Il rumore delle motoseghe non è una novità per chi abita nella zona di via Plezzo, a Fiumicino. Da tempo, chi vive qui convive con il suono metallico delle catene che mordono il legno e con il progressivo svuotamento di uno skyline fatto di chiome verdi che per decenni hanno accompagnato le nostre strade, i nostri marciapiedi, le nostre domeniche passate a portare i cani a spasso sotto quell’ombra. Scrivo da residente, prima ancora che da cronista e uomo della strada di questo territorio, perché è proprio da residente che ho iniziato a farmi domande che, con il tempo, sono diventate un piccolo dossier personale fatto di osservazioni dirette, confronti sia sul campo che con l’assessorato competente per capire se quello che vedevo fosse regolare oppure no.
Parto da un punto fermo, perché altrimenti si rischia di scrivere un pezzo ingiusto prima ancora che scomodo. Quando un rappresentante dell’amministrazione rilascia una dichiarazione ufficiale, quella dichiarazione va presa per buona fino a prova contraria. Non è un atto di fede, è semplicemente il modo corretto di trattare una fonte istituzionale, che sia di maggioranza o di opposizione, che sia oggi al governo della città o che lo sia stata ieri. Saranno i fatti, con il tempo, a confermare o smentire quanto viene annunciato, come è sempre accaduto in qualsiasi comune italiano di fronte a qualsiasi promessa amministrativa. Detto questo, l’assessore all’Ambiente Stefano Costa ha recentemente parlato di nuove piantumazioni programmate per il periodo autunnale, la stagione più idonea per garantire l’attecchimento delle nuove alberature, e ha citato in particolare un intervento finanziato con fondi del PNRR nell’area di Granaretto, sotto la responsabilità della Città Metropolitana di Roma Capitale. Un annuncio circostanziato, con tanto di riferimento a un ente specifico e a una copertura finanziaria precisa. Ma la mia zona, quella di via Plezzo, in quell’annuncio non compare. E questo, da uomo della strada che osserva quello che accade sotto casa propria, è il punto da cui vale la pena ripartire.

Il diritto di essere abbattuti: quando il taglio è legittimo
Prima di arrivare alle domande scomode, è giusto raccontare quello che ho verificato con i miei occhi e con le mie orecchie, perché altrimenti si finirebbe per alimentare quella caccia alle streghe che non fa bene a nessuno e che, soprattutto, non serve a chi come me vuole davvero capire come stanno le cose. Tempo fa mi sono confrontato direttamente con l’assessore, dopo che diversi vicini e abitanti della zona mi avevano chiesto lumi su questi abbattimenti, chiedendomi se fossero regolari o se si trattasse dell’ennesima gestione sciatta del verde pubblico. La risposta che ho ricevuto, e che ho potuto in parte verificare parlando con chi materialmente lavorava sul cantiere, è che ogni albero abbattuto viene prima analizzato da agronomi che compilano una scheda pianta per pianta, stabilendo quale tipo di criticità, passatemi il termine tecnico usato in modo colloquiale, affligge quell’esemplare specifico e se sia recuperabile oppure destinato all’abbattimento.
Questo meccanismo, che nel dossier tecnico consultato per scrivere questo pezzo viene chiamato Visual Tree Assessment, non è un’invenzione locale né una scusa buona per tutte le stagioni. È una procedura riconosciuta, che prevede l’attribuzione di classi di rischio crescenti, dalla A alla D, con quest’ultima che indica una propensione al cedimento ormai irreversibile. Quando un pino viene classificato in Classe D, il margine di manovra dell’amministrazione si azzera davvero, perché entra in gioco l’articolo 2051 del Codice Civile sulla responsabilità da custodia delle cose, e in caso di crollo con danni a persone o cose, chi doveva intervenire e non lo ha fatto ne risponde direttamente, anche sul piano penale. In parole povere, quando un agronomo scrive che un pino appartiene alla Classe D, il sindaco non ha altra scelta che firmare un’ordinanza contingibile e urgente, perché la posta in gioco è la sicurezza pubblica, non un capriccio decorativo.
E qui va fatta un’altra premessa che ritengo doverosa. I pini domestici che caratterizzano il nostro paesaggio urbano hanno una vita media compresa tra i cento e i centocinquanta anni, e molti degli esemplari oggi al centro delle cronache locali hanno semplicemente raggiunto la loro fase di naturale senescenza. Non si tratta di una malattia improvvisa piovuta dal cielo negli ultimi tre anni, e su questo l’assessore Costa ha ragione quando invita a non confondere il fisiologico processo di invecchiamento con una presunta mancanza di cura recente. Gli alberi non si ammalano né muoiono in pochi mesi. Decenni di scavi per sottoservizi, tubature, cavi elettrici e fibra ottica hanno tranciato nel tempo l’apparato radicale superficiale di questi pini, mentre funghi cariogeni invisibili dall’esterno hanno eroso la resistenza meccanica dei tronchi e, più di recente, la cocciniglia tartaruga, un parassita alieno ormai diffuso in tutto il territorio italiano, ha iniziato a compromettere le chiome nel giro di due o tre stagioni. La situazione delle alberature di Fiumicino è vecchia quasi quanto il comune stesso, e sarebbe disonesto intellettualmente far finta che si potesse prevedere o controllare tutto questo con un semplice giro di potature.
I monconi che raccontano una storia diversa
Fin qui, la parte che definirei di legittimazione del problema. Poi però ci sono i cantieri, e i cantieri raccontano sempre qualcosa in più rispetto ai comunicati stampa. Nelle ultime settimane, due degli abbattimenti effettuati riguardavano alberi molto vicini alla mia abitazione, e questo mi ha permesso di osservare da vicino il lavoro di professionisti che definirei tali a tutti gli effetti, non certo scappati di casa improvvisati con una motosega in mano. Ho notato però una cosa che, da semplice cittadino attento, mi ha fatto storcere il naso. Uno degli alberi è stato tagliato completamente a raso rispetto al piano stradale, mentre altri esemplari poco distanti sono stati tagliati lasciando monconi alti, chi ottanta centimetri, chi sessanta, con una precisione quasi millimetrica che difficilmente può essere frutto del caso.
Chi si occupa di questi cantieri con competenza mi ha spiegato, e questo trova riscontro anche nella documentazione tecnica che ho consultato, che dietro queste differenze ci sono logiche operative precise. I monconi lasciati più alti servono a dare al braccio meccanico dell’escavatore un punto di leva sufficiente per estirpare la ceppaia in un secondo momento, mentre i tagli a raso vengono realizzati o per eliminare subito un intralcio pedonale, oppure in previsione dell’utilizzo di una fresaceppi, un macchinario che demolisce la ceppaia lavorando a livello del suolo. Capita anche che alla base dei tronchi più vecchi siano inglobati pezzi di asfalto, cemento o griglie metalliche, e che chi taglia si fermi a un’altezza di sicurezza per non rovinare le catene delle motoseghe, rimandando il resto a una fase successiva. Tutto plausibile, tutto tecnicamente sensato. Ma quando ho chiesto direttamente a chi era sul posto perché, nella stessa strada, si vedessero altezze così diverse, la risposta che ho ricevuto da fonte diretta e verificata è stata altrettanto sincera quanto discutibile: dipende dall’agronomo di turno, dalle sue indicazioni specifiche. Non un criterio unico e codificato per tutta l’area, ma una variabile legata a chi, in quel momento, firma la scheda della pianta.
Non ne faccio una questione di competenza professionale, perché non ho gli strumenti per giudicare il lavoro di un agronomo abilitato, e non è questo il punto. Il punto è che un cittadino che cammina ogni giorno su quel marciapiede si aspetta una coerenza visibile, o quantomeno una spiegazione univoca, non un’eterogeneità che sembra dipendere più dalla persona di turno che da un protocollo condiviso su tutta l’area interessata dagli abbattimenti.

Il moncone pericoloso e il taglio sotto il sole di agosto
C’è poi un episodio specifico che merita di essere raccontato per intero, perché tocca direttamente la sicurezza di chi vive qui. Uno dei tagli a raso strada ha lasciato, di fatto, una sorta di sponda irregolare nell’asfalto circostante, un dislivello che definirei senza esagerazioni potenzialmente pericoloso sia per chi transita in auto sia, ancora di più, per chi cammina a piedi in quel tratto. Non è un dettaglio da poco, in una zona dove i pedoni convivono ogni giorno con il traffico locale. Su questo aspetto specifico, che riguarda la sistemazione del manto stradale dopo l’abbattimento e non la legittimità del taglio in sé, credo sia lecito chiedere all’amministrazione un intervento di messa in sicurezza tempestivo, indipendentemente da chi dovrà occuparsi in futuro della rimozione definitiva della ceppaia.
A questo si aggiunge un altro episodio che ho osservato personalmente pochi giorni dopo. Alle quattordici e trenta di un pomeriggio in piena ondata di calore, alcuni operai stavano tagliando a raso strada alcuni monconi che in precedenza erano stati lasciati più alti. Non entro nel merito delle condizioni di lavoro di chi opera su quei cantieri, perché non ho elementi sufficienti per farlo e sarebbe scorretto trasformare un’osservazione in un’accusa. Resta però il fatto che vedere una squadra al lavoro con motoseghe e decespugliatori nell’ora più calda della giornata, in un’estate che ha visto temperature roventi su tutto il litorale, è un’immagine che un cittadino qualunque non può fare a meno di notare e di raccontare, magari sperando che chi coordina questi appalti tenga conto anche di questo tipo di variabili organizzative.

La piantumazione che non c’è, almeno qui
Arriviamo così al nodo più delicato, quello che mi ha spinto davvero a scrivere questo pezzo. L’assessore Costa, rispondendo alle critiche piovute sull’amministrazione a proposito della gestione del verde pubblico, ha parlato di un piano di ripiantumazione già avviato, citando espressamente l’area di Granaretto e i fondi del PNRR gestiti dalla Città Metropolitana di Roma Capitale, e ha ribadito l’intenzione di proseguire con nuove piantumazioni nel periodo autunnale su tutto il territorio, scegliendo alberature già sviluppate e strutturate invece di esemplari giovani e fragili che in passato non sono riusciti ad attecchire. Una dichiarazione precisa, circostanziata, che come dicevo all’inizio prendo per buona in attesa dei fatti.
Ma quando ho chiesto informazioni specifiche sulla zona di via Plezzo, la risposta che ho raccolto è stata diversa da quella che ci si aspetterebbe leggendo il comunicato generale. In questa area, almeno stando a quanto mi è stato riferito, non risultano piantumazioni previste, né nell’immediato, per ovvie ragioni legate al periodo stagionale sfavorevole, né in un futuro definito. E qui il dossier tecnico che ho consultato aiuta a capire perché una promessa generale di rigenerazione del verde possa scontrarsi con ostacoli molto concreti sul singolo tratto di strada. Sotto le strade passano reti di sottoservizi spesso datate, gas, acqua, elettricità, cavi in fibra ottica, e rimuovere con frese o scavatrici le radici profonde di un pino centenario senza rischiare di tranciare quelle reti è un’operazione tutt’altro che scontata. Il terreno attorno a una ceppaia secolare, inoltre, risulta impoverito e spesso saturo di spore fungine, condizioni che renderebbero difficile l’attecchimento di un nuovo esemplare senza una bonifica integrale del sito, con scavo di diversi metri cubi di terra esausta e reintroduzione di substrato vergine. Un’operazione complessa, costosa, che richiede tempi e programmazione ben diversi da quelli di un semplice annuncio stagionale.
Capisco quindi perché, tecnicamente, la ripiantumazione immediata in una strada come via Plezzo possa essere più complicata rispetto ad altre aree del territorio comunale. Quello che non capisco, e che chiedo esplicitamente a chi amministra la città, è se questa complessità tecnica sia stata valutata in modo specifico per questa zona, con un piano alternativo magari diverso dalla semplice sostituzione albero su albero, oppure se la questione sia semplicemente rimasta fuori dal radar, in attesa di tempi migliori che nessuno sa quando arriveranno.
Una domanda che non è un attacco
Chi segue questo sito sa che non ho mai avuto problemi a puntare il dito contro chi comunica male, che fosse la maggioranza di turno o l’opposizione che le dava battaglia. Non è un vezzo polemico, è un metodo che applico sempre allo stesso modo, indipendentemente dal colore di chi siede sulla poltrona. Per questo motivo tengo a essere chiaro fino in fondo. Questo articolo non vuole essere un attacco all’assessorato all’Ambiente, né tantomeno una contestazione della legittimità degli abbattimenti effettuati in via Plezzo, che restano, per quanto ho potuto verificare, frutto di perizie tecniche regolari e di un percorso amministrativo corretto. Vuole essere, semplicemente, la domanda di un cittadino che vive in quella strada, che ha visto tagliare pini che facevano ombra da generazioni, che ha notato dettagli operativi che meritano una spiegazione più uniforme, e che si chiede se dietro l’annuncio generale di nuove piantumazioni autunnali ci sia spazio anche per la propria zona, oppure se quella parte di città sia destinata a restare, per anni, un elenco di ceppi senza seguito.
Le domande che porto all’amministrazione sono dunque tre, semplici e dirette come si conviene a chi scrive da uomo della strada e non da tecnico di settore. La prima riguarda il cronoprogramma per la rimozione definitiva delle ceppaie rimaste lungo via Plezzo, per capire se si tratti di un appalto già finanziato in attesa di partire oppure di uno stallo privo di data. La seconda riguarda la sicurezza immediata del tratto di strada dove il taglio a raso ha lasciato quella sponda di asfalto pericolosa, che meriterebbe un intervento indipendente dai tempi più lunghi della bonifica radicale. La terza, forse la più importante, riguarda proprio il futuro del verde in questa specifica zona, per sapere se rientri o meno nei piani di rigenerazione annunciati, con quali specie, quali tempi e quale budget, oppure se per ora resti semplicemente fuori dall’elenco.
Non pretendo che queste righe cambino il destino di una strada. Pretendo, come sempre, una risposta chiara, perché chi vive qui ha diritto di sapere cosa succederà sotto casa propria, senza dover accontentarsi di comunicati generali che parlano di tutto il territorio tranne che del proprio marciapiede.
Senza tifare per nessuno, come sempre.


