Eccoci di nuovo. Terzo atto. E devo ammettere che quando ho cominciato a scrivere di erba tagliata, di sacchi biodegradabili e di regole nuove di zecca, non pensavo davvero che sarei arrivato a un terzo pezzo. Pensavo: si sistemerà, qualcuno capirà, qualcosa cambierà. Invece no. Gli sfalci di Fiumicino sono diventati il tormentone della primavera 2026, una specie di Watergate a scala locale dove però, al posto dei nastri registrati di Nixon, abbiamo sacchetti da 40 litri lasciati fuori dai cancelli e nessuno che li ritira. Il livello di scandalo è diverso, sia chiaro, ma il meccanismo è lo stesso: c’è qualcosa che non funziona, tutti lo sanno, e nessuno vuole dirlo chiaramente.
Partiamo dai fatti, perché qui si parte sempre dai fatti. Il nuovo sistema di raccolta del verde è entrato in vigore il 1° aprile 2026 in via sperimentale, e introduce una distinzione netta tra sfalci e fogliame da una parte, potature dall’altra. Gli sfalci vengono raccolti una volta a settimana nel periodo estivo, con un limite rigido di tre sacchi biodegradabili da 40 litri per utenza. Le potature, invece, si ritirano solo su prenotazione e soltanto nel periodo di riposo vegetativo, tra ottobre e aprile. Il resto dell’anno, se hai rami da smaltire, sono affari tuoi. L’amministrazione ha spiegato le ragioni di questa stretta: il vecchio sistema, che permetteva di mischiare il verde all’umido senza limiti, era diventato economicamente insostenibile, con costi di trasporto e trattamento aumentati fino al 25% per ogni singolo servizio. Bisognava razionalizzare. Bisognava adeguarsi alle normative. Bisognava, soprattutto, evitare aumenti della TARI.
Tutto questo è scritto nei comunicati ufficiali, ed è comprensibile. Capisco la logica. Capisco anche che qualcuno prima abbia costruito un sistema problematico, almeno così è stato detto. Quello che non capisco è quello che succede poi, quando esci di casa e la teoria si scontra con la realtà del territorio.
La bicicletta, di nuovo. Perché certi vizi non si perdono.
Confesso che è diventato un rito. Già nell’atto secondo avevo girato per le strade di Fiumicino a cercare conferme o smentite a quello che si legge nei comunicati, e avevo trovato soprattutto conferme. Questa mattina ho ripreso la bicicletta, perché dal finestrino di una macchina certe cose non si vedono, e sono andato a fare il mio solito giro. Non per dimostrare niente di nuovo ma per vedere se qualcosa fosse cambiato. La risposta, vi anticipo, è no. Anzi, a voler essere precisi, qualcosa è cambiato in peggio.
Non sono nemmeno riuscito a uscire dal mio vicolo prima di trovare il primo segnale. Tre sacchetti. Piccoli, ordinati, sistemati come si deve. Sacchi da 40 litri, quelli giusti, quelli biodegradabili che il regolamento richiede. Non ritirati. Ho pensato, ottimisticamente, a una svista. Può capitare, gli operatori sono esseri umani, i percorsi sono lunghi, qualcosa può sfuggire.
Poi ho continuato a pedalare e la storia si è ripetuta. Due sacchi qui, uno lì, tre più avanti, ancora due dopo una curva. Mi sono fermato ogni volta a controllare, perché volevo essere onesto con me stesso prima di scrivere qualcosa. Non erano sacchi abbandonati alla rinfusa, non erano rifiuti buttati di nascosto, non erano casi di inciviltà. Erano sacchi a norma, esattamente come vuole il regolamento, sistemati accanto al secchio dell’umido che invece, quello sì, era stato regolarmente ritirato visto il bidone vuoto. I sacchetti degli sfalci ancora lì, solitari, ad aspettare qualcuno che non è arrivato.
Ho visto anche i miei vicini che quei sacchi li riportavano dentro casa, con quella calma apparente che maschera malissimo la frustrazione. Non ho riportato le loro parole perché, come si dice, non vorrei ritrovarmi a rispondere in tribunale per conto terzi. Ma il messaggio era chiaro, e non richiedeva un dizionario per essere decifrato.
Ora, la domanda è semplice e dovrebbe essere semplice anche la risposta: se i sacchi sono a norma, se le persone hanno seguito le regole esattamente come richiesto, perché non vengono ritirati? Chi ha sbagliato? Dove si è rotto il meccanismo?
Due ipotesi, nessuna rassicurante
Le possibilità sono due, e nessuna delle due fa dormire sonni tranquilli.
La prima è un problema di comunicazione verso i cittadini. Le regole nuove non sono chiare, non sono arrivate in modo comprensibile, non sono state spiegate con la necessaria semplicità. Se una, due, tre, quattro case in zone diverse mettono fuori i sacchi nello stesso giorno e nello stesso modo sbagliando tutte allo stesso modo, allora il problema non è dei singoli. Il problema è a monte. È nella comunicazione. È nei canali usati, nei toni adottati, nei tempi scelti per spiegare qualcosa di nuovo a persone abituate a fare le cose in un certo modo da anni.
La seconda ipotesi è ancora più preoccupante: la comunicazione non è chiara nemmeno verso chi dovrebbe applicare il servizio. Gli operatori, quelli che materialmente salgono sul furgone la mattina e decidono cosa ritirare e cosa lasciare, hanno ricevuto indicazioni precise? Sono stati formati? Sanno esattamente distinguere un sacco di sfalci a norma da uno non a norma? Perché se il bidone dell’umido viene ritirato e i sacchi accanto vengono ignorati, vuol dire che c’è una disconnessione operativa, non solo teorica. E una disconnessione operativa è, tecnicamente, un servizio che non funziona.
Entrambe le ipotesi portano allo stesso posto: c’è qualcosa che non sta girando come dovrebbe, e finché non si capisce dove esattamente si è inceppato l’ingranaggio, il problema continuerà a ripresentarsi ogni sabato mattina, con nuovi sacchi lasciati fuori e nuovi cittadini frustrati.
Il grande teatro dello scaricabarile
Nel frattempo, la politica fa quello che sa fare meglio. Parte il teatrino. Regolare, puntuale, quasi commovente nella sua prevedibilità.
Da una parte l’opposizione, composta da Partito Democratico, Lista Ezio Sindaco e Sinistra Italiana, che ha tirato fuori i numeri come se fossero proiettili. Secondo i documenti dell’offerta tecnica originaria, sostengono, erano previsti fino a 312 ritiri annui per utenza. Con il nuovo sistema si è scesi a 52 chiedendo di fatto il ripristino immediato e accusano l’amministrazione di diffondere informazioni fuorvianti. Bene. Legittimo.
Dall’altra parte l’assessorato all’Ambiente che difende la scelta, spiega le ragioni, parla di costi esplosi, di normative da rispettare, di TARI da non alzare. Tutto plausibile, tutto comprensibile. Ma c’è un problema: se il contratto precedente era davvero così mal fatto, così squilibrato, così insostenibile, perché non lo si dice con chiarezza? Perché non si convoca una conferenza stampa seria, si mettono i documenti sul tavolo e si dice, con quella semplicità che la gente apprezza e che la politica sembra aver dimenticato: “Cari concittadini, ci siamo trovati davanti a un contratto problematico ereditato da chi governava prima, stiamo lavorando per risolverlo, nel frattempo la raccolta funzionerà così, vi chiediamo pazienza e collaborazione”?
Invece no. Si rimane nel limbo. Si risponde a distanza. Si parla di sistema sperimentale, di ottimizzazione, di allineamento normativo. Parole che suonano benissimo negli uffici e non significano niente fuori dai cancelli, dove l’erba tagliata aspetta ancora.
E intanto, tra una dichiarazione e l’altra, i sacchi fanno avanti e indietro. Dal giardino al cancello il sabato mattina. Dal cancello al giardino il sabato pomeriggio. Una danza rituale che si ripete ogni settimana, accompagnata da un crescendo di malumore che prima o poi, se nessuno interviene, diventerà qualcosa di più difficile da gestire.
Il costo che non finisce nei comunicati
C’è però un aspetto di tutta questa storia che non ho letto in nessun comunicato, in nessuna dichiarazione, in nessun post ufficiale. Ed è, paradossalmente, l’aspetto che mi ha colpito di più girando per il quartiere e parlando con le persone.
Gli anziani.
Quelli che vivono da soli in una villetta con un piccolo giardino. Quelli che tagliano l’erba con fatica ogni settimana. Quelli che non hanno la forza di caricare sacchi su una macchina e mettersi in fila ai centri di raccolta (sempre che si capisca quando sono aperti, l’unico servizio al mondo che aperto al bisogno). Quelli che, fino a qualche settimana fa, avevano un sistema che, con tutti i suoi difetti, funzionava abbastanza bene per le loro esigenze, e che oggi si trovano davanti a regole nuove, confuse, e a un servizio che anche quando teoricamente ci dovrebbe essere, nella pratica non arriva.
E sapete cosa stanno facendo questi anziani, quelli che non ce la fanno? Stanno chiamando i giardinieri. Non per tagliare l’erba, intendiamoci, ma per portarla via. Perché il giardiniere arriva, taglia, raccoglie, carica il furgone e se ne va. Tutto risolto. Tutto a pagamento, ovviamente, perché i giardinieri fanno un mestiere e vanno pagati, e ci mancherebbe. Ma il punto non è questo. Il punto è che si sta creando una spesa aggiuntiva, indiretta, silenziosa, che prima non esisteva. Una spesa che si aggiunge alle bollette aumentate, al carburante che continua a salire, alla spesa alimentare che non smette di mordere.
E chi non può permettersi nemmeno questa spesa? Lasciamo perdere, preferisco non rispondere su dove prima o poi lascerà gli sfalci. La risposta la conosciamo tutti, e se la conosciamo tutti vuol dire che chi prende le decisioni la conosce ancora meglio di noi. E allora ci si aspetta che se ne tenga conto, prima di disegnare regole che sulla carta sembrano razionali e nella realtà creano esclusione.
Quando le regole giuste producono effetti sbagliati
C’è un principio che nella gestione dei servizi pubblici dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali sopra ogni scrivania: le regole devono essere non solo corrette, ma anche applicabili. E applicabili vuol dire che devono tener conto della realtà concreta delle persone a cui si rivolgono, non solo dei numeri di un bilancio o dei paragrafi di una normativa.
Tre sacchi da 40 litri a settimana possono avere una logica ineccepibile in un appartamento di città con un vaso sul balcone. Ma Fiumicino non è un appartamento di città. Fiumicino è un Comune fatto in gran parte di villette, giardini, spazi verdi, orti. È un territorio dove il verde privato è una caratteristica strutturale, non un’eccezione. E in questo tipo di territorio, tre sacchi a settimana nel periodo di maggior crescita vegetativa diventano quasi comicamente insufficienti. Non è una critica ideologica, è aritmetica applicata alla realtà.
E quando un limite è troppo stretto, quando un servizio non riesce a stare al passo con la domanda reale, succede sempre la stessa cosa che nessuno vuole dire ad alta voce ma che tutti sanno benissimo come va a finire. Una parte delle persone si adatta, sopporta, cerca soluzioni alternative a proprie spese. Un’altra parte, quella meno virtuosa o più esasperata, smette di rispettare le regole. E qui non parlo di malafede, parlo di frustrazione accumulata, di sensazione di essere abbandonati da un sistema che pretende comportamenti corretti senza offrire un servizio adeguato in cambio. Quando quella frustrazione raggiunge il punto di rottura, i sacchi non tornano dentro casa. Finiscono per strada, in un angolo, dietro un cespuglio. E a quel punto il problema dell’erba tagliata si trasforma in un problema di degrado urbano, che costa molto di più da gestire di qualsiasi ottimizzazione del servizio di raccolta.
Quello che servirebbe davvero
Non mi interessa indicare colpevoli, perché non è questo il mio mestiere. Non mi interessa sostenere né l’opposizione né la maggioranza, perché ho già detto più volte in questi anni che entrambe le parti hanno i loro scheletri nell’armadio e le loro responsabilità da assumersi. E in questa vicenda specifica, gli scheletri si trovano da tutte e due le parti o almeno così pare visto che per ognuno tira la ragione dalla sua parte.
Quello che mi interessa è molto più semplice, e lo dico da cittadino che ha un giardino come molti, e che la mattina del sabato vorrebbe trovare il sacchetto degli sfalci ritirato come previsto. Mi interessa che il servizio funzioni. Mi interessa che le regole siano chiare, comprensibili, raggiungibili da chiunque, inclusi gli anziani che non guidano e non navigano su internet. Mi interessa che quando qualcosa non funziona lo si ammetta senza aspettare che la polemica esploda sui social, e lo si risolva senza fare della soluzione un’operazione di comunicazione politica. Fatta male, lo dico chiaramente visti gli ultimi post dai canali ufficiali di tutti i leader politici di Fiumicino.
Se il contratto precedente era sbagliato, lo si dica con i documenti in mano, in una sede pubblica, con la trasparenza che i cittadini meritano. Se il nuovo sistema ha bisogno di un periodo di rodaggio, lo si comunichi con onestà, senza nascondersi dietro le parole di rito sulla “fase sperimentale”. Se gli operatori non hanno ricevuto indicazioni chiare, si facciano riunioni, si rivedano le procedure, si garantisca che chi deve ritirare sappia esattamente cosa ritirare e come.
E se tutto questo non basta, si siedano tutti attorno a un tavolo, maggioranza e opposizione, e trovino una soluzione che sia a misura di territorio e non di bilancio. Perché i cittadini di Fiumicino non sono numeri su un foglio Excel. Sono persone che pagano le tasse, che cercano di fare la cosa giusta, e che meritano un servizio che funzioni davvero.
Nel frattempo, i sacchi aspettano ancora
Sono tornato a casa dopo il mio giro in bicicletta con più domande di quante ne avevo prima di uscire, e con la certezza che questo articolo non sarà l’ultimo. Perché finché i sacchi restano fuori dai cancelli, finché gli anziani devono pagare qualcuno per portarsi via l’erba tagliata, finché la politica continua a giocare alla guerra dei comunicati invece di trovare soluzioni concrete, questa storia non ha un finale degno di essere scritto.
Lo Sfalci-Gate di Fiumicino è ancora aperto. E come tutti i Watergate che si rispettano, la cosa più interessante non è il reato originale, non è il sacco lasciato fuori dal cancello. È quello che viene dopo. È la gestione della crisi, è la trasparenza o la sua assenza, è la capacità di chi governa di stare davanti ai fatti senza voltarsi dall’altra parte.
Quella capacità, fino ad oggi, non l’ho ancora vista. E non parlo solo di chi governa adesso: parlo anche di chi governava prima e ha lasciato situazioni irrisolte che adesso diventano materia di polemica invece che di soluzione. L’erba cresce. I sacchi si riempiono. Il sabato mattina arriva puntuale. E la domanda rimane sempre la stessa, semplice, concreta, inesorabile: vengono ritirati, o no? Senza tifare per nessuno, come sempre.


