C’è una cosa che a Fiumicino sta diventando più tossica dei rifiuti abbandonati fuori orario, ed è questa convinzione granitica, viscerale, apparentemente inestirpabile, che le regole siano sempre facoltative. Sempre interpretabili. Sempre piegabili al proprio tornaconto personale fino a trasformare qualsiasi discussione pubblica in un gigantesco, infinito, stucchevole “eh però”.
L’ultimo episodio arriva dal post dell’assessore all’ambiente Stefano Costa, che sui social ha scritto a caratteri cubitali: “NO SACCHI NERI”. Un messaggio semplice, diretto, comprensibile pure a chi normalmente legge solo i commenti sotto i post senza mai aprire un regolamento in vita sua. Eppure, puntuale come la tassa sui rifiuti, è partita immediatamente la fiera nazionale della giustificazione creativa.
“Eh ma i negozi li vendono.” “Eh ma l’ordinanza non lo vieta ai privati.” “Eh ma io ho sempre fatto così.” “Eh ma tanto lo fanno tutti.”
E io giuro che a volte mi chiedo se il problema reale di questo paese sia davvero la politica, oppure questa cultura tossica del cavillo utilizzato come lasciapassare morale per fare esattamente quello che si vuole, senza mai mettere in discussione nulla che riguardi sé stessi.
Perché qui non stiamo parlando di un golpe istituzionale, di una dittatura sanitaria o di una rivoluzione fiscale imposta dall’alto. Stiamo parlando di sacchi della spazzatura. Sacchi della spazzatura. Eppure siamo riusciti a trasformare pure questo in una battaglia ideologica tra chi prova a mantenere un minimo di ordine urbano e chi invece vive con la ferma convinzione che ogni regola esista soltanto finché non disturba la propria personale comodità. Sottolineo prima di continuare che io non sono un difensore dell’assessore Costa, anzi, basta leggere qualche articolo dietro per capire che ho fortemente criticato quello che è accaduto per gli sfalci.
L’ordinanza dice quello che dice, non quello che volete che dica
Partiamo dai fatti, perché a differenza dei commentatori professionisti da tastiera io i documenti me li sono letti davvero.
L’Ordinanza Sindacale n. 19 del 21 maggio 2025, firmata dal Sindaco Mario Baccini, stabilisce all’Art. 14, comma 2, l’obbligo esplicito per le utenze non domestiche, bar, negozi, commercianti dei mercati rionali, di utilizzare esclusivamente sacchi trasparenti per il conferimento di secco residuo, plastica e metallo. Questo è vero, ed è bene dirlo con chiarezza.
Ma è altrettanto vero, ed è qui che molti fanno finta di non capire, che l’Art. 10 vieta l’utilizzo di contenitori diversi da quelli forniti dal gestore del servizio. Il che significa che se il gestore ti fornisce determinati strumenti, determinati mastelli, determinate modalità di conferimento, e tu decidi di usare qualcosa di diverso perché “ti trovi meglio” o perché “ci sei abituato”, non stai esercitando nessuna libertà personale. Stai semplicemente facendo come ti pare.
Che poi è il vero sport nazionale italiano, praticato con un’intensità e una creatività inversamente proporzionale alla disponibilità a rispettare qualsiasi norma condivisa.
Ed è davvero incredibile assistere allo spettacolo di persone che si arrampicano sugli specchi con interpretazioni degne di un avvocato penalista davanti alla Corte d’Assise, pur di giustificare il fatto di aver buttato l’immondizia nel modo più comodo per sé stessi. Non per la comunità. Per sé stessi.
“Finché li vendono li uso”: una delle frasi più pericolose mai partorite da una tastiera
La perla assoluta, però, è un’altra. Ed è quella dei cittadini che, con una sicurezza degna di miglior causa, commentano: “Finché i negozi vendono sacchi neri, io li uso.”
Ora, io capisco tutto, capisco la rabbia verso le istituzioni, capisco la stanchezza di chi si trova davanti a regole che cambiano, a calendari della differenziata che sembrano scritti per disorientare, a comunicazioni pubbliche che a volte lasciano più dubbi di quanti ne risolvano. Capisco anche chi è semplicemente stufo di sentirsi dire cosa fare.
Ma questa frase è una cosa che dovrebbe essere studiata nei manuali di sociologia del declino civico. È un ragionamento che, portato alle sue conseguenze logiche, apre voragini spaventose.
Nei negozi vendono candeggina e ammoniaca, ma se le mescoli e ci intossichi mezza famiglia non puoi dare la colpa al supermercato che te le ha vendute entrambe. Nei negozi vendono coltelli da cucina, ma non puoi portarli in giro e usarli come ti capita. In Italia si vendono legalmente pistole e fucili, con tanto di licenze e percorsi regolamentati, ma nessuno si sogna di argomentare che siccome li vendono allora ognuno può usarli a piacimento, dove vuole e come vuole. Esistono prodotti, esistono sostanze, esistono strumenti che hanno regole precise di utilizzo, limiti, modalità d’uso, contesti appropriati. Funziona così, in una società che si definisce civile.
Il problema è che ormai una fetta sempre più larga della popolazione ha smesso di distinguere tra la disponibilità di un prodotto e il diritto illimitato al suo uso. E appena qualcuno prova a ricordare questa distinzione elementare, parte immediatamente la recita del cittadino oppresso, del suddito esasperato, dell’individuo libero che non si piega ai diktat.
La verità scomoda che nessuno vuole sentirsi dire
E qui arriviamo al punto più difficile, quello che fa più male e che per questo viene sistematicamente evitato in ogni discussione pubblica.
A Fiumicino, come in tantissimi altri comuni italiani, esiste una fetta consistente di popolazione che non vuole collaborare. Non perché non capisca le regole, non perché le regole siano impossibili da seguire o tecnicamente irragionevoli. Ma perché nella propria gerarchia di valori, il bene collettivo arriva sempre, inevitabilmente, qualche gradino dopo il proprio piccolo tornaconto personale.
Questa mentalità non si nasconde, non si vergogna, non si mimetizza si vede benissimo. Si vede nei sacchi lasciati fuori giorni prima del ritiro, perché sistemarli al momento giusto richiederebbe uno sforzo. Si vede nei mastelli buttati in mezzo alla strada invece di essere riposti dopo il passaggio dei mezzi. Si vede negli sfalci abbandonati sui marciapiedi come se ogni tratto di strada fosse una discarica privata a disposizione di chiunque. Si vede in chi differenzia male e poi si lamenta della Tari troppo alta. Si vede in chi pretende una città ordinata e pulita comportandosi però come se abitasse in un territorio senza leggi.
La verità è che molti cittadini vogliono vivere in una città ordinata, ma senza voler fare la propria parte per renderla tale. Vogliono i benefici della convivenza civile senza accettarne gli oneri. E le due cose insieme, in nessun luogo del mondo, sono mai esistite contemporaneamente.
La città è uno spazio condiviso, non il vostro giardino privato
Questo sembra essere il concetto più difficile da far attecchire, e la cosa continua a sorprendermi ogni volta che ci sbatto contro.
La strada non è il prolungamento del vostro giardino, il marciapiede non è il vostro deposito personale. L’area davanti al cancello non è territorio autonomo indipendente dove vigono le vostre leggi personali. La città è uno spazio condiviso tra decine di migliaia di persone diverse, con esigenze diverse, abitudini diverse, e per questo ha bisogno di regole comuni che valgano per tutti, non solo per quelli che le trovano comode.
Vivere in uno spazio condiviso comporta obblighi, comporta limiti, comporta compromessi e il rispetto di norme che magari non abbiamo scelto personalmente, ma che esistono per garantire che la convivenza sia possibile. Altrimenti non si chiama comunità si chiama anarchia urbana. E l’anarchia urbana, nella pratica quotidiana, si traduce in sporcizia, degrado, conflitto continuo e una progressiva erosione della qualità della vita per tutti.
Appena arriva una norma, anche minima, anche banale come quella sull’utilizzo dei sacchi, scatta la ribellione adolescenziale del “non me lo possono imporre”. E invece sì. In una società funzionante certe cose si impongono, non perché qualcuno voglia esercitare potere per il gusto del potere, ma perché senza regole condivise vince il caos, e nel caos perdono sempre i più deboli.
Il problema non è il sacco nero: è il principio che si rifiuta di accettare
Sia chiaro, perché qualcuno potrebbe fraintendere. Il problema non è il colore del sacco in sé. Non è che il sacco trasparente sia la salvezza dell’umanità mentre quello nero sia il simbolo del male assoluto. Il problema è il principio sottostante, quello che si rifiuta ostinatamente di riconoscere.
Se il sistema di raccolta è organizzato in un certo modo, il cittadino deve adeguarsi a quel sistema non il contrario. Perché se ognuno inizia a interpretare le regole secondo la propria convenienza personale, il sistema salta. Uno usa il sacco sbagliato, un altro lascia fuori i rifiuti due giorni prima, un terzo abbandona gli sfalci sul marciapiede, un quarto butta l’umido nella plastica, un quinto lascia i cartoni accatastati sotto ai cestini pubblici , un sesto parcheggia dove capita perché “fa solo cinque minuti”e improvvisamente la città diventa quello che molti lamentano già oggi: invivibile, degradata, abbandonata.
Non per colpa del Comune, non per colpa di questa o quella amministrazione, non per colpa dell’Europa o delle multinazionali. Ma per colpa di cittadini convinti che la convivenza civile sia sempre responsabilità degli altri, mai la propria.
I social hanno trasformato ogni norma in un sondaggio emotivo
C’è un fattore aggravante che in questo tipo di dinamiche gioca un ruolo sempre più pesante, e sarebbe disonesto non nominarlo.
I social media hanno trasformato qualsiasi regola in un’opinione. Qualsiasi disposizione pubblica è diventata materia da sondaggio emotivo collettivo, soggetta al tribunale dei commenti dove chiunque può sentenziare senza aver letto nulla, senza conoscere i dettagli, senza avere il minimo interesse a capire davvero.
“Secondo voi è giusto?” “Io non sono d’accordo.” “A me nessuno può dire cosa fare.” E così anche una semplice indicazione sulla raccolta rifiuti diventa una guerra ideologica tra fazioni contrapposte. Non esiste più il concetto di norma condivisa, di regola che vale indipendentemente dal fatto che piaccia o non piaccia. Esiste soltanto il principio del “mi piace” oppure “non mi piace”, applicato a tutto, anche alle cose che non sono opinabili.
Ma uno Stato, un Comune, una comunità non possono funzionare a emozioni personali e approvazioni di piazza. Altrimenti domani uno decide che il rosso al semaforo è soltanto un suggerimento gentile, e che siccome non è convinto dell’opportunità di fermarsi può tranquillamente ignorarlo.
Le istituzioni devono comunicare meglio, ma questo non assolve nessuno
Detto tutto questo, e qui qualcuno si stupirà, c’è una critica che va fatta anche al Comune e a chi gestisce la comunicazione pubblica su questi temi.
Se l’ordinanza si applica principalmente alle utenze non domestiche, ma il messaggio che arriva ai cittadini è semplicemente “NO SACCHI NERI” senza ulteriori spiegazioni, senza distinguere i destinatari del divieto, senza chiarire il quadro completo, è inevitabile che si generi confusione e nella confusione prosperano i furbi, quelli che usano ogni zona grigia come scusa per ignorare il senso complessivo delle norme.
Le regole devono essere semplici, spiegate con chiarezza, comunicate senza ambiguità e fatte rispettare con coerenza nel tempo. Questo è un compito preciso dell’amministrazione, e farlo male ha un costo reale in termini di credibilità e di efficacia.
Ma questo non giustifica, nemmeno lontanamente, il comportamento di chi usa ogni minima imprecisione comunicativa come alibi per ignorare completamente il senso di quello che si chiede. Perché qui non serve una laurea in giurisprudenza. Serve soltanto la disponibilità a capire che esiste qualcosa che va oltre la propria convenienza del momento.
Il degrado che non si vede nei sacchi
Il vero degrado non sono i sacchi neri lasciati fuori, non sono i mastelli mal posizionati, non sono nemmeno gli errori nella differenziata, che capitano e possono essere corretti con informazione e pazienza.
Il vero degrado è culturale, ed è quello più difficile da affrontare perché non lo vedi nei rapporti degli ispettori ambientali e non lo sanzioni con un’ordinanza. È questa incapacità cronica e diffusa di capire che vivere insieme comporta doveri, non solo diritti. È l’idea infantile che ogni regola debba essere discussa, contestata, aggirata soltanto quando tocca noi direttamente. È questa continua e creativa ricerca di alibi per evitare la minima disciplina collettiva, spacciata ogni volta per pensiero critico, per resistenza civile, per difesa delle libertà individuali.
Una città non migliora soltanto con nuove ordinanze, nuovi appalti o nuovi assessori più bravi a comunicare sui social. Migliora quando i cittadini smettono di pensare esclusivamente al proprio cancello e iniziano a trattare lo spazio comune come qualcosa che appartiene a tutti, e che tutti hanno il dovere di rispettare.
Finché continueremo a vedere persone che pur di non ammettere semplicemente “ho sbagliato, userò il contenitore corretto” tirano fuori interpretazioni giuridiche e distinzioni filosofiche degne di un convegno accademico, il problema non sarà mai il colore dei sacchi.
Sarà la mentalità di chi pretende una comunità civile senza voler fare la propria parte. E quella, purtroppo, non si risolve con un post dell’assessore.


