Adriano Pappalardo, il neo Che Guevara di Passoscuro

Adriano Pappalardo, il neo Che Guevara di Passoscuro

Passoscuro, 20 agosto. Una serata che doveva essere all’insegna della musica, delle canzoni che fanno parte della memoria collettiva italiana, diventa invece un piccolo caso nazionale. Adriano Pappalardo, il gladiatore di “Ricominciamo”, l’uomo che negli anni ’80 spaccava i televisori con la sua voce roca e la sua presenza scenica da rocker latino, oggi finisce al centro di una bufera politica.
Ma non per un disco, non per un duetto, non per una rinascita artistica. No: per un’intemerata improvvisata dal palco, tra insulti pesanti, gestacci e accuse al governo. Un comizio in salsa paesana che ha trasformato un concerto in una puntata di cabaret surreale.

E qui mi permetto di dire, da semplice uomo della strada: il paragone è calzante con le chiacchiere da bar, quelle che partono con “io non sono razzista, ma…” o con “guarda che io la politica non la seguo, però…”., solo che stavolta non siamo al bancone di un bar, ma su un palco davanti a centinaia di persone.

L’icona rivoluzionaria (a sua insaputa)

Ed eccoci al primo paradosso, Pappalardo, uno che non ha mai fatto della politica un vessillo, che per decenni ha parlato e portato avanti solo i suoi brani storici con una presenza televisiva intermittente, viene improvvisamente eletto a “paladino della sinistra”.
Un Che Guevara de’ noantri, con il microfono al posto del sigaro e la piazza di Passoscuro come Plaza de la Revolución.

La scena è grottesca: un artista che, a detta sua, ha solo assecondato l’“energumeno” di turno che prima del concerto lo ha ammonito con un “qui siamo tutti compagni, tutti di sinistra”, si ritrova catapultato in un ruolo che non gli appartiene. Una specie di rivoluzionario in affitto, usato come simbolo da chi vuole bacchettare il governo e rivendicare la voce della piazza.

Ma ditemi voi: davvero possiamo ridurre il dibattito politico italiano a una sfuriata di Pappalardo durante una sagra? È come se decidessimo di commentare la geopolitica mondiale sulla base di una canzone di Orietta Berti. Con tutto il rispetto per la Berti, sia chiaro.

Il nemico pubblico numero uno

E qui arriva il secondo lato della medaglia, perché se da una parte qualcuno ha innalzato Pappalardo a simbolo della ribellione, dall’altra c’è chi lo ha trasformato nel nemico pubblico numero uno.
Gli insulti a Giorgia Meloni, i gesti osceni, la mimica indecorosa: per molti è stata un’offesa intollerabile. E così, mentre il video rimbalzava sui social, arrivavano i fischi, le critiche, e persino l’informativa depositata dai Carabinieri in Procura a Civitavecchia.

Insomma, dal palco paesano di Passoscuro alla scrivania di un magistrato, il passo è stato più breve del previsto, un’escalation assurda: da cantante in vena di esternazioni a imputato di vilipendio quasi senza rendersene conto.

Ma io mi chiedo: è davvero questo il peso che vogliamo dare alla musica e alla politica oggi? È questa la centralità del dibattito pubblico? Che un artista “over”, in una serata estiva di provincia, debba diventare oggetto di informative giudiziarie?

La parabola della musica italiana degli “over”

E qui arriviamo alla terza questione, che per me resta la più amara, perché al di là delle scuse di Pappalardo, dei fischi del pubblico e della bagarre politica, quello che resta è un’immagine devastante della musica italiana di una certa generazione.

Parliamoci chiaro: non è solo Pappalardo. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a Riccardo Fogli che si lancia in un balletto degno di TikTok ma con trent’anni di ritardo, ad Antonello Venditti che fatica a tenere la voce che un tempo infiammava gli stadi, ad Albano che si arrampica sul traliccio delle luci come fosse Jack Sparrow in pensione.

E allora viene spontaneo chiedersi: ma quando critichiamo i giovani artisti che usano l’autotune, che sono prodotti di serie industriale, che spesso mancano di contenuti, non dovremmo avere la stessa severità nel guardare ai nostri “padri musicali”? Perché se i giovani peccano di artificiosità, qui rischiamo di assistere a un lento e triste decadimento.

Il palco, per un artista, dovrebbe essere sacro non il luogo della sceneggiata, del gesto osceno o della nostalgia mal gestita e invece sempre più spesso lo diventa.

Le scuse e il peso reale della vicenda

Pappalardo, va detto, ha chiesto scusa più volte, durante il concerto e dopo, ha riconosciuto di aver esagerato, di essersi lasciato trascinare. Ha tentato di giustificarsi con quell’episodio dell’energumeno che lo avrebbe “indirizzato” politicamente.
Ma il punto è un altro: quanto pesano queste scuse? Quanto conta davvero che un cantante, durante una festa paesana, abbia detto parolacce alla premier? (che piaccia o non piaccia).

Ecco il cuore della questione, questa vicenda ha lo stesso peso di una discussione da cortile, di una lite condominiale. Eppure è stata elevata a caso nazionale una sproporzione che racconta molto del nostro tempo: dove tutto diventa virale, tutto diventa simbolico, tutto viene politicizzato fino all’eccesso.

Dal palco alla Procura: un salto surreale

E così, quello che doveva restare confinato al palco di Passoscuro, diventa materia per la Procura di Civitavecchia. Una informativa dei Carabinieri sugli insulti rivolti a Giorgia Meloni, una vicenda che in altri tempi sarebbe finita tra le chiacchiere del pubblico al bar, oggi diventa atto ufficiale.

Surreale, davvero. È come se l’Italia non avesse problemi più seri, è come se non ci fossero inflazione, sanità al collasso, precarietà lavorativa, guerre ai confini dell’Europa. No: ci concentriamo su Pappalardo a Passoscuro.

Un uomo della strada davanti allo spettacolo

E io, da uomo della strada, non posso che indignarmi. Indignarmi non tanto per quello che ha detto Pappalardo – che resta comunque volgare e fuori luogo – ma per come tutto il sistema, media compresi, ha gonfiato questa vicenda fino a farla diventare una parabola politica.

Pappalardo non è un ideologo, non è un leader, non è un pensatore. È un cantante che, in un momento di intemperanza, ha detto la sua (ovviamente fuori contesto). Punto. Elevare quell’attimo a simbolo di una battaglia, pro o contro il governo, è ridicolo.

E se proprio vogliamo dirla tutta, è anche una triste cartolina di come la musica italiana, quella che dovrebbe rappresentare memoria e identità, stia scivolando sempre più nel grottesco.