Miss Riviera Tirrenica a Fiumicino: libertà di scelta, coerenza e la solita indignazione a buon mercato

Miss Riviera Tirrenica a Fiumicino: libertà di scelta, coerenza e la solita indignazione a buon mercato

A Piazzale Unione Europea si è svolta la finale regionale di Miss Italia Lazio 2025, con l’assegnazione della fascia di Miss Riviera Tirrenica. Un evento che sulla carta porta con sé il peso di un nome storico, ma che nella realtà non ha certo riempito la piazza. In platea si sono visti soprattutto i parenti delle concorrenti, gli amici più stretti e qualche curioso che passava di lì: insomma, niente fiumi di folla, niente entusiasmo da grande spettacolo di massa.

E, a dirla tutta, non c’è da sorprendersi. Manifestazioni di questo tipo, esattamente come i tornei di calcio under 18, i campionati regionali di atletica, le gare di nuoto o le partite di calcetto di quartiere, vivono quasi sempre del pubblico diretto: chi partecipa, chi accompagna e chi ha un legame affettivo con chi scende in campo o sale sul palco. Non è un limite, è semplicemente la natura di questi eventi: momenti di passione, di percorso personale, di piccolo spettacolo che si consuma all’interno di una comunità ristretta. Pretendere che attirino folle oceaniche è un errore di prospettiva, perché la loro funzione non è quella di radunare migliaia di spettatori, ma di offrire un palco a chi ha deciso di mettersi in gioco.

Fin qui, cronaca. Poi, come da copione, è partita l’isteria morale: “mercificazione del corpo”, “bassezza unica”, “ritorno indietro di trent’anni”, e l’immancabile richiamo alla coerenza con le giornate del 25 novembre e dell’8 marzo. Il tutto condito da paragoni forzati con la guerra in Palestina, come se una sfilata in piazza fosse un oltraggio politico e non un evento di intrattenimento.

Il paragone che non regge (e perché è intellettualmente disonesto)

Tirare fuori, a ogni pie’ sospinto, guerre e tragedie reali per demolire un evento locale è intellettualmente disonesto. È un gioco al rialzo della sofferenza: se c’è un conflitto nel mondo, allora nessun concerto, partita, festa patronale, film o sfilata dovrebbe tenersi. Ma la vita di una comunità non può essere sospesa in eterno “in nome di”. Se vogliamo parlare seriamente, diciamolo: le battaglie civili richiedono impegno concreto, proposte, lavoro culturale; non bastano i post indignati. E soprattutto non c’entra nulla pretendere che un Comune cancelli una serata di Miss Italia perché altrove c’è una manifestazione per la pace. Sono piani diversi. Sovrapporli è comodo, fa rumore, ma non produce nulla di utile.

Mercificazione del corpo? O libertà di scelta?

Parolina magica: scelta. Le ragazze che sfilano a Miss Italia sono consapevoli, si iscrivono, superano selezioni, si preparano, affrontano palco e giuria. È un percorso faticoso, spesso poco raccontato, fatto di disciplina, gestione dell’ansia, capacità di parlare in pubblico, cura di sé. Possiamo discutere quanto vogliamo sul peso dell’estetica nella società – tema sacrosanto – ma confondere una passerella con lo sfruttamento è una scorciatoia ideologica.

Lo sfruttamento esiste, eccome: nelle filiere dove i diritti non arrivano, nei contesti in cui non c’è contrattazione né tutela. Qui invece parliamo di un concorso noto, con regole, visibilità, opportunità professionali. E se davvero vuoi accusare l’amministrazione di aver “mercificato il corpo” di giovani ragazze, allora dovresti, come coerenza imporrebbe, di puntare il dito anche sulle ragazze stesse, perché il corpo è il loro e sono loro ad aver scelto liberamente di partecipare. Non le ha costrette nessuno, né il Comune né tantomeno “energumeni” come quelli che qualche sera abbiamo messo la pulce al Che Guevara di Passoscuro.

Non piace? Legittimo. Ma la libertà di non guardare non può diventare la pretesa di impedire agli altri di esserci.

La coerenza che manca

Chi oggi bacchetta l’amministrazione perché “promuove la sola estetica” spesso è lo stesso che consuma estetica a litri: feed pieni di influencer, reality, outfit, skincare, filtri e pose studiatissime. Va benissimo: è il nostro mondo, ipervisivo. Però diciamoci la verità: se la bellezza esibita su Instagram alimenta like e commenti, perché una passerella – per di più regolata e pubblica – dovrebbe diventare improvvisamente scandalo? Il Comune ha dato spazio a un evento di spettacolo. È questo il punto: spazio pubblico, non dottrina. Non ha riscritto i principi costituzionali, non ha decretato che l’estetica valga più dell’intelligenza. Ha ospitato un format di costume nazionale. Fine.

Cosa deve fare un Comune: moralizzare o programmare?

Qui c’è lo spartiacque. Io mi aspetto che un’amministrazione locale programmi: cultura, sport, turismo, spettacolo, associazionismo, memoria civile, educazione. Un cartellone che parli a pubblici diversi, senza trasformare ogni scelta in un sermone identitario. Un Comune non è un pulpito, è una regia. Può e deve affiancare una sfilata di Miss Italia a rassegne teatrali, presentazioni di libri, dibattiti su parità di genere, centri estivi, progetti con le scuole, giornate per la salute e la prevenzione. Non è o questo o quello; è anche questo e quello. Se vogliamo una città viva, dobbiamo smettere di ragionare in bianco e nero.

“Ma il messaggio che passa è sbagliato”

Obiezione tipica. Il messaggio di cosa, però? Che esistono carriere nella moda? Che la bellezza – sì, quella estetica – conta dentro un’industria che coinvolge fotografia, sartoria, make-up, comunicazione, produzione, uffici stampa? È vero, l’estetica è un filtro. Ma è anche un settore economico con migliaia di posti di lavoro. A me interessa che chi partecipa lo faccia con consapevolezza. Che la città, se ospita l’evento, lo faccia con i criteri di sempre: sicurezza, ordine pubblico, trasparenza nei costi, rientro di immagine per il territorio. E magari – se proprio vogliamo alzare l’asticella – affiancando workshop in cui si parla di stereotipi, body shaming, disturbi alimentari, diritti sul lavoro. Questo è maturità, non il dito alzato su Facebook.

Il moralismo da tastiera: catarsi a costo zero

La reazione social è un rito: si grida alla “pochezza”, si invoca la “dignità della donna”, si brandiscono paroloni. Poi si torna alla routine e nulla cambia. È la catarsi a costo zero: non costruisci nulla, non parli con nessuno, non metti in piedi un progetto alternativo, ma intanto ti sei guadagnato qualche applauso nella tua bolla. È politica? No. È sfogo. La politica – quella vera – è proposta: vai in commissione, scrivi un atto di indirizzo, suggerisci un protocollo per equilibrare cartelloni, chiedi che ogni evento pubblico abbia un corrispettivo sociale o educativo. Questo è fare; il resto è rumore.

Il corpo, lo sguardo e la responsabilità

C’è un tema serio: lo sguardo. In che modo guardiamo quei corpi in passerella? Con rispetto o con volgarità? La differenza la fa chi guarda, non chi cammina per dieci metri su un palco. L’educazione allo sguardo si costruisce a scuola, in famiglia, nei media, con esempi di dignità maschile e femminile. Se uno guarda con rispetto, vede lavoro, coraggio, tecnica; se guarda con malizia, vede ciò che porta dentro. Il concorso, di per sé, non obbliga nessuno a guardare male. Caricare l’evento di responsabilità che appartengono alla cultura complessiva è scaricare il barile.

“E il 25 novembre? E l’8 marzo?”

Se un’amministrazione il 25 novembre promuove campagne contro la violenza e l’8 marzo ospita incontri sulla parità, non c’è contraddizione nell’aprire la piazza a Miss Italia a settembre. La contraddizione c’è se i primi due restano eventi di facciata e l’attenzione ai diritti non entra nella programmazione annuale. Ma anche qui la soluzione non è il divieto: è l’equilibrio. Vuoi coerenza? Pretendila su trasparenza, sostegno ai centri antiviolenza, progetti educativi, finanziamenti a sport femminili, spazi per imprese e associazioni guidate da donne. Questi sono i metri veri, non la ghigliottina su una sfilata.

Il lavoro culturale che serve davvero

Se proprio devo chiedere qualcosa al Comune, chiedo qualità. Che accanto agli eventi pop si investa in biblioteche vive, residenze artistiche, cinema sotto le stelle fatti bene, festival con curatori seri, bandi chiari. Che si misuri l’impatto: quante persone, quali ricadute per i commercianti, che immagine della città esce fuori. E – perché no – che si “contamini” Miss Italia con contenuti: racconti di lavoro dietro le quinte, testimonianze su alimentazione e salute, percorsi di autostima. La bellezza non è una colpa; lo è l’ignoranza. La risposta all’ignoranza è più cultura, non meno eventi.

Il mio punto fermo da uomo della strada

Non mi scandalizza una sfilata. Mi scandalizza l’ipocrisia. Mi scandalizza chi usa grandi parole per piccole battaglie di visibilità. Mi scandalizza chi confonde la libertà degli altri con una minaccia al proprio schema mentale. A Fiumicino si è fatta una serata di costume: piacerà a molti, annoierà altri. Domani si faccia una serata di letture, dopodomani un concerto, poi una discussione pubblica su lavoro, diritti, pace. Questa è una città viva: pluralità, non uniformità.

E aggiungo: che l’opposizione non si aggrappi ai commenti sparsi di altri uomini della strada, spesso imboccati ad arte, per fare finta di avere un argomento politico. Cavalcare i mal di pancia dei gruppi social non è fare politica, è solo aizzare una parte di folla che cerca un po’ di protagonismo e che, nei fatti, si limita a commentare da dietro una tastiera. Molti di quelli che urlano online, poi, al momento giusto nemmeno vanno a votare, salvo lamentarsi il giorno dopo di chi governa.

Meno prediche, più progetti

Se qualcuno vuole cambiare davvero le cose, lo invito a fare una cosa semplice e difficilissima: proporre. Porti un’idea, la discuta, cerchi alleanze, la trasformi in realtà. Io sto con chi costruisce. E difendo il diritto di una ragazza a provare la sua strada, di un Comune a programmare, di una comunità a divertirsi senza sentirsi in colpa. La coscienza non si lava vietando, ma scegliendo con intelligenza.
Il resto è solo un’altra ondata di indignazione a tempo determinato, buona per i commenti, pessima per la città.