Fiumicino, sfalci e potature: colpa del Comune, colpa nostra, colpa di tutti, tranne del rastrello

Fiumicino, sfalci e potature: colpa del Comune, colpa nostra, colpa di tutti, tranne del rastrello

Io non lo so se a Fiumicino abbiamo un problema con l’erba o con chi prende le decisioni, però una cosa è certa: quando un servizio pubblico parte e nel giro di poche ore viene già corretto, aggiustato, rattoppato, significa che qualcosa non ha funzionato a monte, e nemmeno poco. Non si tratta di un dettaglio tecnico, di una svista marginale, di uno di quegli aggiustamenti fisiologici che capitano a ogni avvio. Si tratta di qualcosa di più profondo e più preoccupante: si tratta del modo in cui un’amministrazione pensa il territorio che governa.

Il fatto è chiaro e verificabile. Il Comune di Fiumicino ha comunicato l’avvio, dal primo aprile, del nuovo servizio di raccolta a domicilio degli sfalci e delle potature, con modalità inizialmente molto restrittive: il famoso sacco 60×40, la prenotazione telefonica obbligatoria, i limiti di quantità che sembravano pensati per un appartamento al quinto piano senza balcone. Poi, nel giro di pochissime ore, dopo le reazioni sui social e nei gruppi cittadini, si è corso ai ripari, modificando quantità e modalità operative. Correggere è meglio che perseverare, d’accordo. Ma la domanda che nessuno vuole farsi è un’altra: perché si è arrivati fin lì? Perché si è resa necessaria una correzione immediata su qualcosa che avrebbe dovuto essere pianificato con cura?

Fiumicino non è una città di palazzi

Chiunque viva qui lo sa, e non serve essere urbanisti per capirlo. Fiumicino non è Roma centro, non è una città costruita attorno ai cassonetti condominiali, non è un luogo dove il verde domestico si riduce a un vaso di basilico sul davanzale. È un territorio fatto prevalentemente di villette, villini, giardini privati, spazi verdi spesso anche di dimensioni considerevoli, con palme, siepi, prati, alberi da frutto, arbusti di ogni genere. Questo dato non è un’opinione, è la morfologia del territorio.

E questa morfologia ha una conseguenza concreta e quotidiana: gli sfalci e le potature non sono un evento raro, non sono qualcosa che capita due volte l’anno come la pulizia delle grondaie. Sono una routine, quasi una necessità settimanale in certi periodi. Tagliare il prato, sistemare le siepi, gestire le palme con i loro strati di foglie secche, raccogliere rami dopo ogni temporale, smaltire quello che un giardino produce naturalmente nel corso delle stagioni: tutto questo è la normalità per chi vive in una villetta a Fiumicino.

E allora mi chiedo, con una certa dose di incredulità che con il passare delle ore si è trasformata in qualcosa che assomiglia a rassegnazione: davvero qualcuno pensava che un sistema basato su un sacco piccolo e su prenotazione telefonica potesse reggere l’impatto reale di un territorio come questo? Davvero? Perché qui non stiamo parlando di teoria urbanistica o di analisi comparate tra modelli di raccolta differenziata. Stiamo parlando di vita quotidiana. Stiamo parlando di quello che succede ogni sabato mattina in ogni giardino di questo territorio.

La reazione dei cittadini non nasce dal niente

Sui gruppi Facebook si è scatenato il solito caos, con lamentele, ironie, sfoghi e qualche risposta piccata. E so già cosa sta pensando qualcuno: “la solita polemica social, la gente si lamenta sempre di tutto”. Ma liquidare queste reazioni come rumore di fondo sarebbe un errore enorme, oltre che un comodo modo per non dover rispondere di niente.

Perché dietro quelle reazioni c’è un dato reale: il sistema, così come era stato presentato inizialmente, era percepito come completamente scollegato dalla realtà di chi vive qui. Non da una minoranza rumorosa, non da quelli che si lamentano per partito preso, ma da una parte significativa della popolazione che semplicemente non riusciva a immaginare come avrebbe potuto usare quel servizio nella propria vita concreta. E quando la reazione è così immediata, così diffusa e così uniforme, il problema non è la comunicazione: è la progettazione.

Perché un’amministrazione che comunica bene un servizio pensato male non migliora il servizio, lo vende meglio. E vendere meglio un servizio che non funziona non aiuta nessuno, figurarsi i cittadini.

Il confronto con gli altri comuni

Se allarghiamo lo sguardo al territorio circostante, la situazione diventa ancora più interessante. Ogni comune ha il suo sistema, è vero, e nessuno ha trovato la soluzione perfetta. Ma c’è una differenza sostanziale tra chi prova a costruire qualcosa di ragionevole e chi parte con misure che sembrano scritte senza guardare fuori dalla finestra.

A Ladispoli si parla di cinque sacchi o cinque fascine a conferimento, una soglia imperfetta ma almeno umana. A Cerveteri esiste una gestione più strutturata con isole ecologiche calendarizzate e accessibili. A Civitavecchia si può scegliere tra prenotazione e conferimento diretto, con una certa flessibilità che tiene conto delle esigenze diverse dei cittadini. Ad Anzio esiste un calendario porta a porta con limiti chiari ma realistici, pensati per chi ha un giardino vero.

Insomma, il confronto non è impietoso perché gli altri sono bravi e noi no. Il confronto è istruttivo perché mostra che il problema non è impossibile da affrontare, che esistono soluzioni percorribili, che altri comuni ci hanno almeno provato con maggiore cognizione di causa. E allora la domanda che nasce spontanea è: perché a Fiumicino si è partiti con qualcosa che sembrava più un esperimento che un servizio strutturato?

Il vero problema: il buon senso che manca

E qui arriva la parte più scomoda, quella che non piace a nessuno, quella che di solito si evita per non risultare antipatici. Perché non è solo colpa del Comune.

Io giro Fiumicino tutti i giorni, e quello che vedo spesso non ha nulla a che fare con la normalità della gestione domestica del verde. Ci sono persone che mettono fuori casa uno o due sacchi dopo aver tagliato il prato, e quello è perfettamente comprensibile, è esattamente per questo che esiste il servizio. Ma poi ci sono scene che definire surreali è quasi un eufemismo. Cataste di foglie di palma alte come muri. Decine di sacchi neri, che peraltro sono vietati quasi ovunque. Fascine che sembrano pronte per alimentare un forno industriale. Cumuli di verde che non hanno nulla a che fare con la gestione domestica ma assomigliano allo scarico di un’attività professionale non dichiarata.

E allora diciamolo con tutta la chiarezza necessaria: quando succedono queste cose, il problema non è il servizio. Il problema siamo noi. Perché il servizio è pensato per i cittadini, non per chi decide che il marciapiede è una discarica personale a disposizione gratuita della collettività.

Il cittadino ha diritti, ma anche doveri

Qui c’è una verità che viene sistematicamente rimossa dal dibattito pubblico, forse perché scomoda, forse perché nessuno vuole sembrare quello che fa la morale: nulla è dovuto per default. Il servizio pubblico esiste per garantire un equilibrio, non per assecondare ogni eccesso.

Se metto fuori un quantitativo di sfalci sproporzionato, sto creando un problema che ricade su tutti gli altri. Sul vicino che paga le tasse come me. Sull’operatore che deve raccogliere e gestire. Sul sistema che va in tilt e poi non riesce a garantire il servizio a chi ne avrebbe davvero bisogno. E quindi sì, il cittadino ha ragione quando chiede un servizio adeguato alla realtà di questo territorio. Ma ha torto quando pretende di usarlo senza limiti, senza rispetto, come se la questione riguardasse solo lui.

Il Comune e l’errore della comunicazione improvvisata

Detto questo, non si può far finta che il Comune sia esente da responsabilità, perché sarebbe disonesto e sarebbe anche sbagliato. L’errore più grave non è stato tanto la regola in sé, quanto il modo in cui è stata pensata e poi presentata ai cittadini.

Comunicare una misura così impattante sulla vita quotidiana di decine di migliaia di persone senza una preparazione adeguata, senza una spiegazione che andasse oltre il comunicato generico, senza un periodo di transizione che consentisse di abituarsi gradualmente alle nuove modalità: significa esporsi inevitabilmente a una reazione negativa. E quella reazione non è capriccio, è la risposta razionale di chi si vede applicare una regola che non capisce perché non gliel’è stata spiegata.

Il risultato è quello che abbiamo visto: correzione in corsa, marcia indietro parziale, confusione. E all’esterno, l’immagine che rimane è quella di un’amministrazione che improvvisa, che naviga a vista, che prima comunica una cosa e poi la modifica sotto la pressione dell’opinione pubblica. In un contesto in cui la fiducia istituzionale è già ridotta al lumicino, questo tipo di scivoloni fa danni che vanno ben oltre il servizio sfalci.

L’isola ecologica: il grande punto interrogativo

C’è un altro tema che attraversa questa vicenda in modo trasversale, e che sarebbe disonesto non nominare: l’isola ecologica. Sulla carta è la soluzione a tutto, il luogo dove conferire quello che il porta a porta non può gestire, la risposta strutturale ai picchi stagionali. Nella realtà è uno dei punti più critici dell’intera gestione del verde sul territorio.

Io, visto che qui ci sono nato e ci vivo, non ho ancora capito con precisione quando è aperta, come funziona davvero in ogni suo aspetto operativo, quali sono gli orari certi su cui poter programmare una trasferta. E non credo di essere l’unico. La domanda vera però è un’altra: perché non si riesce a organizzare un servizio con orari chiari, continuativi, accessibili, comunicati in modo comprensibile a tutti? Perché non si può avere un’apertura che copra almeno una fascia ampia della giornata, come avviene in tanti altri comuni senza che sembri un evento straordinario?

E soprattutto: perché ogni volta che ci vai hai la sensazione vaga ma persistente di dare fastidio? Perché diciamolo senza troppi giri di parole: chi lavora in certi sportelli pubblici sembra a volte più infastidito che disponibile. E no, non è accettabile come dato di fatto. Lavorare a contatto con il pubblico significa anche avere un minimo di orientamento al servizio, altrimenti quello che dovrebbe essere una soluzione diventa un ostacolo aggiuntivo.

Il problema logistico che nessuno vuole vedere

C’è poi un aspetto pratico che viene sistematicamente ignorato da chi scrive le regole stando seduto in un ufficio. Non tutti hanno un furgone. Non tutti hanno un’auto capiente. Non tutti possono fare avanti e indietro più volte per portare gli sfalci all’isola ecologica, specialmente se lavorano, se sono anziani, se non hanno la patente, se hanno semplicemente altro da fare nella loro giornata. E allora che succede? Succede quello che succede sempre: si scarica tutto davanti casa, si aspetta, si spera che qualcuno passi, e il sistema si inceppa nel punto esatto in cui avrebbe dovuto funzionare.

Un servizio pubblico deve tenere conto anche delle possibilità reali dei cittadini, non solo delle norme teoriche. Deve essere progettato partendo da chi lo usa, non da chi lo scrive. Altrimenti è un esercizio burocratico che serve più a mettere una spunta su un documento di pianificazione che a risolvere un problema concreto.

Dove ha ragione chi e dove ha torto chi

La risposta onesta, per quanto scomoda, è che hanno ragione tutti e torto tutti. Ha ragione il cittadino quando chiede un servizio adeguato a un territorio come Fiumicino, un territorio che ha caratteristiche precise e che meriterebbe una risposta altrettanto precisa. Ha torto quando esagera, quando abusa, quando trasforma il marciapiede in un’appendice del proprio giardino a spese della comunità.

Ha ragione il Comune quando prova a mettere delle regole, a costruire un sistema che abbia una logica interna, che non sia il far west permanente che spesso vediamo. Ha torto quando le impone senza pianificazione seria, senza comunicazione adeguata, senza quella visione d’insieme che dovrebbe essere il presupposto minimo di qualsiasi servizio pubblico.

E nel mezzo ci siamo noi, i residenti, che continuiamo a navigare tra regole che cambiano nel giro di una mattinata e comportamenti che non cambiano mai da anni.

Il 31 marzo non era ancora il primo aprile, eppure i bidoni verdi sono rimasti lì

C’è un dettaglio che sembra piccolo ma che dice tutto su come questa transizione è stata gestita. Il nuovo servizio è partito il primo aprile. Bene. Ma il 31 marzo, giorno precedente, i classici bidoni verdi che da sempre si mettono fuori per gli sfalci non sono stati ritirati. Quei contenitori che i cittadini usano da anni, che fanno parte della routine consolidata di questo territorio, quel giorno sono rimasti sul marciapiede. E lì sta il problema, non nelle nuove regole in sé, ma nel modo in cui si cambia.

Nessuno nega che le modalità di raccolta possano essere modificate, aggiornate, migliorate. Sarebbe assurdo pretendere che le regole non cambino mai. Ma quando si decide di cambiare un servizio che riguarda decine di migliaia di persone, il minimo sindacale è che la transizione sia pianificata con cura e comunicata in modo chiaro, preciso, capillare. Non un comunicato generico pubblicato all’ultimo momento, non una nota che la metà dei residenti non ha letto. Una comunicazione vera, anticipata, che spieghi cosa cambia, da quando, e soprattutto cosa fare nel mezzo, in quei giorni di passaggio in cui le vecchie regole non valgono più e le nuove non sono ancora chiare a nessuno. Perché quel bidone verde rimasto fuori il 31 marzo non è una svista tecnica. È la fotografia esatta di una transizione che non c’è stata.

Il metro, il calibro e la realtà

Allora, detto questo, oggi esco di casa e vado in ferramenta. Perché ho letto con attenzione il comunicato, e ho scoperto che le fascine devono essere lunghe massimo un metro e avere una circonferenza di dieci centimetri. Dieci centimetri. Il che significa che mi serve un metro, ma evidentemente mi serve anche un calibro, perché a quanto pare adesso dobbiamo diventare tutti geometri del verde domestico, certificatori di fascine, tecnici della potatura a norma di regolamento.

Solo che nella vita reale, in quarant’anni che frequento giardini, orti e cortili di questo territorio, una fascina da dieci centimetri di circonferenza non l’ho mai vista. Mai. E forse è esattamente questo il punto, il nodo che non riusciamo mai a sciogliere: tra il regolamento scritto sulla carta da qualcuno che probabilmente non ha un giardino e la realtà vissuta ogni sabato mattina con il rastrello in mano c’è una distanza enorme. Una distanza che non si misura in centimetri, ma in quanta voglia abbiamo di fare sul serio.