Ci risiamo. E la cosa che fa più rabbia, quella rabbia sorda che ormai si è sedimentata nel petto di chiunque viva tra Ostia e Fiumicino, non è nemmeno la notizia in sé. È il fatto che ormai sul nuovo Ponte della Scafa sembri di assistere a un film già visto decine di volte, con gli stessi attori, lo stesso copione e lo stesso finale. Un’infrastruttura annunciata, raccontata, mostrata attraverso rendering patinati, slide istituzionali e comunicati entusiasti, che però ogni volta che si arriva al momento decisivo continua a sparire dentro un labirinto kafkiano di carte, pareri, verifiche, autorizzazioni e interpretazioni normative che nessuno riesce, o vuole, sbrogliare fino in fondo.
Il 17 marzo avevo già scritto del silenzio che avvolgeva questa vicenda, chiedendomi pubblicamente che fine avesse fatto un’opera che avrebbe dovuto rappresentare una delle soluzioni più urgenti e strutturali per la mobilità tra Ostia e Fiumicino. Quel pezzo era rimasto lì, sospeso nel vuoto, senza che arrivasse nessuna risposta ufficiale degna di questo nome. Oggi quel silenzio ha finalmente una spiegazione concreta, e la spiegazione è, se possibile, ancora più sconfortante del silenzio stesso.
Secondo quanto ricostruito da LabUr, il Laboratorio di Urbanistica che ha analizzato l’iter amministrativo dell’opera, il progetto è nuovamente fermo a causa di un problema legato alla Valutazione di Impatto Ambientale del 2009. Una VIA vecchia di diciassette anni, rilasciata in un’altra epoca, in un territorio che non esiste più nelle stesse forme, e che ora non si sa con certezza se sia ancora giuridicamente valida come presupposto autorizzativo dell’intervento. A confermarlo nero su bianco è la determina numero 14936 dell’8 maggio 2026, firmata da Risorse per Roma, nella quale si segnala una non conformità formale sulla tenuta della procedura ambientale. Per capirci qualcosa, Risorse per Roma ha dovuto affidare un incarico a uno studio legale esterno. Non a un tecnico interno. Non a un ufficio già operativo. A uno studio legale, per una verifica specialistica che stabilisca se una procedura portata avanti per quasi vent’anni abbia ancora una base giuridica solida su cui poter procedere.
Se questa notizia non fa inorridire, allora non so cosa potrebbe.
Diciassette anni per scoprire che forse il presupposto legale non regge
Facciamo un esercizio di memoria. Il 2009 è l’anno in cui viene rilasciata la VIA sul Ponte della Scafa. È l’anno in cui Facebook stava ancora cercando di capire come diventare quello che è diventato. È l’anno in cui l’iPhone 3G era uscito da poco più di un anno e molte persone non sapevano ancora cosa fosse uno smartphone. È l’anno in cui l’aeroporto di Fiumicino aveva un traffico passeggeri significativamente inferiore a quello odierno. È l’anno in cui Isola Sacra aveva una densità abitativa diversa, in cui il litorale romano aveva dinamiche di mobilità diverse, in cui il traffico tra Ostia e Fiumicino era già rilevante ma non lontanamente paragonabile all’inferno quotidiano che conosciamo oggi.
Da quel 2009 a oggi sono passate prescrizioni archeologiche, conferenze dei servizi, revisioni progettuali, adeguamenti normativi. L’approvazione complessiva del progetto è arrivata nell’ottobre 2024. I fondi del Giubileo erano stati messi in campo come occasione per accelerare. Si parlava di avvio dei lavori entro il 2025. Siamo nel giugno del 2026 e non esiste la minima traccia di un cantiere. Non un ruspa. Non un recinto. Non un cartello. Niente. Solo l’ennesima verifica legale su atti che avrebbero dovuto essere blindati da anni, se solo qualcuno avesse avuto la cura di occuparsene con la serietà che la situazione richiedeva.
E qui sta il punto che più mi fa montare la bile. Non è una questione di imprevisti. Non è una questione di eventi eccezionali, di forza maggiore, di calamità naturali. È una questione di gestione amministrativa di un’opera pubblica, e quella gestione ha prodotto il risultato di arrivare nel 2026 con un procedimento ancora impantanato nella validità degli atti ambientali rilasciati quando Barack Obama iniziava il suo primo mandato alla Casa Bianca.
Il collo di bottiglia che ogni giorno mette a rischio vite umane
Lasciamo stare per un momento il profilo burocratico e torniamo sulla terra, su quella terra che migliaia di persone attraversano ogni mattina e ogni sera con il motore acceso e i nervi sempre più a pezzi. Il Ponte della Scafa esistente è un’opera progettata per un territorio completamente diverso. Fu concepito in un’epoca in cui Fiumicino aveva una popolazione e un’economia di tutt’altro profilo, in cui l’aeroporto era uno scalo di media dimensione, in cui Isola Sacra era meno urbanizzata e in cui il turismo verso il litorale non aveva le dimensioni e le stagionalità attuali. Oggi invece quello stesso ponte deve reggere i flussi di migliaia di veicoli al giorno, con punte che nelle ore più calde trasformano il percorso in un’esperienza che sarebbe comica se non fosse estenuante e, in certi casi, pericolosa.
La mattina il flusso si dirige verso Roma, verso l’aeroporto, verso le aree produttive. La sera avviene il percorso inverso. Il risultato lo sanno a memoria tutti quelli che vivono da queste parti: code che si allungano per chilometri, tempi di percorrenza imprevedibili, stress cronico, carburante bruciato inutilmente, aria peggiorata, qualità della vita deteriorata giorno dopo giorno in silenzio. E la cosa peggiore, quella che dovrebbe fare più paura, è che questo non è più considerato un’emergenza. È diventato normale. L’ingorgo è diventato parte integrante della giornata, accettato con rassegnazione come se fosse una caratteristica climatica del territorio, come il vento o la sabbia.
Ma c’è un aspetto che va oltre il disagio quotidiano, e sul quale voglio essere molto diretto. Tra Ostia e Fiumicino l’unico presidio ospedaliero di riferimento è l’ospedale Grassi di Ostia. Questo significa che in caso di emergenza medica grave, un infarto, un ictus, un politrauma, la catena che porta il paziente alle cure appropriate dipende anche dalla capacità di muoversi su quella rete viaria. E noi sappiamo benissimo come si muove. Sappiamo cosa significa trovarsi in ambulanza in mezzo a una colonna ferma sul ponte. Sappiamo cosa significa perdere minuti preziosi su un tracciato che dovrebbe essere scorrevole e che invece è strutturalmente congestionato. La medicina è chiarissima su certe patologie tempo-dipendenti: ogni minuto conta, ogni rallentamento può cambiare l’esito. Quando si parla di ponti e infrastrutture sembra sempre una questione di traffico e comodità. Io invece penso anche alle ambulanze, e credo che chiunque viva su questo territorio dovrebbe farlo.
Le alternative? Ferme anche quelle
Si potrebbe obiettare che il problema non sia solo il Ponte della Scafa, che esistano o possano esistere percorsi alternativi. Ed è vero. Esiste da anni l’ipotesi di un collegamento tra Dragona e Ostia Antica, un’opera che avrebbe senso come parte di un sistema integrato di connessioni tra le due sponde. Se ne parla. Si discute. Si valutano tracciati. Si immaginano scenari. Ma alla fine i cittadini continuano ad attraversare sempre gli stessi punti critici, le stesse strozzature, gli stessi imbottigliamenti, perché l’ipotesi rimane tale e i cantieri non partono nemmeno lì.
Nel frattempo il territorio non ha smesso di crescere. Fiumicino ha continuato ad attrarre residenti, attività, logistica. L’aeroporto ha continuato a espandersi. Il litorale ha continuato a sviluppare la sua economia stagionale e non. Sono le infrastrutture che sembrano essersi fermate, congelate in un eterno presente fatto di tavoli, commissioni, valutazioni e rinvii.
E c’è una cosa che mi preme ricordare, perché rischia di essere dimenticata nel rumore delle polemiche istituzionali. Negli anni il Comitato Spontaneo Isola Sacra e il Comitato Spontaneo Monte Solarolo avevano elaborato e presentato una proposta progettuale che molti osservatori avevano giudicato credibile, concreta e soprattutto economicamente sostenibile rispetto alle alternative in campo. Non stiamo parlando di visioni utopiche o di grandi opere impossibili. Si parlava di soluzioni che, almeno sulla carta, sembravano realizzabili con investimenti relativamente contenuti in rapporto ai benefici potenziali per il territorio. Quella proposta meritava una discussione seria, un confronto tecnico approfondito, una risposta motivata da parte delle istituzioni competenti. Non so se abbia ricevuto tutto questo. Quello che so è che il problema è ancora qui, irrisolto, e che le proposte arrivate dal basso meritano quantomeno di essere prese in considerazione con più serietà di quanta ne sia stata riservata loro fino ad oggi.
Non voglio sapere di chi è la colpa. Voglio sapere quando si risolve.
Arrivo al punto che per me è il più importante, e che probabilmente è anche quello che divide chi ragiona da chi fa propaganda. A me, come osservatore di questo territorio, interessa relativamente poco stabilire la graduatoria dei responsabili. Non è che non abbia un’opinione, ce l’ho, ma trasformare questa vicenda in una gara politica su chi abbia sbagliato di più sarebbe un modo per deviare l’attenzione dal problema reale. Questa storia attraversa più legislature, più commissari, più giunte, più governi regionali e nazionali. Non è un problema di un colore politico, è un problema sistemico che riguarda la capacità complessiva delle istituzioni di portare a termine opere pubbliche complesse senza perdersi nei meandri burocratici. E francamente, in questo paese, la destra e la sinistra hanno entrambe dimostrato di poter essere ugualmente capaci di bloccare cantieri che servono.
Mentre la politica discute delle responsabilità, i cittadini restano bloccati nel traffico. Mentre gli enti si scambiano documenti, le code si allungano. Mentre si cercano interpretazioni giuridiche sulla VIA del 2009, il territorio continua a pagare il conto ogni singolo giorno. La caccia al colpevole può interessare ai partiti, ai comunicati stampa, ai dibattiti televisivi. La soluzione interessa ai cittadini, ed è una differenza enorme che troppo spesso viene dimenticata.
Quello che chiedo, e che credo sia il minimo sindacale che questo territorio abbia il diritto di pretendere, è un tavolo tecnico vero, convocato con urgenza, con attorno tutti i soggetti che hanno voce in capitolo: il Comune di Fiumicino, Roma Capitale, la Regione Lazio, i ministeri competenti, le autorità ambientali, i tecnici, gli enti coinvolti. Un tavolo che in tempi definiti risponda a una domanda semplicissima. Il nuovo Ponte della Scafa si può fare oppure no? Se si può fare, si definiscano tempi certi, procedure certe e responsabilità certe. Se invece esistono ostacoli realmente insormontabili, lo si dica apertamente ai cittadini e si individuino immediatamente soluzioni alternative concrete. Quello che non è più tollerabile è restare sospesi in una terra di mezzo permanente fatta di annunci solenni, verifiche legali, rinvii tecnici e attese infinite.
Quello che si perde ogni giorno che passa
C’è infine una questione che va oltre le code e oltre le ambulanze, e che riguarda qualcosa di più difficile da misurare ma altrettanto reale. Quando un’opera pubblica resta bloccata per vent’anni, quando i rendering circolano e i cantieri non arrivano, quando le scadenze passano senza spiegazioni convincenti, quello che si erode non è solo la qualità della vita quotidiana. È la fiducia delle persone nelle istituzioni che dovrebbero rappresentarle. Ed è una fiducia che, una volta consumata, è molto più difficile da ricostruire di qualsiasi ponte in cemento e acciaio.
Il nuovo Ponte della Scafa non è soltanto un’infrastruttura. È diventato nel tempo il simbolo di una domanda che il territorio si porta dietro da decenni. Fiumicino, Ostia, Isola Sacra e tutto il litorale romano possono ancora programmare il proprio futuro su basi solide, oppure devono continuare a rincorrere emergenze che si trascinano da un’era all’altra senza mai trovare risposta? Perché mentre una determina passa da una scrivania all’altra e uno studio legale rilegge le carte del 2009, il traffico continua a crescere, l’ospedale più vicino resta uno solo, e le persone che ogni mattina si infilano in quella colonna sul ponte non stanno aspettando un nuovo comunicato stampa. Stanno aspettando una soluzione. Quella stessa soluzione che aspettano da prima che i loro figli imparassero ad andare in bicicletta.
Senza tifare per nessuno, come sempre.


