A Fiumicino il diserbante è sull'erba ma il veleno vero è nei commenti

A Fiumicino il diserbante è sull’erba ma il veleno vero è nei commenti

Ci sono storie che cominciano in modo semplice, quasi banale, e poi prendono una piega che ti dice tutto quello che c’è da sapere su come funziona il dibattito pubblico da queste parti. Questa è una di quelle storie. E me la sono seguita tutta, post dopo post, commento dopo commento, condivisione dopo condivisione, con quella sensazione precisa di chi guarda un incidente in autostrada e rallenta lo stesso anche sapendo già com’è andata a finire.

Allora partiamo dall’inizio, dai fatti, che è sempre da lì che si dovrebbe partire.

Qualche tempo fa, su un gruppo Facebook di Aranova, qualcuno ha segnalato una cosa concreta: l’erba a bordo strada non era stata estirpata meccanicamente, come ci si aspetterebbe, ma fatta seccare con un diserbante chimico. Una segnalazione legittima, per carità, anzi più che legittima, perché in quella zona i cani ci passeggiano ogni giorno, i bambini ci girano intorno, e la domanda su cosa viene spruzzato a pochi centimetri dal suolo dove camminano i nostri animali non è una domanda paranoica: è buon senso. Fin qui, tutto bene. Anzi, fin qui chapeau a chi osserva e segnala.

Poi però è successo quello che succede sempre, puntuale come l’afa d’agosto.

Quando una segnalazione diventa un processo pubblico

Il post ha cominciato a rimbalzare. Prima dentro il gruppo di Aranova, poi negli altri gruppi, poi ancora oltre, e nel giro di qualche ora quella che era una segnalazione ambientale si è trasformata in qualcosa di completamente diverso: un processo pubblico, senza imputati presenti, senza prove verificate, senza il minimo spazio per una risposta che non fosse già travolta dalla marea dei commenti.

Perché funziona così, sui social di Fiumicino come del resto del mondo: il fatto originale smette quasi subito di essere il centro della discussione, e al suo posto si installa lo scontro. Commenti pro, commenti contro, qualcuno che difende l’amministrazione, qualcuno che la attacca, e poi, inevitabilmente, si arriva alle offese. Quelle vere, quelle pesanti, quelle che non hanno niente a che fare con l’erba secca o con i diserbanti chimici, ma che sono semplicemente odio confezionato in frasi e sparato contro persone concrete.

L’assessore Stefano Costa, a questo punto, ha deciso di non stare in silenzio. E nel suo lungo post ha scritto una cosa che vale la pena leggere con attenzione, senza filtri, perché racconta meglio di qualsiasi analisi sociologica il livello a cui siamo arrivati: gli è stato detto che è “uno schifo di politico”, un “rigurgito della società”, e qualcuno, nella sua infinita saggezza digitale, ha addirittura raccomandato a Nostro Signore di portarselo via il prima possibile. Capito bene? Qualcuno ha augurato la morte a un assessore comunale perché non era d’accordo su come viene tagliata l’erba a bordo strada.

Io mi fermo qui un secondo. Perché questa cosa la voglio far pesare, voglio che rimanga lì, ferma, prima di andare avanti.

Il confine cancellato che nessuno vuole vedere

C’è una differenza enorme, abissale, tra chiedere chiarimenti e insultare. Tra segnalare un problema e augurare la morte a qualcuno. Tra fare opposizione e aizzare una folla già scaldata. Questa differenza esiste, è reale, è anche scritta nel codice penale, eppure a Fiumicino sembra che in molti abbiano deciso di ignorarla del tutto, di far finta che non ci sia, o peggio ancora di usarla come strumento politico a seconda di chi riceve le offese.

L’amministrazione, di fronte a tutto questo, ha deciso di procedere con le querele. Ed è stato a quel punto che è partita la seconda ondata, quella politica, quella narrativa, quella che trasforma tutto in un simbolo comodo da usare.

L’opposizione, con il suo leader Ezio Di Genesio Pagliuca in prima fila, ha preso la palla al balzo e l’ha giocata nel modo più prevedibile possibile: la difesa dei cittadini, il diritto alla segnalazione, il rischio che chi governa trasformi in una minaccia il fatto di fare domande. Parole nobili, in astratto. Nel concreto, però, quello che è successo è qualcosa di diverso, e io non me la sento di non dirlo.

Nel suo post, Di Genesio Pagliuca ha scritto, tra le altre cose, che nessuno giustifica insulti o offese personali, ma poi ha aggiunto subito che quello non era il punto. E qui casca l’asino. Perché se non è quello il punto, qual è? Se uno degli elementi centrali della vicenda sono stati proprio quegli insulti, proprio quelle frasi, proprio quelle invocazioni alla morte, allora dire che non è quello il punto significa semplicemente scegliere di non vederle. O scegliere di non farle pesare.

La narrazione della censura e i suoi usi politici

“Censura di stato.” Anzi, in questo caso, “censura comunale.” Basta questo, basta questa etichetta, e improvvisamente tutto si semplifica: i querelanti diventano vittime di un sistema che vuole silenziare il dissenso, l’amministrazione diventa il Grande Fratello di provincia, e chi ha scritto cose oscene diventa, per magia narrativa, un cittadino coraggioso che ha solo voluto segnalare un problema ambientale.

Ne ha scritto anche Fiumicino Online, la notizia è circolata, è stata ripresa da attivisti e commentatori vari, sempre con la stessa chiave di lettura: il potere che schiaccia il cittadino. È un racconto efficace, lo capisco. È un racconto che funziona, che scalda, che fa presa su chi è già arrabbiato e cerca una narrativa in cui riconoscersi.

Ma è un racconto falso. O almeno, è un racconto incompleto in modo così deliberato da diventare disonesto.

Perché chiunque abbia letto il post dell’assessore Costa sa benissimo di cosa si parla. Non si parla di cittadini che hanno chiesto spiegazioni sulle procedure di diserbo e sono stati zittiti con una diffida. Si parla di persone che hanno scritto cose che, dette per strada, porterebbero a una denuncia immediata. Allora perché scritte su Facebook dovrebbero essere intoccabili? Per quale ragione il mezzo digitale dovrebbe cancellare la responsabilità di quello che si dice?

I social non sono il bar sotto casa

Permettetemi di dirlo in modo diretto, senza giri di parole, perché lo ripeto da anni e continuerò a ripeterlo anche se non piace: i social non sono terra di nessuno.

Non sono il bar sotto casa dove uno spara una cazzata e quella rimane lì, evaporata nell’aria del locale. Non sono una zona franca dove le parole perdono il loro peso. Non sono uno sfogo privato, perché sono pubblici per definizione, visibili, condivisibili, tracciabili. Sono strumenti di comunicazione a tutti gli effetti, e come tali hanno delle regole, delle implicazioni, delle conseguenze.

Se offendi qualcuno su Facebook, quella è un’offesa. Se diffami, quella è una diffamazione. Se auguri la morte a qualcuno, quella è una cosa seria, molto seria, che ha un nome preciso nella nostra legislazione. Non è una questione di sensibilità, non è una questione di pelle sottile o pelle spessa, non è una questione di abituarsi al “così funzionano i social”. È una questione di legge, punto.

Appellarsi alla libertà di espressione in questi casi è un abuso della libertà di espressione stessa. La libertà di espressione protegge il dissenso, la critica, anche quella dura, anche quella scomoda, anche quella che fa arrabbiare chi governa. Non protegge gli insulti gratuiti, le diffamazioni, le minacce velate o esplicite. Questa distinzione esiste, ed è fondamentale.

E chi fa politica, chi guida un’opposizione, chi si pone come punto di riferimento civico per una comunità, ha la responsabilità di saperla fare, questa distinzione. Non di appiattirla per convenienza narrativa.

A parti inverse sarebbe successa la stessa cosa

Voglio essere brutalmente chiaro su un punto, perché altrimenti questa diventa la solita difesa del potere e io non ho nessuna intenzione di fare il difensore di nessuno.

Se al posto dell’assessore Costa ci fosse stato un esponente del centrosinistra, se al posto di questa amministrazione ci fosse stata quella precedente, se gli insulti fossero stati indirizzati contro qualcuno di diverso colore politico, il risultato sarebbe stato identico. Esattamente identico. Le querele ci sarebbero state lo stesso, la difesa sarebbe venuta dall’altra parte, e la narrazione della censura sarebbe stata usata dagli stessi che oggi la smentiscono o da chi oggi la cavalca.

Sfido chiunque, in buona fede, a sostenere il contrario. Sfido chiunque a dirmi che un esponente del centrosinistra, bersagliato da insulti del genere, da auguri di morte, da attacchi personali di quella virulenza, avrebbe lasciato correre senza prendere provvedimenti legali. Non prendiamoci in giro. Non funziona così, e lo sappiamo tutti.

Questo non lo dico per assolvere chi ha querelato. Lo dico per rimettere la questione nei suoi termini reali, senza la vernice ideologica che in questa vicenda è stata spalmata da entrambe le parti. Il problema non è la parte politica di chi denuncia. Il problema è che esiste, radicata e diffusa, la cultura per cui sui social si può dire qualsiasi cosa senza pagarne il prezzo. E questa cultura va combattuta sempre, a prescindere da chi ne è vittima.

Il vero tema che nessuno ha approfondito

E poi c’è un’altra cosa che mi rode, e che in tutta questa storia è rimasta schiacciata sotto il peso delle polemiche. La domanda originale. Quella giusta, quella legittima, quella che avrebbe meritato una risposta seria e documentata.

Che tipo di diserbante è stato usato? Qual è il protocollo seguìto dal Comune per il trattamento delle aree a bordo strada? Ci sono rischi reali per la fauna locale, per i cani che passeggiano in quelle zone ogni giorno, per l’ambiente in generale? Queste domande hanno avuto una risposta chiara, pubblica, verificabile?

Perché se non ce l’hanno avuta, allora c’è ancora una cosa su cui l’amministrazione deve rispondere. Non sulle querele, non sulla libertà di espressione, non sulla battaglia social tra fazioni opposte. Sulla sostanza. Su cosa viene spruzzato e perché, su chi ha deciso e in base a quali criteri, su quali alternative esistono e se sono state considerate.

Il dibattito pubblico ha il difetto gravissimo di divorare i contenuti reali per nutrirsi di conflitti personali. E in questo caso il meccanismo ha funzionato alla perfezione: siamo partiti da un problema ambientale concreto e siamo finiti a parlare di libertà di espressione, di querele, di censure di stato e di battaglie tra fazioni. Nel frattempo, l’erba secca ai bordi della strada di Aranova probabilmente è ricresciuta, e le domande sui diserbanti attendono ancora una risposta che abbia la dignità di una risposta vera.

Una bacchettata meritata, e non sarà l’ultima

Quindi sì, oggi l’Uomo della Strada bacchetta l’opposizione. Lo dico chiaramente, senza paura di sembrare di parte, proprio perché non lo sono.

Cavalcare la narrativa della censura in una vicenda dove ci sono stati auguri di morte è sbagliato. Non perché si debba difendere l’amministrazione in carica, ma perché abbassare il livello del dibattito non fa bene a nessuno, non fa bene al territorio, non fa bene ai cittadini che quell’opposizione dovrebbe rappresentare. Difendere il diritto dei cittadini a segnalare problemi è sacrosanto, lo ribadisco senza riserve. Ma farlo senza distinguere le segnalazioni dagli insulti significa scegliere la comoda confusione al posto della scomoda chiarezza.

E quella scelta, quella deliberata ambiguità, ha un costo. Il costo è che chi legge capisce che anche per l’opposizione non tutti gli insulti sono uguali: dipende da chi li riceve.

Detto questo, e lo sottolineo con altrettanta forza, questo articolo non è una cambiale in bianco per nessuno. Chi governa ha le sue responsabilità, le ha avute in passato, le ha oggi, le avrà domani. E quando ci sarà qualcosa da dire, lo si dirà. L’ho fatto prima, lo faccio adesso, lo farò ancora.

Ma oggi il punto era questo: aizzare la folla non è fare opposizione. Confondere la libertà di critica con la libertà di insultare non è difendere i cittadini. E fingere che i social siano una zona franca dove tutto è permesso è una bugia comoda che prima o poi presenta il conto.

Quel conto, in questa vicenda, è già arrivato.