Il Parco d'Affaccio di Ostia Antica: un milione e mezzo per guardare il Tevere… e basta

Il Parco d’Affaccio di Ostia Antica: un milione e mezzo per guardare il Tevere… e basta

Non lo so se ridere o arrabbiarmi, e forse il punto è proprio questo: quando ti trovi davanti a certe cose, capisci che non è più nemmeno questione di politica, non è questione di destra o di sinistra, non è una battaglia tra amministrazioni. È qualcosa di più profondo, di più radicato, una specie di rassegnazione strutturale che si è sedimentata nel tempo come la muffa su un muro umido e che trasforma ogni buona idea in un’occasione mancata, ogni progetto promettente in un monumento all’incompiuto. E il Parco d’Affaccio di Ostia Antica è esattamente questo: una buona idea, pure costosa, che rischia di diventare l’ennesimo simbolo di come si possano spendere soldi pubblici senza avere la minima visione su cosa farne dopo, senza un piano, senza una strategia, senza nemmeno il buon senso di immaginare cosa succede il giorno dopo il taglio del nastro.

Partiamo dai fatti, perché qui non si parla di sensazioni o di impressioni soggettive, ma di numeri, di progetti, di scelte precise, e di realtà che chiunque può andare a verificare con i propri occhi.

Un progetto sulla carta perfetto

Il Parco d’Affaccio di Ostia Antica è stato inaugurato nel maggio del 2025, con un investimento che supera il milione e mezzo di euro, fondi legati al Giubileo inseriti in un piano più ampio da circa 7,3 milioni di euro destinato alla realizzazione di cinque parchi lungo il Tevere. Un’operazione che, almeno nelle intenzioni dichiarate, avrebbe dovuto cambiare il rapporto tra Roma e il suo fiume, restituendo ai cittadini e ai turisti un accesso diretto, fruibile e valorizzato a un tratto di territorio che da troppo tempo giaceva nell’abbandono e nell’indifferenza.

Parliamo di un’area che varia, a seconda delle fonti consultate, tra circa 1,5 e 5,5 ettari, collegata direttamente agli scavi archeologici di Ostia Antica, quindi non una zona qualsiasi ma uno dei contesti più delicati e importanti d’Europa dal punto di vista storico, culturale e paesaggistico. Un posto dove la storia si tocca con mano, dove il Tevere scorre ancora come scorreva duemila anni fa (forse con qualche modifica), dove l’aria sa di qualcosa di antico e prezioso.

Le opere realizzate, sempre sulla carta, sono quelle che ti fanno dire “finalmente, stavolta ci siamo”: bonifica ambientale, percorsi pedonali e ciclabili in terra battuta, pontili in legno per l’attracco e l’osservazione naturalistica, aree di sosta, spazi dedicati al birdwatching, un collegamento fluviale pensato fino a Ponte Marconi, e persino l’integrazione con il sentiero Pasolini, quel percorso poetico e urbano che attraversa luoghi carichi di memoria. L’obiettivo dichiarato era chiaro e, devo dirlo, anche condivisibile: valorizzare la biodiversità del Tevere e creare un legame concreto tra il fiume e l’area archeologica, tra la natura e la storia, tra il territorio e chi lo abita o lo visita.

E quando leggi tutto questo, ti viene quasi da pensare che per una volta si sia fatto qualcosa di intelligente, qualcosa che guarda al turismo, alla sostenibilità, al futuro, qualcosa che non sia solo una toppa su una buca o un’asfaltatura fatta male. Ti viene voglia di credere che qualcuno, da qualche parte, abbia avuto una visione vera.

Poi però ci vai.

La realtà: un parco già stanco dopo poche settimane

Già a poche settimane dall’inaugurazione, come raccontato anche da un articolo di Canale Dieci del luglio 2025, il parco mostrava segni evidenti di abbandono: erba alta, manutenzione assente, strutture poco curate, quella sensazione inequivocabile di un posto che è già stato dimenticato da chi lo ha creato. E già lì, uno dovrebbe iniziare a farsi qualche domanda seria, perché se un’opera nuova di zecca, inaugurata con i crismi del caso e con tanto di comunicati stampa entusiasti, entra in sofferenza dopo così poco tempo, significa che il problema non è la gestione quotidiana, non è la mala sorte, non è il personale assente. Significa che il problema è strutturale, è nella progettazione stessa, nella mancanza di un pensiero che vada oltre la cerimonia inaugurale.

Perché quando fai un’opera pubblica, non devi pensare solo al momento del taglio del nastro, non devi pensare solo alla foto da pubblicare sui social, non devi pensare solo alle dichiarazioni trionfanti da mandare ai giornali. Devi pensare a quello che succede il giorno dopo, il mese dopo, l’anno dopo. Devi pensare a chi lo gestirà, con quali risorse, con quale personale, con quale piano di manutenzione ordinaria e straordinaria. E invece qui sembra che qualcuno si sia fermato esattamente al momento della foto ufficiale, come se il compito finisse lì, come se inaugurare e gestire fossero due cose che non hanno nulla in comune.

Ci sono stato: ed è anche peggio di quanto si pensi

Ci sono andato di persona. Non per sentito dire, non per leggere articoli o basarmi su segnalazioni altrui, ma per vedere con i miei occhi cosa fosse diventato questo parco, per capire davvero di cosa stiamo parlando. E devo essere onesto fino in fondo: l’idea di base è bellissima, e questo rende tutto ancora più frustrante.

Davvero. Arrivi e hai davanti il Tevere in tutta la sua maestosità silenziosa, il rumore soffice dell’acqua, i suoni della natura che si sovrappongono, le panchine sparse lungo il percorso, una sensazione quasi sospesa che ti fa pensare a quello che potrebbe essere questo posto se fosse gestito come merita, se fosse inserito in un progetto vero, se qualcuno avesse davvero a cuore non solo la sua costruzione ma la sua vita quotidiana. C’è perfino un cartello che ti spiega la fauna locale, gli uccelli, la biodiversità del fiume, e sarebbe anche bello se non lo trovassi alla fine del percorso, quando ormai hai già visto tutto senza capire nulla di quello che ti stava intorno.

Ma poi iniziano i problemi, e iniziano subito, appena fai i primi passi dentro lo spazio che avrebbe dovuto diventare un luogo vissuto e amato.

L’erba, quella scusa eterna

Partiamo dalla protagonista assoluta di questa storia: l’erba alta, invasiva, padrona incontrastata di uno spazio che dovrebbe essere curato e frequentabile. Già mi immagino le risposte, quelle classiche che sento ogni volta che si solleva un problema di questo tipo: “eh ma ha piovuto”, “eh ma è inverno”, “eh ma la natura cresce e non si può fermare”. Perfetto, benissimo, sono pronto ad ascoltare tutto questo. Ma poi qualcuno mi deve spiegare perché esistono paesi, anche piccoli, anche con risorse molto più limitate di quelle del Comune di Roma, dove le aiuole sono curate, dove i percorsi sono puliti, dove la manutenzione del verde pubblico è una cosa normale e non un evento eccezionale degno di nota. Mi deve spiegare perché in certi luoghi la manutenzione è considerata parte integrante di un’opera pubblica, mentre da queste parti sembra un optional, qualcosa che si fa se avanza tempo e se avanzano soldi.

L’erba alta non è solo un problema estetico, non è solo una questione di decoro, anche se basterebbe già questo a giustificare l’indignazione. È un problema di fruizione concreta dello spazio: se il percorso non è chiaro, se i bordi si confondono con la vegetazione incolta, se lo spazio trasmette quella sensazione inequivocabile di trascuratezza, il cittadino smette di viverlo, il turista passa oltre, e il posto inizia lentamente a morire. Un’opera pubblica non curata non è un’opera pubblica: è uno spreco. E uno spreco da un milione e mezzo di euro di soldi pubblici ha un nome preciso, anche se in questo paese difficilmente qualcuno paga il conto.

Il canneto che divora tutto

Poi ci sono le canne, e anche qui bisogna essere onesti fino in fondo: un canneto, se gestito con criterio, è anche bello, crea un’atmosfera particolare, dà quella sensazione di immersione nella natura che un parco naturalistico dovrebbe trasmettere. Ma qui non siamo davanti a una gestione, siamo davanti a un lasciar fare che ha tutto il sapore dell’indifferenza. Ci sono tratti in cui le canne diventano invasive e quasi claustrofobiche, in cui il confine tra il percorso e la vegetazione si è fatto labile, in cui si ha la sensazione concreta che il parco stia lentamente tornando a essere quello che era prima dell’intervento, con buona pace del milione e mezzo speso per trasformarlo.

E la domanda, a questo punto, è elementare: era previsto un piano di manutenzione? Esiste un soggetto responsabile della gestione ordinaria? C’è qualcuno che controlla, che passa, che interviene? Oppure si è pensato che bastasse costruire, inaugurare e poi lasciare che la natura facesse il resto, confidando che nessuno tornasse a guardare dopo qualche mese?

Il grande equivoco dell’attracco fluviale

E poi arriviamo al punto che, secondo me, è il più grave e il più rivelatore di tutti, quello che trasforma una questione di manutenzione in una questione di visione. L’attracco sul Tevere. I pontili in legno. Quella struttura che avrebbe dovuto essere il simbolo di un territorio finalmente capace di usare il suo fiume come risorsa, come connessione, come porta d’ingresso verso qualcosa di straordinario.

Un parco d’affaccio sul Tevere, con pontili, con l’ambizione di diventare nodo di un collegamento fluviale, posizionato in un punto strategico come Ostia Antica, cosa dovrebbe essere se non un hub? Dovrebbe essere il luogo dove il turista arriva in barca da Roma, scende, e in pochi metri è già dentro uno dei siti archeologici più importanti d’Europa. Dovrebbe essere il punto di partenza per escursioni naturalistiche lungo il fiume, per percorsi ciclopedonali che si snodano tra la storia e la natura. Dovrebbe essere vivo, frequentato, connesso. Non è fantascienza, succede in decine di città europee: arrivi da Vienna a Bratislava lungo il Danubio, attracchi, trovi percorsi segnalati, servizi funzionanti, informazioni chiare, connessioni con il territorio. Qui invece il cancello che dal parco porta direttamente agli scavi archeologici è chiuso. Chiuso a chiave, sbarrato, come se qualcuno avesse deciso che quel collegamento ovvio, naturale, indispensabile, non dovesse esistere.

Allora mi chiedo, e vorrei che qualcuno mi rispondesse con argomenti seri: a cosa serve quell’attracco, se dall’attracco non si va da nessuna parte?

Una barca privata e nessuna visione pubblica

“Vabbè, almeno ci sarà un servizio fluviale pubblico”, mi sono detto, cercando di mantenere una parvenza di ottimismo. E sì, qualcosa c’è, viene anche pubblicizzato, si trovano riferimenti online a un collegamento fluviale tra questo parco e la città. Peccato però che si tratti di un’iniziativa privata, gestita da soggetti che non hanno nulla a che vedere con il Comune di Roma o con la Sovrintendenza, e che quindi opera secondo logiche proprie, con orari propri, con tariffe proprie, senza integrazione alcuna con il sistema di trasporto pubblico, senza biglietti combinati con l’ingresso agli scavi, senza nulla che assomigli a una visione organica del territorio.

Quindi non esiste un sistema integrato. Non esiste una politica turistica pubblica che colleghi il fiume, il parco, gli scavi, il borgo di Ostia Antica, il castello medievale, le altre bellezze del territorio. Esiste un pezzo qua e un pezzo là, ognuno per conto suo, ognuno scollegato dall’altro, come i pezzi di un puzzle che nessuno ha mai cercato di mettere insieme perché nessuno aveva in mente l’immagine finale. E questa è forse la fotografia più precisa e più impietosa di come funziona la gestione del territorio da queste parti.

Arrivarci è già un’impresa

E poi c’è la questione dell’accessibilità, che da sola varrebbe un articolo intero. Hai fatto il parco, bene. Ma come ci arriva la gente? Non dagli scavi, che sarebbe la cosa più logica, più naturale, più intelligente che si possa immaginare, dato che il parco confina direttamente con l’area archeologica. No. Dall’ingresso principale degli scavi devi uscire, andare a sinistra, prendere via Capo Due Rami e percorrere circa un chilometro e mezzo su una strada bianca, non asfaltata, polverosa d’estate e fangosa d’inverno, su cui se passa un’auto si alza una nuvola che ti segue per mezz’ora.

Siamo davanti a un paradosso geometrico: hai un parco che confina con gli scavi, ma per andarci devi uscire dagli scavi, percorrere una strada di campagna e rientrare dall’altro lato. Come se qualcuno avesse costruito una porta sul retro di casa propria e poi avesse murato quella principale, costringendo gli ospiti a fare il giro dell’isolato per entrare.

Ostia Antica: la perla che non smette di essere ignorata

Il discorso però non può fermarsi al parco, perché il parco è solo il sintomo di un problema molto più grande che riguarda l’intero sistema di Ostia Antica e il modo in cui questo territorio viene, o meglio non viene, pensato, pianificato e promosso. Negli ultimi anni si parla molto di Ostia, del mare di Roma, di come è cambiata, di come potrebbe essere valorizzata meglio. Ma si parla troppo poco di Ostia Antica, che è la vera perla di questo territorio, quella che ha le carte in regola per competere con qualunque borgo storico del Lazio, se non d’Italia, senza esagerare di un millimetro.

Un borgo medievale che ha tutte le caratteristiche per attirare visitatori tutto l’anno: un sito archeologico che è tra i più importanti e meglio conservati d’Europa, con le sue strade basolate, le botteghe, i mosaici, i teatri. Un castello che ha segnato secoli di storia del territorio. Un episcopio con affreschi attribuiti a Baldassarre Peruzzi, uno dei grandi pittori e architetti del Rinascimento italiano. Una piazza del borgo che potrebbe essere un punto di riferimento vivo per eventi culturali, mercatini artigianali, concerti, iniziative che animino il posto non solo nella stagione estiva ma tutto l’anno. Un paesaggio che unisce il fiume, la macchia mediterranea, i resti di una civiltà millenaria.

Tutto questo esiste già, non deve essere inventato né costruito da zero. Eppure continua a funzionare molto meno di quanto potrebbe, perché manca quella capacità di sistema, quella visione d’insieme che trasformerebbe un insieme di singole eccellenze isolate in un prodotto turistico e culturale coerente e attrattivo.

Il territorio che si depotenzia da solo

E poi c’è la questione dei mercati e delle iniziative che invece di valorizzare l’area finiscono per essere posizionate in modo da renderla più marginale. Campagna Amica e Coldiretti vengono collocati in un campo all’angolo di via Capo Due Rami, proprio accanto a quella strada bianca e polverosa di cui ho parlato prima, in una posizione che non sfrutta in nessun modo la straordinaria cornice storica e naturale che il territorio offre. Un’occasione per creare un mercato contadino immerso nella storia, per collegare la filiera corta al turismo culturale, per raccontare un territorio attraverso i suoi prodotti, si trasforma nell’ennesima cosa messa lì un po’ a caso, senza una logica precisa, senza un progetto di integrazione.

E ogni volta che questo accade, ogni volta che un’opportunità viene sprecata o depotenziata per mancanza di visione o di volontà, il territorio perde qualcosa che non è facile recuperare: perde fiducia, perde credibilità, perde la capacità di attrarre investimenti e turisti e residenti che potrebbero scegliere di viverlo davvero.

Il problema non è il parco. È tutto quello che non c’è intorno

Il Parco d’Affaccio di Ostia Antica, preso singolarmente, non è il problema. Il problema è tutto quello che non c’è intorno, tutto quello che avrebbe dovuto esserci e che invece manca, tutto quello che era previsto sulla carta e che nella realtà quotidiana si è dissolto nell’aria come succede sempre con le buone intenzioni non sorrette da una volontà reale di fare le cose bene fino in fondo.

È l’assenza di una visione integrata che metta insieme turismo, mobilità, cultura, ambiente e territorio in un progetto coerente. È l’incapacità cronica di pensare a lungo termine, di ragionare in termini di sistema invece che di singoli interventi scollegati. È quella logica tossica del “facciamo qualcosa così possiamo dire che l’abbiamo fatto”, che produce inaugurazioni, comunicati, foto e poi abbandono. È la passerella politica elevata a metodo di governo.

Ho provato a immaginare cosa sarebbe questo territorio se il parco fosse manutenuto, se il cancello verso gli scavi fosse aperto, se esistesse un servizio fluviale pubblico integrato con i trasporti urbani e con i biglietti degli scavi, se il borgo di Ostia Antica fosse promosso come merita in tutti i circuiti turistici nazionali e internazionali, se Campagna Amica fosse collocata in un contesto che ne valorizzasse l’identità. Sarebbe qualcosa di straordinario, non perché qualcuno avrebbe fatto chissà cosa di eccezionale, ma semplicemente perché avrebbe usato quello che già esiste, avrebbe messo insieme quello che già c’è, avrebbe trattato questo territorio con il rispetto e l’intelligenza che merita.

E invece siamo qui a parlare di erba alta, di cancelli chiusi, di strade bianche polverose e di un attracco fluviale che attracca nel nulla.

Non lo so se il problema sia la mancanza di risorse, la mancanza di competenze, la mancanza di volontà politica o qualcosa di ancora più difficile da nominare. Quello che so è che un milione e mezzo di euro di soldi pubblici merita una risposta migliore di questa. Che gli abitanti di questo territorio meritano di avere un parco che si possa usare davvero. Che i turisti che vengono fin qui per vedere Ostia Antica meritano di trovare un sistema che funzioni, non un puzzle incompiuto con metà dei pezzi sul pavimento.

E che continuare a fare finta di niente, continuare ad inaugurare e poi dimenticare, continuare a raccontarsi che le cose vanno bene quando non vanno bene, non è una politica. È una resa.

Per finire, ci sono stato ieri che era domenica, persone all’interno degli scavi di Ostia Antica? Non pervenute…