Voglio partire da una cosa semplice, quasi banale, che però in questa storia dice già tutto: una donna vive in una roulotte dal 2007. Con suo figlio. Sul litorale romano. Non in un film distopico, non in un reportage dal terzo mondo. Qui, a Ostia, a pochi chilometri dal Grande Raccordo Anulare, dentro la capitale d’Italia. E questa donna è censita, è seguita dai servizi sociali, è conosciuta dalle istituzioni. Da quasi vent’anni. E ancora sta in una roulotte.
Se questa cosa non ti fa venire un nodo allo stomaco, puoi smettere di leggere adesso. Se invece ti fa lo stesso effetto che fa a me, continua, perché la storia che voglio raccontarti è ancora più indecente di così.
Il problema vecchio come il mare, le soluzioni nuove come le scuse
Il problema dei camper sul litorale di Ostia non è una novità di questa settimana, non è colpa di questa amministrazione né di quella precedente in modo esclusivo. È un problema che si trascina da decenni, attraverso commissariamenti, giunte di destra, giunte di sinistra, commissari prefettizi, piani di riqualificazione, annunci di parchi, promesse di svolta. E in tutto questo tempo, la risposta concreta è sempre stata la stessa: spostiamoli.
Prima erano a piazza Sirio. Poi a piazzale Magellano. Poi a piazzale Mediterraneo. Adesso, con la delibera approvata il 3 marzo 2026 dal Consiglio del Municipio X guidato da Mario Falconi, si punta a trasferirli al civico 41 di lungomare Amerigo Vespucci, davanti all’ex stabilimento dell’Esercito, su un’area che fino a ieri era abbandonata e che nel Piano Regolatore risulta destinata a verde pubblico e parcheggio. Il paradigma non è cambiato di un millimetro: il problema non si risolve, si sposta. Si sposta finché non trova un angolo abbastanza lontano da non rompere le scatole a nessuno. O almeno, si spera.
E attenzione, perché qui c’è già il primo inganno linguistico di questa vicenda, e vale la pena smontarlo subito.
“Area camper”: ma di chi stiamo parlando?
Quando senti dire “area camper sul lungomare di Ostia”, cosa ti viene in mente? A me, e immagino a chiunque, viene in mente una struttura attrezzata per i camperisti in vacanza. Una di quelle aree di sosta dove le famiglie di camperisti parcheggiano il loro van per godersi qualche giorno al mare. Sarebbe anche una bella cosa, tra l’altro, visto che Ostia è praticamente l’unico litorale metropolitano d’Europa senza un’area del genere.
Ma non è questo. Non è affatto questo. Dietro quella formula rassicurante e vagamente turistica si nasconde qualcosa di completamente diverso: si tratta di un’area di emergenza sociale, pensata per accogliere dodici nuclei familiari in condizioni di fragilità estrema, persone che vivono in camper e roulotte da anni, già censite dalla Polizia Locale e prese in carico dai servizi sociali del Municipio. Tra loro c’è quella madre con il figlio minore che vive su quattro ruote dal 2007. Ci sono persone che hanno fatto domanda di casa popolare e aspettano. Ci sono persone che percepiscono l’assegno di inclusione e a malapena ci pagano da mangiare.
Quindi no, non stiamo parlando di un campeggio per turisti. Stiamo parlando di un concentrato di disagio sociale, di povertà strutturale, di persone che il sistema ha abbandonato o che il sistema ha assistito in modo così cronico e passivo da non riuscire mai a tirarle fuori dalla situazione in cui si trovano.
Il nome “area camper” usato nelle comunicazioni istituzionali è, nella migliore delle ipotesi, fuorviante. Nella peggiore, è un tentativo di rendere digeribile qualcosa che non lo è.
Attrezzare il disagio non è risolverlo
L’assessora municipale alle Politiche sociali, Denise Lancia (Demos), difende la scelta sostenendo che il trasferimento serve a “sottrarre queste persone dalla condizione di disumanità” in cui vivono attualmente a piazzale Mediterraneo, dove non ci sono allacci elettrici né servizi igienico-sanitari. L’area nuova, promette, verrà dotata di fontanelle, corrente elettrica, bagni chimici e in futuro di un allaccio fognario.
Capisco il ragionamento. Davvero. Se stai vivendo in una roulotte senza luce e senza un bagno degno di questo nome, avere acqua e corrente è un miglioramento oggettivo. Non lo metto in discussione. Ma mi chiedo una cosa: se dopo vent’anni la risposta migliore che si riesce a dare è “almeno adesso ha il bagno chimico”, stai risolvendo il problema o stai costruendo una prigione più confortevole?
Perché di questo si tratta. Di una soluzione che, come ha detto senza giri di parole la consigliera regionale del PD Emanuela Droghei, “non è inclusione, è un modo per cristallizzare la marginalità”. Di un intervento che fornisce servizi minimi a persone che vivono in emergenza abitativa da anni, senza però prevedere, almeno nella delibera originaria, alcun percorso strutturato verso una soluzione abitativa vera. La stessa Droghei ha sottolineato che “la cosiddetta temporaneità rischia di diventare permanente, come abbiamo già verificato negli anni”. E ha perfettamente ragione, perché la storia di questi camper sul litorale di Ostia è esattamente questo: una serie infinita di soluzioni temporanee diventate permanenti.
Anche la consigliera capitolina Mariacristina Masi (Fratelli d’Italia) ha sollevato lo stesso punto, osservando che l’assenza di una scadenza chiara rischia di trasformare l’intervento in una sistemazione definitiva senza alcun percorso di uscita. Quando la destra e una parte della sinistra dicono la stessa cosa, forse vale la pena ascoltare.
Il misunderstanding del lager ben intenzionato
C’è poi una questione che mi pesa ancora di più, e che stranamente nessuno sembra voler affrontare apertamente: puoi davvero obbligare delle persone a stare in un’area recintata, anche se aperta, anche se attrezzata, dicendo loro che fuori da lì la sosta è vietata?
Perché è esattamente quello che è successo negli ultimi mesi. Il Municipio X ha emesso divieti di sosta per i camper prima in piazza Sirio, poi in piazzale Magellano. Il risultato è che queste persone, che non hanno altra casa se non quella su quattro ruote, si sono ritrovate progressivamente espulse da ogni angolo del litorale, fino a concentrarsi a piazzale Mediterraneo. Adesso si vuole spostarle in un’area dedicata, con regole e controlli. Di giorno e di notte, dice l’assessora Lancia.
Mi fermo un secondo. Stiamo parlando di cittadini italiani, e la nazionalità, come ha giustamente ricordato anche il consigliere capitolino Giovanni Zannola, non dovrebbe essere nemmeno un criterio rilevante per l’accesso ai diritti, che vengono concentrati in un’area specifica del territorio urbano, con un divieto esplicito di stare altrove. Se questa cosa la facessi con un campo rom, si chiamerebbe in un certo modo. Se la fai con dodici famiglie di italiani in emergenza abitativa, come la vuoi chiamare?
Non sto dicendo che la giunta Falconi abbia cattive intenzioni. Sto dicendo che il meccanismo che si sta mettendo in moto assomiglia più a una zona di contenimento che a un percorso di uscita. E questo, indipendentemente dalle intenzioni, è un problema serio.
Il Partito Democratico che vota senza opposizione: ironia della sorte
Arriviamo al capitolo che mi ha fatto perdere la pazienza definitivamente. Il 3 marzo 2026, il Consiglio del Municipio X si riunisce per votare la delibera. Le opposizioni di centrodestra, Fratelli d’Italia e Lega, occupano l’aula per la terza settimana consecutiva, protestando contro il provvedimento e contro quella che definiscono una gestione opaca e poco trasparente. La presidente del Consiglio municipale, Paola Pau, dispone l’espulsione dei consiglieri e l’allontanamento del pubblico. La votazione si svolge a porte chiuse. In tutto questo caos ha fatto espellere anche i cittadini che stavano assistendo.
Poi arriva il comunicato del presidente Falconi, che parla di “motivazioni pretestuose” da parte dell’opposizione, rivendica di essersi “assunto la responsabilità” di procedere comunque con il voto, e ringrazia M5S e Azione per essere rimasti in aula dimostrando “rispetto per il ruolo dell’assemblea”.
Quindi riepiloghiamo: la maggioranza di un consiglio municipale espelle fisicamente i consiglieri di opposizione, con l’intervento della Polizia Locale, e poi vota una delibera controversa a porte chiuse, davanti a soli consiglieri favorevoli o astenuti. E questo lo chiama democrazia. Lo chiama “portare a compimento l’iter” nell’interesse dei cittadini.
Ora, per carità, le opposizioni di destra non brillano per eleganza istituzionale. Occupare l’aula per tre settimane consecutive è una forma di ostruzionismo che ha i suoi limiti e le sue contraddizioni, e capisco che a un certo punto la maggioranza abbia deciso di andare avanti. Ma espellere l’opposizione e poi votare senza che nessun contrario possa partecipare al voto non è esattamente il modello di democrazia deliberativa che ci aspetteremmo da un partito che porta la parola “democratico” nel suo nome. Il paradosso è così evidente da non richiedere nemmeno troppi commenti.
E sì, mi chiedo anche questo: se avesse fatto la stessa cosa una giunta di centrodestra, le stesse persone che oggi applaudono la “responsabilità” di Falconi avrebbero reagito allo stesso modo?
Il centrodestra sul camion degli interessi elettorali
Detto questo, e lo dico senza sconti l’opposizione che insorge l’abbiamo vista mille volte, e non solo da parte di Fratelli d’Italia e Lega. Prima di loro, quando i rapporti di forza erano diversi, lo stesso copione lo hanno recitato altri. Il M5S, che oggi si astiene con aria compunta parlando di “soluzioni dignitose”, non ha risolto niente quando aveva voce in capitolo. E il PD, che oggi fa la morale alla destra accusandola di “soffiare sul fuoco dello scontento”, governa questo municipio da abbastanza tempo da doversi prendere la responsabilità del fatto che il problema è ancora lì, immobile, su quattro ruote.
La consigliera Droghei che dice “trovo disgustose le strumentalizzazioni della destra” ha formalmente ragione. Ma lo dice da dentro un partito che amministra il territorio e che fino a ieri non aveva trovato niente di meglio che spostare i camper da una piazza all’altra. Criticare chi cavalca l’onda mentre l’onda la stai producendo tu non è esattamente una posizione da cui fare la predica. Il disagio sociale sta lì, fermo a piazzale Mediterraneo, e se ne fregano tutti quanti, chi governa e chi fa opposizione, tranne quando serve per qualcosa.
L’assessore Zevi e i 90 giorni della speranza
L’unico spiraglio vero in questa vicenda è arrivato, stranamente, dal Campidoglio. L’assessore capitolino al Patrimonio e alle Politiche abitative Tobia Zevi ha comunicato ufficialmente la disponibilità a garantire una soluzione alloggiativa ai dodici nuclei familiari entro 90 giorni, attraverso il sistema SASSAT (Servizio di Assistenza e Sostegno Socio Alloggiativo Temporaneo), come previsto dalla delibera capitolina 409/2023. Residence comunali, non camper con il bagno chimico.
Se questa promessa verrà mantenuta, bene. Se tra novant’anni ci ritroviamo ancora qui a parlare degli stessi camper spostati in un altro angolo del litorale, avremo la conferma definitiva di quello che molti sospettiamo già: che il sistema non vuole risolvere il problema, vuole gestirlo. Perché gestirlo garantisce fondi, incarichi, deleghe, bandi. Risolverlo significherebbe ammettere che le risorse ci sarebbero state, ma la volontà no.
Vent’anni di roulotte e zero vergogna
Torno dove ho cominciato: una donna vive in una roulotte dal 2007 con suo figlio. È censita. È seguita. Lo sanno tutti. E nel 2026, la risposta migliore che il territorio riesce a offrirle è un’area recintata con i bagni chimici su un lungomare che stiamo cercando di valorizzare per i turisti.
Il problema non è questa delibera. Il problema non è Falconi, non è Lancia, non è la destra che occupa le aule. Il problema è vent’anni di istituzioni che hanno guardato dall’altra parte, che hanno spostato il disagio invece di affrontarlo, che hanno costruito un sistema di assistenza permanente incapace di produrre autonomia reale.
Questa storia non finisce il 3 marzo con un voto a porte chiuse. Finirà, se finirà, quando quella madre e suo figlio avranno quattro muri veri attorno a loro. Non quando li avremo messi in un posto dove danno meno fastidio.


