Voglio partire da lontano, perché chi vive qui lo sa già ma chi discute di politica sembra avere una memoria selettiva che torna utile soprattutto in prossimità delle campagne elettorali. Il treno a Fiumicino non è un sogno futuristico, non è una fantasia da ambientalisti radical chic, non è una proposta visionaria di qualche urbanista con il pallino della mobilità sostenibile. Il treno a Fiumicino c’era davvero. Era una cosa reale, concreta, fatta di binari, orari e passeggeri che ci salivano su.
Il 6 maggio 1878 la ferrovia arrivò su questo territorio. Non una linea simbolica, non un progetto sulla carta destinato a restare in qualche cassetto ministeriale, ma un’infrastruttura vera che collegava Fiumicino con Roma. Esisteva persino un raccordo pensato per separare il traffico passeggeri da quello merci diretto verso il porto fluviale, il che significa che qualcuno, in quegli anni, aveva una visione industriale e logistica del territorio che guardava avanti, che immaginava uno sviluppo coordinato, che ragionava in termini di sistema e non di pezze messe lì per tamponare l’emergenza del momento.
Poi arrivò il grande salto dell’aeroporto. Nel 1990 nacque il Leonardo Express, il collegamento veloce tra Roma Termini e l’aeroporto di Fiumicino, un’infrastruttura fondamentale per l’hub internazionale, certo, ma che col tempo ha finito per concentrare tutta l’attenzione sullo scalo aeroportuale e sempre meno sulla città che ci vive intorno. E poi, come succede in tutte le grandi storie d’amore che finiscono male, arrivò la data che segnò la rottura definitiva. Il 30 gennaio 2000. Da quel giorno il rapporto tra Fiumicino città e il treno finì. Si decise di puntare sul trasporto su ruota. Tradotto in italiano semplice: macchine. Solo macchine. Venticinque anni di macchine.
La verità che tutti conoscono ma pochi dicono
Da quel momento la mobilità dei cittadini ha preso una direzione molto precisa e molto scomoda. Chi vive a Fiumicino e deve andare a Roma prende la macchina. Punto. Qualcuno a questo punto si alzerà dalla sedia per dirmi che c’è la stazione di Parco Leonardo, che il treno tecnicamente esiste, che non è giusto fare catastrofismo. Ha ragione su un punto: tecnicamente il treno esiste. Ma chi vive qui sa perfettamente che Parco Leonardo non è Fiumicino città. È un’altra zona, un’altra logica urbanistica, un altro pezzo di territorio che per molti residenti significa comunque prendere l’auto, attraversare il traffico, trovare parcheggio, e poi salire sul treno. Quindi, di fatto, il problema rimane esattamente dov’era.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. File infinite sulla Roma-Fiumicino nelle ore di punta. Traffico cronico sulla via dell’Aeroporto. Pendolarismo su gomma che cresce ogni anno mentre la città cresce con lui, perché Fiumicino non è più il paesetto degli anni 70. Siamo una città vera, con decine di migliaia di abitanti, con un aeroporto che è tra i più importanti d’Europa, con un territorio enorme e con un ruolo strategico che ormai è riconosciuto da tutti, almeno a parole. E una città del genere merita un collegamento ferroviario degno di questo nome, non i resti di una pianificazione fatta quando qui c’era ancora l’odore di pesce fresco e poco altro.
L’annuncio che riaccende la speranza
Ed eccoci arrivati ai giorni nostri, che è il punto dove ogni storia di questo territorio diventa sempre più complicata da raccontare senza perdere la pazienza. Secondo quanto riportato dalle cronache locali, l’attuale amministrazione comunale avrebbe avviato un primo passaggio concreto per riaprire il dossier della ferrovia e lavorare al ripristino del tratto ferroviario verso Fiumicino città. Un passaggio preliminare, certo, ma comunque significativo perché rimette ufficialmente il tema sul tavolo della pianificazione territoriale, e questo in sé non è una cosa di poco conto.
La maggioranza parla di un percorso per riportare la ferrovia nel cuore della città, di costruire finalmente una stazione ferroviaria vera, di scommettere sul trasporto pubblico e sulla mobilità sostenibile come visione moderna di sviluppo del territorio. Il messaggio politico è chiaro, ben confezionato, fotogenico quanto basta per i comunicati stampa. Detto così sembra quasi la trama del film che aspettavamo da vent’anni. E devo ammettere che molti cittadini hanno reagito con una certa curiosità, qualcuno addirittura con entusiasmo, perché se davvero Fiumicino tornasse ad avere un treno degno di questo nome, sarebbe una svolta storica per questo territorio. Nessuno lo può negare, nemmeno i più cinici tra noi.
Ma la politica fa quello che sa fare meglio: litigare
Fin qui sembrerebbe una buona notizia. E invece no, perché la politica locale non riesce mai a lasciarti respirare un momento di speranza senza rovinarti il pomeriggio. Mentre si discuteva di questo passaggio, è successo quello che purtroppo vediamo con una frequenza deprimente nelle istituzioni locali, non solo a Fiumicino. L’opposizione ha abbandonato l’aula durante la votazione. Non un gesto simbolico qualunque, ma una presa di posizione molto netta che, secondo le cronache, nasce sia da dubbi sul merito del progetto sia da tensioni politiche emerse nei giorni precedenti durante uno scontro tra un assessore e un consigliere comunale di opposizione.
La motivazione ufficiale è la solita: questa operazione sarebbe fuffa politica, un annuncio senza contenuti concreti, una mossa da campagna permanente travestita da programmazione. Dall’altra parte la maggioranza risponde con l’altrettanto prevedibile contromossa: finalmente si torna a progettare il futuro della mobilità cittadina, finalmente c’è una visione, finalmente si fa qualcosa di concreto. Due versioni completamente opposte della stessa cosa. E nel mezzo, come sempre, ci siamo noi. I cittadini. Quelli che il mattino dopo l’annuncio si sono rimessi in macchina e sono andati a fare la coda sulla Roma-Fiumicino come sempre.
I cittadini davanti allo schermo
Me li immagino bene, i miei concittadini, seduti davanti al computer o con il telefono in mano mentre scorrono le notizie sui gruppi Facebook locali. Da una parte i comunicati trionfanti della maggioranza, dall’altra le accuse pesanti dell’opposizione, e nel mezzo una domanda semplicissima che rimane sempre senza risposta: ma questo treno si farà o no? Perché alla fine è questo che interessa alla gente, non sapere chi ha vinto la battaglia in consiglio, non sapere chi ha alzato la voce più forte o chi ha trovato la battuta più efficace per i giornali locali. La gente vuole sapere una cosa sola: se tra dieci anni continueremo a fare la fila in macchina per andare a Roma oppure no.
Ed è qui che il sistema politico locale mostra il suo limite strutturale più evidente. Non è una questione di destra o sinistra, non è una questione di maggioranza o opposizione, è una questione di metodo. La politica annuncia, la politica litiga sull’annuncio, e intanto i problemi restano esattamente dov’erano. Questo schema si ripete da anni, su questa come su mille altre questioni del litorale romano, e ogni volta i cittadini vengono invitati a scegliere da che parte stare nel litigio invece di pretendere risposte concrete.
I tifosi da tastiera che rovinano ogni discussione
E poi c’è l’altra categoria che ormai è diventata un’istituzione fissa, il terzo polo, in ogni dibattito pubblico di questo territorio: i tifosi. Non quelli dello stadio, quelli dei gruppi social. Quelli che non leggono i documenti, non analizzano i progetti, non cercano di capire la complessità delle cose perché hanno già deciso tutto prima ancora di aprire il link. Se stanno con la maggioranza allora tutto ciò che fa la maggioranza è perfetto, visionario, coraggioso e mai abbastanza apprezzato. Se stanno con l’opposizione allora tutto è una presa in giro, tutto è propaganda, tutto è fumo negli occhi.
Questi signori sono il problema più subdolo del dibattito pubblico locale, perché non si limitano a non capire: impediscono agli altri di capire, alzano il livello del rumore fino a rendere impossibile qualsiasi ragionamento serio. E la politica, va detto con onestà, non fa nulla per scoraggiarli, anzi li coltiva con cura perché sono i soldati più fedeli, quelli che non chiedono mai spiegazioni e applaudono sempre. Peccato che il punto vero sia molto più semplice di qualsiasi tifoseria: serve o non serve la ferrovia a Fiumicino? La risposta è sì, e su questo dovremmo essere tutti d’accordo a prescindere da chi governa in questo momento.
Le domande che nessuno sta facendo
Se davvero vogliamo affrontare il tema seriamente, e io ci provo, le domande da fare sono ben altre rispetto a quelle che stanno circolando in questi giorni. Qual è il tracciato previsto? Quanto costerà l’opera complessivamente? Quali sono i tempi reali di realizzazione, non quelli dello spot elettorale ma quelli del cantiere? E soprattutto: la Regione Lazio e RFI, che sono i soggetti senza i quali non si muove un binario in questo paese, sono coinvolte in modo concreto con atti formali oppure siamo ancora nel regno delle intenzioni e delle buone volontà?
Perché la storia italiana delle infrastrutture è piena di annunci che si sono dissolti nel nulla, di tavoli di lavoro che non hanno prodotto nulla, di iter avviati e poi dimenticati al cambio dell’amministrazione. Non servono slogan, non servono conferenze stampa con le slide graficamente curate, non servono dichiarazioni trionfali sui social. Servono atti concreti, documenti, accordi firmati, impegni formali con i soggetti che hanno il potere reale di far partire un progetto infrastrutturale di questa portata. Tutto il resto è fuffa, e su questo l’opposizione ha torto nel metodo ma non del tutto torto nel merito.
Una città che merita una visione vera
Fiumicino è una città particolare, e chi non ci vive spesso fatica a capirla fino in fondo. È una città con un aeroporto che è tra i più importanti d’Europa, con un territorio enorme, con una crescita demografica che non si è mai fermata. Eppure sulla mobilità siamo rimasti indietro di decenni, con infrastrutture pensate per una realtà che non esiste più e una dipendenza dall’auto privata che sembra strutturale, quasi genetica. La ferrovia non è un capriccio urbanistico da ambientalisti in cerca di visibilità. È una infrastruttura strategica che significa meno traffico, meno inquinamento, più connessione con Roma, più qualità della vita per decine di migliaia di persone che ogni mattina si alzano e si mettono in coda.
Ma soprattutto significa pensare al futuro di questa città come se ci si dovesse vivere davvero, non come se fosse un territorio da gestire in attesa della prossima tornata elettorale. E questa, devo dirlo, è la vera cartina tornasole di qualsiasi progetto politico: non quello che viene annunciato, ma quello che viene costruito quando le telecamere si spengono e la conferenza stampa è finita.
Il punto che nessuno vuole dire
La ferrovia a Fiumicino è una promessa elettorale oppure un progetto reale? Questa è la domanda, e non è retorica. Perché se è un progetto reale, la politica deve dimostrarlo con atti concreti, con tempistiche verificabili, con il coinvolgimento formale dei soggetti istituzionali competenti. Se invece è solo un argomento da campagna permanente, buono per qualche comunicato e qualche post con le emoji del treno, allora sarebbe molto più onesto dirlo chiaramente ai cittadini e smettere di prenderli in giro.
Fiumicino il treno lo ha già avuto, poi lo ha perso e da venticinque anni vive con le conseguenze di quella scelta, mattina dopo mattina, coda dopo coda, gas di scarico dopo gas di scarico. Adesso la politica dice che vuole riportarlo. Benissimo. Allora dimostratelo. Perché questa città di promesse ne ha sentite fin troppe, e noi cittadini non siamo disposti a fare per sempre la parte degli spettatori entusiasti di uno spettacolo che non va mai in scena. E soprattutto l’opposizione non aspetti di “quando governeremo noi” perché se andiamo avanti di questo passo il treno lo vediamo con il binocolo.


