Partiamo dal principio, perché su questo non si discute e non lo tratterò nemmeno come un’opinione soggettiva: la legalità è sacrosanta. Sempre, ovunque, a tutti i livelli e senza eccezioni. Vale per il piccolo chiosco abusivo come per il grande stabilimento che negli anni ha costruito ristoranti, pedane e strutture in muratura su suolo demaniale senza avere i titoli in regola. Vale per il cittadino che parcheggia in doppia fila come per l’imprenditore che ha trasformato il bordo del mare pubblico in un feudo privato redditizio. Su questo non esiste dialettica possibile, non esiste relativismo ammissibile, non esiste il classico “però capisci, siamo in Italia”. No. La legge è la legge, e chi ha costruito abusivamente su suolo pubblico deve risponderne. Punto.
Detto questo, e ribadito con tutta la fermezza necessaria, quello che sta accadendo a Ostia in queste settimane mi fa ugualmente incazzare, e per un motivo preciso che non ha niente a che fare con la difesa degli abusivi: non mi indigna il fatto che si stia cercando di fare rispettare la legge, mi indigna profondamente il modo in cui lo si sta facendo, e soprattutto il momento in cui lo si è scelto di fare.
Perché esiste un modo sensato di fare le cose e un modo insensato. E quello che si sta consumando sul litorale romano in questo maggio 2026, ad una manciata di giorni dall’inizio della stagione balneare, appartiene in modo inequivocabile alla seconda categoria.
I numeri che nessuno osa pronunciare ad alta voce
Su settantadue stabilimenti balneari presenti sul litorale di Ostia, quelli pronti o anche solo vicini all’apertura alla data di avvio della stagione si contano nell’ordine di una dozzina scarsa. Ho riletto questa cifra più volte prima di crederci davvero. Dodici su settantadue. Meno di uno su sei. Mentre il primo maggio (in realtà quest’anno l’apertura della stagione è stata posticipata al 10) arrivava puntuale sul calendario come ogni anno da decenni, il lungomare di Ostia si presentava all’appuntamento nella condizione di un cantiere amministrativo permanente, con nastri gialli, sigilli, ordini di sgombero e ricorsi al Tribunale Amministrativo Regionale che si accumulano come cartacce portate dal vento di scirocco.
Per alcuni stabilimenti non si parla nemmeno di chiusura totale, ma di una stagione brutalmente umiliante e ridimensionata: al V-Lounge risultano sequestrati parcheggi, piscina, veranda del ristorante e diverse cabine. A Il Venezia ne sono state sigillate ben duecentoventi. Duecentoventi cabine sequestrate a un lido. Duecentoventi famiglie che ci andavano da anni, che magari avevano già prenotato, che si ritrovano davanti a un cartello con i sigilli e una spiegazione burocratica che non riescono a decifrare. Chiusi, o gravemente menomati, risultano tra gli altri anche Mariposa, Peppino a mare spiaggia (da un paio di giorni anche il ristorante), Bagni Bettina, Bungalow, La Caletta, L’Oasi, Il Capanno. Non uno o due casi isolati, non qualche anomalia marginale: stiamo parlando di un pezzo consistente del lungomare romano che si presenta all’estate come un territorio di guerra.
E non è la prima volta, questo è il dettaglio che dovrebbe far riflettere più di ogni altro. L’anno scorso i sigilli erano arrivati a stagione già avviata, creando uno scompiglio enorme. Quest’anno si è provveduto ad anticipare di qualche settimana. Come se il progresso consistesse nell’anticipare di un mese il momento in cui si distrugge la stagione lavorativa di centinaia di persone. Un risultato straordinario, davvero.
Ma dov’erano tutti prima? Questa è la domanda
Eccola, la domanda che continua a tormentarmi e alla quale non ho ancora ricevuto una risposta soddisfacente da nessuna parte. Perché gli abusi edilizi, le strutture realizzate senza titoli in regola, le cabine costruite su suolo demaniale senza autorizzazione, le verande dei ristoranti cresciute di anno in anno come funghi dopo la pioggia, tutto questo non è comparso dall’oggi al domani. Queste strutture le ha viste chiunque abbia messo piede su quel litorale nell’ultimo trentennio. Le hanno viste i turisti, le hanno viste i bagnanti, le hanno viste le famiglie romane che ci tornano ogni estate da generazioni. E ovviamente le hanno viste anche coloro che avrebbero dovuto controllarle.
Parliamo di titoli edilizi relativi agli ultimi decenni, di cabine, ristoranti e strutture in muratura su aree demaniali affidate a privati. Decenni durante i quali hanno operato enti di controllo, amministrazioni comunali, uffici tecnici, Guardia di Finanza, Polizia locale, Demanio, Regione e Ministero. Decenni durante i quali sono stati rinnovati bandi, assegnate concessioni, firmati contratti e incassati canoni regolarmente. Decenni durante i quali qualcuno ha pagato, qualcun altro ha incassato, e nessuno ha mai alzato un sopracciglio.
Il caso che più di ogni altro racconta la follia sistemica in cui siamo immersi riguarda l’Arcobaleno Beach. Il titolare ha raccontato pubblicamente di aver ricevuto alla fine di marzo 2026 un avvio di procedimento per abuso edilizio, motivato dal fatto che negli archivi non risulta documentazione edilizia risalente al 1974. Al 1974. Cinquantadue anni prima. La stessa gestione, però, aveva partecipato a un bando pubblico nel 2020 vincendolo, e aveva vinto un altro bando nel 2025. Questo significa, in termini concreti, che la stessa amministrazione che oggi le contesta un abuso degli anni Settanta le ha assegnato una concessione l’anno scorso. Ha firmato i documenti, ha incassato il canone, ha scritto il comunicato stampa sul bando trasparente e regolare. E un anno dopo è arrivata con i sigilli.
Ora io posso capire molte cose. Posso capire che la burocrazia sia lenta. Posso capire che i fascicoli siano incompleti. Posso capire che esistano responsabilità stratificate nel tempo che vanno molto oltre il gestore attuale. Ma non riesco, onestamente non ci riesco, a capire come si possa assegnare una concessione pubblica nel 2025 e avviare un procedimento per abuso edilizio nel 2026. Non è distrazione. Non è burocrazia. È una contraddizione strutturale che nessuna conferenza stampa sulla legalità potrà mai sanare.
La tempistica non è una fatalità, è una scelta
Questo è il punto che più mi preme chiarire, perché è quello che viene sistematicamente eluso nel dibattito pubblico. La tempistica di queste operazioni non è un accidente del destino, non è la conseguenza inevitabile di un iter burocratico complicato che non si poteva governare diversamente. La tempistica è una scelta. E questa scelta, chiunque l’abbia fatta o lasciata fare, è sbagliata. Politicamente, socialmente, economicamente.
La cosa più logica del mondo sarebbe stata agire nella finestra giusta. La stagione balneare finisce a settembre. Da ottobre si avviano i controlli sistematici, si verificano le situazioni irregolari, si emettono le diffide, si danno scadenze certe e ragionevoli per l’adeguamento o la demolizione di quanto non è in regola. Si lavora durante i mesi invernali, quando gli stabilimenti sono vuoti, quando non ci sono lavoratori impegnati, quando il danno occupazionale e economico è infinitamente più gestibile. Si arriva ad aprile con un quadro definito: chi si è adeguato apre, chi non si è adeguato no, le regole sono chiare e note a tutti con mesi di anticipo.
Invece no. Si arriva a maggio con i sigilli freschi, i ricorsi appena depositati, le concessioni ancora in bilico, il TAR chiamato a pronunciarsi su quaranta e più situazioni contemporaneamente, i lavoratori che non sanno se il posto dove dovevano iniziare tra una settimana aprirà o meno. E l’assessore che in inverno aveva consigliato pubblicamente ai romani di verificare la regolarità urbanistica degli stabilimenti prima di sottoscrivere abbonamenti stagionali. Un consiglio che suona come un avvertimento a metà, come chi sa che i sigilli stanno arrivando ma non dice dove e quando.
Fatemi capire: si sapeva già a dicembre che molti stabilimenti non sarebbero stati in regola, e la risposta è stata invitare i cittadini a informarsi da soli invece di risolvere il problema entro marzo?
Il doppio standard che salta agli occhi
C’è un aspetto di questa vicenda che, da persona che cammina su quel litorale con gli occhi aperti, rende tutto ancora più difficile da digerire. Perché mentre la macchina dello Stato si abbatte con forza e determinazione sugli stabilimenti balneari, sequestra cabine, chiude ristoranti e mette i sigilli a strutture che pagano tasse, hanno dipendenti in regola, versano contributi e generano economia nel territorio, sulle spiagge libere si assiste a uno spettacolo completamente diverso.
Sugli stessi arenili dove arrivano i nastri gialli per duecentoventi cabine non in regola, gli ambulanti abusivi operano liberamente, senza licenze, senza autorizzazioni, senza contratti di lavoro, senza versare un centesimo di canone al demanio che appartiene a tutti noi. Ci sono e ci sono sempre stati, e nessuna operazione straordinaria di legalità sembra mai includere anche loro nel perimetro dell’intervento. Stessa cosa per i parcheggiatori abusivi che minacciano fortemente chi va in spiaggia nella zona dei cancelli.
Non sto dicendo che bisogna smettere di controllare gli stabilimenti. Lo ripeto per la terza volta, perché mi è chiaro che qualcuno potrebbe fraintendere: chi ha abusato deve rispondere. Ma questa discrasia visibile, plastica, evidente a chiunque tenga gli occhi aperti, mina alla radice la credibilità dell’intera operazione. Perché la legalità applicata in modo selettivo, che colpisce duramente chi ha un fascicolo e lascia stare chi non ne ha nessuno, non è legalità nel senso pieno della parola. È qualcosa di diverso che si chiama con nomi diversi a seconda di chi lo guarda.
Gli spazi vuoti non restano vuoti: il degrado che avanza
Ed eccoci al punto più grave di tutti, quello che ogni comunicato stampa sulla legalità si dimentica sistematicamente di affrontare. Uno stabilimento aperto, anche imperfetto, anche con qualche irregolarità da sanare nel tempo, è comunque un presidio vivo sul territorio. Ci sono persone che lavorano, c’è illuminazione, c’è movimento, c’è il controllo sociale implicito che deriva dalla semplice presenza umana, c’è manutenzione ordinaria che impedisce al degrado di installarsi. Uno stabilimento chiuso con i sigilli è invece un vuoto. E i vuoti, su quel litorale, non restano vuoti per molto tempo.
Vetri rotti. Cabine abbandonate. Cumuli di macerie davanti al mare. Ombrelloni lasciati sulla sabbia a marcire. Strutture che fino a un mese fa erano attività commerciali regolari si trasformano in attrattori di degrado con una velocità impressionante. Personaggi senza generalità note che si appropriano di spazi dismessi. Occupazioni abusive che riempiono i vuoti lasciati dalle chiusure ufficiali. Questo è quello che si vede camminando sul lungomare di Ostia oggi. Non è una metafora giornalistica. È la realtà concreta di un litorale che si sta lentamente mangiando se stesso.
E qui nasce la contraddizione più grande di tutte. Si chiudono gli stabilimenti in nome della legalità, e il risultato immediato e visibile è un aumento del degrado, dell’abbandono e dell’illegalità di fatto. Si combatte l’abuso edilizio con i sigilli e si produce come conseguenza diretta l’occupazione abusiva degli spazi liberati. Com’è possibile che nessuno, nel pianificare queste operazioni, abbia messo in conto questa dinamica elementare? Com’è possibile che non esista un piano per quello che succede il giorno dopo i sigilli?
Il punto non è se gli abusi vadano sanati. Il punto è che non esiste nessuna visione di cosa debba esserci al posto di quello che si sta chiudendo. E in assenza di visione, la natura fa il suo corso. Il litorale si degrada. Il vuoto si riempie di quello che trova.
Rimini, il paesino spagnolo e il solito provincialismo da tastiera
Non posso non affrontare anche questo capitolo, che è diventato negli anni un genere narrativo autonomo e irritante nelle discussioni sul futuro di Ostia. Ogni volta che si apre il tema del litorale romano, puntualmente compare qualcuno con la foto del borghetto spagnolo affacciato sul mare, la spiaggia libera perfettamente ordinata, le casette colorate, i turisti educati, i tavolini dei bar a due passi dall’acqua. E poi, immancabile come le meduse ad agosto, ecco Rimini. Sempre e solo Rimini. La città adriatica che i lidensi tirano fuori come un mantra assoluto, come il modello definitivo di civiltà balneare a cui Ostia dovrebbe e potrebbe aspirare con un po’ di buona volontà politica.
Ho rispetto per Rimini. Ho rispetto per qualsiasi modello che funziona davvero. Ma Ostia non è Rimini, non lo è mai stata e non lo sarà mai, e non per motivi di inferiorità o di rassegnazione, ma per una ragione concreta e strutturale: Ostia è il mare di Roma. È una cosa radicalmente diversa, con dinamiche radicalmente diverse, numeri radicalmente diversi e una storia radicalmente diversa.
Rimini è una città costruita intorno al turismo balneare nell’arco di decenni, con un piano urbanistico pensato in funzione di quella vocazione fin dall’inizio, con un tessuto economico e sociale cresciuto su quella funzione in modo organico. Ostia è un quartiere periferico di una metropoli di tre milioni di abitanti, con problematiche sociali di enorme complessità, un’urbanistica irrisolta, decenni di speculazioni stratificate, una storia travagliata con la criminalità organizzata che ha messo le mani su quel territorio in modo sistematico, e un litorale che continua ad essere trattato come un’appendice residuale e problematica invece che come una risorsa strategica da valorizzare.
Pensare di prendere una fotografia trovata su Instagram e dire “vogliamo così” non è avere una visione. È non aver capito nulla di dove si vive. È il provincialismo social che scambia un’immagine con un progetto urbano, che confonde l’estetica di una cartolina con la complessità di un territorio reale. E ogni volta che questo argomento emerge nel dibattito pubblico, capisco che stiamo perdendo tempo prezioso.
Il Parco del Mare: cinquanta milioni di euro, tre anni di cantieri e un’estate già distrutta
Qui bisogna essere precisi, perché il Parco del Mare non è una promessa vaga come quelle che si sentono ogni primavera. È un progetto concreto, con un finanziamento reale, con un nome di uno studio di architettura che lo ha vinto in gara, con le diapositive proiettate in sala il 9 febbraio 2026 nell’Aula Magna della Facoltà di Ingegneria del Mare dell’Università Roma Tre, con l’assessore all’Urbanistica in prima fila a spiegare ogni dettaglio. Circa cinquanta milioni di euro complessivi, tra fondi europei del programma FESR 2021-2027 e risorse di Roma Capitale. Sette virgola quattro chilometri di lungomare riqualificato, nove virgola cinque chilometri di nuovi percorsi pedonali, quindici nuove piazze attrezzate, un nuovo sistema dunale, oltre duemila nuove piantagioni, una riduzione dell’asfalto del cinquantacinque per cento. E poi la data: cantieri aperti nel 2026, tutto completato entro trentasei mesi. L’assessore ha sentito il bisogno di precisare esplicitamente, quasi a voler esorcizzare il fantasma dei decenni precedenti: “Non è un annuncio.”
Quella frase, quella precisazione, è involontariamente la cosa più rivelatrice dell’intera presentazione. Perché se hai bisogno di dire ai cittadini che questa volta non è soltanto un annuncio, significa che gli annunci senza seguito sono stati così numerosi e così costanti nel tempo da rendere necessaria una dichiarazione formale di discontinuità. Significa che la storia del litorale è così piena di rendering proiettati e cantieri mai aperti da richiedere una sorta di giuramento pubblico prima ancora di cominciare.
E in effetti la data è arrivata. Il 18 giugno 2026 i cantieri partiranno. Non è più un’ipotesi, l’ANAS è già stata individuata come stazione appaltante, il cronoprogramma è stato illustrato nel Consiglio Straordinario del 29 aprile. Tutto reale, tutto concreto.
Ora però proviamo a mettere insieme i pezzi e a guardare il quadro nella sua interezza, perché è proprio qui che nasce la mia perplessità più profonda. Da un lato abbiamo una stagione balneare 2026 già gravemente compromessa dai sequestri, con dodici stabilimenti aperti su settantadue, lavoratori a casa, famiglie disorientate e un lungomare che sembra un campo di battaglia amministrativo. Dall’altro, a partire dal 18 giugno, quello stesso lungomare diventa anche un cantiere fisico che durerà tre anni. Tre anni di scavatrici, transenne, polvere, viabilità stravolta, parcheggi eliminati, rumore e caos edilizio. Tutto contemporaneamente, tutto insieme, tutto nello stesso posto nello stesso momento.
E sui parcheggi, dato che ci siamo, la questione merita di essere guardata in faccia senza edulcoranti. Nel 2021, prima che arrivasse la pista ciclabile, sul lungomare di Ostia c’erano circa cinquemila posti auto. Dopo la ciclabile erano scesi a circa quattromila e duecento. Con il Parco del Mare a piena realizzazione si scenderà a circa duemila e cinquecento. In sette anni, dimezzati. Duemila e cinquecento posti a fronte di decine di migliaia di persone che ogni fine settimana estivo si muovono verso il mare di Roma. E la risposta istituzionale a questa obiezione, sollevata da residenti, architetti e comitati civici, è sostanzialmente: usate il trasporto pubblico. Il trasporto pubblico. La Roma-Lido, quella stessa linea che nelle ore di punta gestisce meno del dieci per cento del flusso reale di persone. Quella che nel 2026, con la frequenza migliorata, arriverà a coprire forse il quindici per cento della domanda reale.
L’opposizione, va detto, ha fatto il proprio lavoro chiedendo a gran voce per mesi una seduta consiliare dedicata al progetto, e quella seduta è arrivata il 29 aprile con tanto di cittadini in protesta davanti al Palazzo del Governatorato. Le preoccupazioni portate in aula erano concrete e circostanziate: impatto sulla viabilità, riduzione dei parcheggi, modifiche urbanistiche permanenti su un litorale già fragile, poca trasparenza nella fase progettuale. L’assessore ha risposto che le critiche costruttive sono benvenute, ma che il progetto parte comunque. Serenamente, il punto.
Allora io mi faccio la domanda che nessuno vuole fare ad alta voce. Questo progetto, nella sua logica di lungo periodo, potrebbe anche essere una trasformazione positiva per il litorale romano. Non lo so, non sono un urbanista e non ho la sfera di cristallo. Ma so con certezza quello che vedo oggi: si chiudono gli stabilimenti a maggio in nome della legalità, si aprono i cantieri a giugno su sette chilometri di lungomare, e nel mezzo ci sono centinaia di lavoratori senza stipendio, famiglie senza ombrellone e un territorio che viene chiesto di sopportare una doppia trasformazione simultanea senza che nessuno abbia mai spiegato con chiarezza cosa ci sarà dall’altra parte quando la polvere si sarà posata.
La visione ci sarebbe, almeno sulla carta. Il finanziamento c’è. Il progetto è firmato. I cantieri partono. Ma la gestione della transizione, quella cura nel capire cosa succede alle persone concrete che vivono e lavorano su quel litorale mentre tutto cambia intorno a loro, quella rimane la grande assente. E senza di essa, anche il progetto più ambizioso rischia di diventare soltanto un’altra cosa fatta al posto sbagliato nel momento sbagliato nel modo sbagliato.
La legalità senza visione è soltanto una clava
Chiudo con quello che penso davvero, senza la falsa prudenza di chi ha paura di scontentare qualcuno. La legalità è necessaria, urgente, non negoziabile e irrinunciabile. Ma la legalità senza una visione di cosa costruire dopo non è una politica. È una clava. Si abbatte su quello che c’è, si distrugge quello che non è in regola, si lasciano i nastri gialli, si tiene la conferenza stampa e poi si torna in ufficio. Nel frattempo il litorale rimane lì, con i suoi vuoti sempre più profondi, con il degrado che avanza nelle strutture abbandonate, con i lavoratori stagionali che non sanno se e quando inizieranno, con le famiglie romane disorientate che non sanno dove prenotare l’ombrellone.
Ostia non ha bisogno di essere liberata dall’abusivismo soltanto per essere poi consegnata all’abbandono e all’anarchia. Ha bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di dire chiaramente cosa vuole diventare, e abbia un piano credibile e concreto per arrivarci. Un piano che non sia un rendering tridimensionale, non sia uno slogan elettorale, non sia la foto del paesino spagnolo trovata su Instagram. Un piano reale, con scadenze reali, con risorse reali, con una gestione reale della transizione tra quello che c’è oggi e quello che si vuole costruire domani.
Finché quel piano non esiste, continueremo ad assistere a questo spettacolo desolante: un’estate dopo l’altra uguale alla precedente, solo un po’ peggio. I ricorsi che si accumulano, i sequestri che arrivano a maggio, i bandi che finiscono sotto i riflettori delle inchieste, il lungomare che si degrada, i turisti che non tornano. E ogni volta qualcuno che spiega che si sta facendo rispettare la legalità.
La legalità. Sempre la legalità. Usata come risposta a tutto, come scudo contro qualsiasi domanda scomoda, come fine in sé invece che come strumento al servizio di qualcosa. Una città governata solo a colpi di clava, prima o poi, resta senza anima, senza servizi e senza futuro. E un litorale governato nello stesso modo diventa esattamente quello che Ostia rischia concretamente di diventare: un posto da cui si scappa invece che un posto a cui si torna.
Senza tifare per nessuno, come sempre.


