Parto da un fatto, come si deve sempre fare quando si vuole ragionare e non sbraitare a vuoto. La Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Roma, in collaborazione con i funzionari dell’INPS, ha concluso una complessa attività ispettiva nei confronti di una società attiva nel settore della distribuzione e della logistica nell’area aeroportuale di Fiumicino. Il risultato è quello che in gergo si chiama un’operazione di sistema: oltre 600 lavoratori coinvolti, contratti di collaborazione coordinata e continuativa che mascheravano in realtà rapporti di lavoro subordinato a tutti gli effetti, lavoratori monitorati via GPS come se fossero pacchi su un nastro trasportatore, e un’evasione contributiva accertata superiore ai quattro milioni di euro. Una cifra che non è un errore contabile. È il prezzo della dignità di 600 persone, pagate in nero, sottratto alla previdenza, all’assistenza, al futuro di chi lavorava.
È una notizia grave non ci sono dubbi su questo e io non sono qui a minimizzarla, a giustificarla, a fare lo gnorri davanti a quello che la Guardia di Finanza ha accertato con un’indagine che evidentemente non è nata dal niente, ma da una realtà che esisteva da tempo e che qualcuno aveva tutto l’interesse a far restare nell’ombra.
Quello che invece mi fa saltare sulla sedia, e che non riesco proprio a mandare giù, è la rapidità con cui l’opposizione locale ha trasformato questa notizia in un comunicato politico. PD, Sinistra Italiana e Lista Civica Ezio si sono mossi in formazione compatta: “emerge con forza una realtà che non può più essere ignorata”, dichiarano. “Il problema principale dell’aeroporto di Fiumicino non è la mancanza di infrastrutture, ma la qualità e la tutela del lavoro.” E fin qui, se ci fermassimo solo alle parole, chi potrebbe dargli torto?
Il punto è che non ci si può fermare alle parole non quando hai vissuto quella realtà dall’interno, non quando hai visto con i tuoi occhi cosa significava lavorare in quell’aeroporto quando ad amministrare c’era la sinistra. Non quando hai una memoria precisa, non ricostruita a posteriori, ma vissuta giorno per giorno, turno per turno.
Io quell’aeroporto l’ho vissuto, non l’ho letto su un comunicato
Non parlo per sentito dire, non è una formula retorica, è un fatto preciso. Sono stato dipendente aeroportuale. Sono stato dipendente Alitalia. Ho vissuto dall’interno uno dei contesti lavorativi più duri e meno raccontati di questo territorio, in anni in cui a governare Fiumicino era il centro sinistra. Gli stessi che oggi salgono sul palco dell’indignazione.
Sono entrato part time, sei ore al giorno, 765 euro al mese. Dico 765 euro al mese perché il numero è preciso, e la precisione in certi casi è necessaria. Non stiamo parlando di un lavoretto leggero, di qualcosa da fare in attesa di meglio. Stiamo parlando del ruolo di operatore unico aeroportuale, che tradotto per chi non ha mai messo piede in un aeroporto significa una cosa sola: carico e scarico bagagli, operazioni a terra, fisicità totale, ritmi dettati dai voli e da nessun senso della misura umana.
Estate, con l’asfalto della pista che a luglio tocca temperature che non ha senso nemmeno descrivere. Inverno, con il vento che arrivava da ogni dove e il freddo che entrava nelle ossa. Pioggia, notti, turni spezzati nel mezzo della giornata in modo tale da rendere impossibile anche solo organizzare la propria vita fuori dal lavoro. E quando un volo arrivava e doveva ripartire, il meteo non era un argomento di discussione. Si lavorava. Punto. Non c’era un sindacato pronto a fare le barricate per te. Non c’era un meccanismo di tutela reale che ti mettesse al riparo da certi abusi silenziosi. C’erano il volo, il nastro, i bagagli, e tu.
E mentre tutto questo succedeva, mentre io e i miei colleghi lavoravamo in quelle condizioni con quello stipendio, l’opposizione che oggi parla di dignità dov’era esattamente?
I contratti assurdi e il silenzio che faceva rumore
Perché il problema non è nato ieri. Non è un’emergenza del 2026. È una realtà strutturale che esiste da anni, che è stata tollerata, ignorata, gestita male e usata male da chiunque abbia avuto responsabilità. E “chiunque” non è una parola buttata lì per sembrare equidistanti. È una constatazione precisa, documentabile, verificabile da chiunque abbia voglia di aprire i cassetti invece di guardare soltanto la superficie.
I contratti borderline, le condizioni al limite, gli stipendi che non permettevano di vivere con dignità: tutto questo esisteva già, e da tempo, quando le stesse persone che oggi protestano erano dall’altra parte della barricata, o comunque non si trovavano certo a fare gli scudi umani per i lavoratori. Voglio essere ancora più concreto, perché i numeri in certi casi valgono più di qualsiasi ragionamento: ricordo lavoratori delle pulizie di bordo con contratti a quattro ore al giorno, con stipendi di poco più di quattrocento euro al mese. In nessuna nazione europea, in nessun ordinamento del lavoro che si rispetti, quei contratti sarebbero stati considerati accettabili. Eppure qui sì. Qui c’erano. In questo aeroporto, in questo territorio, in questi anni. E il silenzio che li circondava era assordante, molto più assordante di qualsiasi dichiarazione stampa.
I sindacati? Spesso assenti nel momento che contava davvero, efficaci a parole e molto meno nei fatti quando c’era da alzarsi in piedi contro qualcosa che era scomodo a tutti, aziende e politica incluse. Gli accordi aziendali? Presi senza un reale confronto con i lavoratori, costruiti per salvaguardare gli equilibri aziendali e non le persone che quegli accordi li avrebbero subiti sulla pelle. E la politica che oggi si commuove per i 600 lavoratori con i Co.Co.Co. falsi? Presente nelle celebrazioni del Primo Maggio, assente quando serviva una voce concreta nelle stanze in cui si decideva. Sempre.
Questa non è opinione. È memoria. E la memoria, quando fa comodo, viene messa in un cassetto con la chiave girata due volte.
Il capitolo Alitalia, che nessuno vuole davvero ricordare
E poi c’è un pezzo di storia che viene trattato sempre come una parentesi scomoda, una nota a piè di pagina da archiviare in fretta prima che qualcuno faccia le domande giuste. Sto parlando di Alitalia. Sto parlando di quello che è successo ai lavoratori di quella compagnia, in quegli anni, in questo territorio, con quella politica che guardava e non interveniva, o interveniva nel modo sbagliato, o interveniva solo quando era troppo tardi.
Tutti sanno cosa è accaduto. Ma sapere e ricordare non sono la stessa cosa, e ricordare nel momento in cui conviene è un’operazione che puzza lontano un chilometro.
Reparti di eccellenza smantellati nel silenzio generale. Il settore tecnico, il painting, figure professionali di alto profilo che avevano dedicato vent’anni, in alcuni casi più di vent’anni, a quella compagnia, costruendo competenze che in pochi al mondo avevano. Messe in cassa integrazione con la promessa implicita che quella fosse una fase temporanea, un momento di difficoltà da superare insieme. E poi, una volta finita la cassa integrazione, abbandonate. Senza un piano di ricollocamento serio, senza una prospettiva concreta, senza che nessuno, né a livello aziendale né a livello politico, si alzasse in piedi e dicesse ad alta voce e con quella chiarezza che certi momenti richiedono: questi lavoratori meritano una risposta vera, non un comunicato.
Io quelle persone le ho viste. Non me le ha raccontate nessuno, non le ho lette su un giornale. Ho visto colleghi con vent’anni di scalo essere messi alla porta senza replica, senza possibilità di difendersi, senza una seconda chance che fosse minimamente realistica. Persone che avevano costruito una carriera, una competenza tecnica rarissima, un’identità professionale profonda, finire per strada nel silenzio generale. Qualcuno si è riciclato come ha potuto, qualcuno è rimasto in bilico per anni, qualcuno ancora oggi porta il peso di quella stagione. Sono vite, non statistiche. E trattarle come dettaglio di contorno mentre si fa la morale sul lavoro irregolare mi fa venire una rabbia che faccio fatica a tenere dentro.
E oggi ci indigniamo per i contratti Co.Co.Co. mascherati da lavoro subordinato? Sacrosanto. Doveroso. Ma qualcuno ha il coraggio di chiedersi dov’era questa indignazione quando Alitalia finiva in pezzi e i suoi lavoratori con lei? Qualcuno si è alzato allora con la stessa energia che si trova oggi per un comunicato stampa? La risposta, purtroppo, la conosciamo tutti.
Il pretesto della quarta pista e la forzatura che non regge
E qui arriviamo al passaggio che, devo dirvelo chiaramente, trovo quasi surreale. L’opposizione decide di usare l’operazione della Guardia di Finanza, una notizia di cronaca giudiziaria precisa, circoscritta, verificabile, per costruire una dichiarazione politica che nel giro di poche righe arriva alla quarta pista.
“Il problema principale dell’aeroporto di Fiumicino non è la mancanza di infrastrutture, ma la qualità e la tutela del lavoro.” Bella frase. Tonda, efficace, adatta a essere condivisa tre volte sui social con i cuori rossi nei commenti. Ma cosa c’entra un’operazione della GdF sul lavoro irregolare in una società di logistica con il dibattito sull’ampliamento infrastrutturale dello scalo? Cosa c’entra un sistema di Co.Co.Co. mascherati da lavoro dipendente con la discussione sulla quarta pista, sulla riperimetrazione della Riserva, sui 13.000 posti di lavoro stimati al 2046 che la maggioranza cita come argomento principe a sostegno del progetto?
Niente. Non c’entra niente. E lo sanno benissimo anche loro.
Quello che è stato fatto è usare una notizia legittima come grimaldello per aprire una porta che si vuole aprire per altri motivi, in un momento in cui il dibattito sulla quarta pista è già abbastanza acceso da solo. Si chiama strumentalizzazione, e in politica è una pratica nota, antica, trasversale. Ma quando la strumentalizzazione riguarda il lavoro, riguarda 600 persone reali che hanno subito un sistema fraudolento per mesi o anni, riguarda famiglie e stipendi e contributi non versati e GPS addosso come se fossero merce, allora diventa qualcosa di più difficile da tollerare. Diventa un uso dei lavoratori come scenografia per un altro film. E questa cosa, nei confronti di quelle 600 persone prima ancora che nei confronti della politica, mi fa una rabbia enorme.
Il mea culpa che non arriverà mai
La parola “dignità” è potente. Fa presa immediata, tocca qualcosa di viscerale in chiunque abbia mai fatto un lavoro che non meritava il trattamento che riceveva. Ed è proprio per questo che andrebbe usata con rispetto, non come slogan ad intermittenza, da tirare fuori quando la notizia è fresca e il comunicato può fare effetto, e metterla via quando la situazione non fa comodo o quando le responsabilità riguardano anche te.
La dignità dei lavoratori dell’aeroporto non è un tema che è emerso l’8 aprile 2026 con un’operazione della Guardia di Finanza. È una questione strutturale, antica, intrecciata con decenni di scelte, compromessi, silenzi e accordi fatti alle spalle di chi in quella pista ci sudava davvero. E quella questione ha coinvolto tutti. Destra, sinistra, sindacati, aziende, politica locale e politica nazionale. Nessuno ne esce pulito. Nessuno.
Il mea culpa, se si volesse essere davvero seri e non solo convenientemente indignati, dovrebbe essere generale e trasversale. Senza colori politici, senza tenere d’occhio il calendario delle prossime elezioni. Dovrebbe partire da chi ha governato e ha lasciato prosperare quelle condizioni per anni, e dovrebbe estendersi a chi c’era in opposizione e non ha fatto abbastanza rumore nel momento in cui il rumore avrebbe avuto un peso. Dovrebbe includere chi ha firmato accordi sindacali al ribasso pensando di salvare il salvabile, e chi ha accettato contratti ridicoli pur di non perdere l’unico stipendio disponibile. È una catena lunga, e tutti ci sono agganciati dentro a qualche anello.
Ma quel mea culpa non arriverà. Non arriva mai. Arriva invece il comunicato stampa, arriva la dichiarazione altisonante, arriva il titolo che funziona sui social e si condivide bene. E poi passa tutto, rimane qualche commento acceso per qualche giorno, e si aspetta la prossima notizia utile per ricominciare da capo.
L’aeroporto non è cambiato, sono cambiate le narrazioni
Alla fine, se devo essere brutale, e lo devo essere, dico questo: quell’aeroporto non è cambiato così tanto come qualcuno vorrebbe far credere. Sono cambiate le narrazioni, le posizioni politiche, le convenienze del momento, i comunicati più o meno elaborati. Ma certe dinamiche di fondo sono rimaste. I contratti al limite, il lavoro grigio che scivola verso il nero, le figure professionali usa e getta, i lavoratori che il sistema macina quando servono e poi dimentica quando non servono più. L’operazione della Guardia di Finanza ha fatto emergere un sistema preciso, costruito nel tempo, che non nasce dall’oggi. Nasce da una cultura del lavoro aeroportuale che ha radici profonde, e che nessuna amministrazione ha avuto il coraggio di sradicare davvero, perché sradicarla costa, fa rumore, disturba equilibri che a molti conviene non toccare.
Questo era l’aeroporto quando c’era il centro sinistra. Questo è l’aeroporto adesso. E chi ha vissuto entrambe le stagioni, chi ci ha lavorato dentro con le mani e con la schiena, chi ha visto colleghi brillanti finire per strada dopo anni di servizio impeccabile, fatica molto a trovare le differenze sostanziali che i comunicati vorrebbero descrivere.
Denunciare il lavoro irregolare è giusto, necessario, doveroso, e chi lo fa dal punto di vista della magistratura e delle forze dell’ordine merita rispetto e supporto. Ma usare quella denuncia per fare politica di parte, come se il problema fosse nato con questa amministrazione, come se prima fosse tutto regolare e sotto controllo, come se chi parla oggi non avesse le mani in pasta nello stesso impasto per anni, non è denuncia. È propaganda. E la differenza tra le due cose, per chi vuole ancora capirci qualcosa, è enorme e non negoziabile.
L’unica vera irregolarità che nessuna ispezione dell’INPS potrà mai sanzionare è quella del modo in cui la politica usa la verità quando le conviene e la rimette in tasca quando non serve.
Senza tifare per nessuno, come sempre.


