vale la pena ripeterlo perché sembra un principio dimenticato da tutti, dalla maggioranza, dall’opposizione e infine dai cittadini.

Allo stesso tempo, essere indagati non significa nemmeno essere assolti in automatico dal giudizio pubblico. Significa semplicemente che il processo, quello vero, con le sue regole e le sue garanzie, deve ancora fare il suo corso, e che la valutazione politica e quella giudiziaria restano due piani distinti, da raccontare senza sovrapporli.

Chi dovrebbe abbassare i toni per primo

E qui arrivo al punto che, da cittadino prima ancora che da cronista di questa città, mi sta più a cuore.

In questi giorni ho letto decine di commenti su questa vicenda, molti dei quali pesantissimi, alcuni ai limiti dell’ingiuria, altri già oltre quel limite. E ho visto una politica, sia quella che governa sia quella che sta all’opposizione, più interessata ad alimentare lo scontro che a raffreddarlo, perché a entrambe le parti fa comodo avere un nemico contro cui scagliarsi davanti ai propri elettori.

Non dovrebbe funzionare così, non in una città che si definisce comunità e non arena. Io continuo a pensare che la critica sia indispensabile, anzi vorrei una cittadinanza ancora più critica, che faccia domande, pretenda trasparenza, contesti le scelte quando non le condivide. Ma vorrei anche cittadini capaci di distinguere un’opinione da un’accusa penale, una critica dura da un insulto gratuito, perché il confine esiste davvero ed è più sottile di quanto sembri quando si scrive di getto sotto un post su Facebook.

E vorrei una politica, tutta, maggioranza e opposizione senza distinzioni di colore, che si assuma la responsabilità di abbassare i toni invece di alzarli ogni volta che questo porta un titolo di giornale in più. Quando chi governa reagisce solo con gli avvocati e chi fa opposizione reagisce solo cavalcando lo scontro, il risultato è sempre lo stesso, e lo perdiamo tutti insieme: la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nella politica e persino nella giustizia continua a scendere, giorno dopo giorno, post dopo post, querela dopo querela.

Non è successo per colpa di una singola querela, di un singolo articolo o di una singola nota di opposizione. È successo perché abbiamo smesso, tutti quanti, di ricordarci una regola semplice, valida sul litorale come altrove: le sentenze le scrivono i tribunali, dopo tre gradi di giudizio se serve, con tutte le garanzie del caso. Le opinioni le scriviamo noi, ogni giorno, sotto ogni post, in ogni bar di Fiumicino e di Isola Sacra. E sarebbe ora che nessuno, da nessuna parte politica, continuasse a confondere le une con le altre solo perché in quel momento fa comodo.

Senza tifare per nessuno, come sempre.