Tre carabinieri uccisi e un paese che non sa più distinguere il bene dal male

Tre carabinieri uccisi e un paese che non sa più distinguere il bene dal male

Non so voi, ma io quando ho letto la notizia dell’esplosione di Castel d’Azzano ho pensato subito ad un tragico incidente. La realtà con il passare del tempo però si è fatta più chiara, un boato, tre carabinieri morti, venti feriti, e poi subito quella corsa collettiva a cercare una spiegazione che giustificasse l’ingiustificabile. Non erano passate neanche due ore e già i social ribollivano di post, di prese di posizione, di giudizi pronti, di analisi improvvisate. Ho visto la solita divisione del Paese in fazioni, come se anche davanti a tre bare ci fosse bisogno di scegliere da che parte stare.

Da uomo della strada, da uno che vive a Fiumicino, che ogni giorno ascolta le chiacchiere da bar, legge i giornali online, scorre i commenti sotto i post e osserva le reazioni della gente, vi dico che mi ha colpito profondamente non solo la tragedia in sé, ma il modo in cui una parte, ben riconoscibile e ben schierata politicamente, ha subito provato a riscrivere la realtà.

Qui da noi, a Fiumicino, come nel resto d’Italia, si è alzato un coro che ha spostato l’attenzione: non più una strage premeditata, non un attentato contro lo Stato, ma la solita storia di “famiglia oppressa dalle banche”, di “poveri contro ricchi”, di “sistema spietato che schiaccia i deboli”. Ho letto commenti di persone impegnate politicamente, anche di chi solitamente chiede giustizia, che hanno avuto il coraggio di parlare di “vittime del sistema”, di “militari usati come strumenti di oppressione”. E lì, francamente, ho capito che abbiamo perso il senso delle parole e, con esso, il senso della misura.

I fatti, quando i fatti non piacciono

Perché, vedete, la verità — quella che emerge dai documenti e non dalle opinioni — racconta tutt’altro. Racconta che i fratelli Ramponi, tre persone adulte e lucide, avevano premeditato ogni cosa. Avevano preparato e lavorato a lungo per creare distruzione, piazzato delle molotov, disseminato bombole di gas e, quando i carabinieri sono arrivati per una semplice perquisizione legata a uno sgombero, hanno aspettato il momento giusto per offendere e non per difendere. Non erano dentro la casa, non erano vittime di panico o disperazione, ma all’esterno, pronti a scappare, come chi sa bene cosa sta per succedere. Hanno creato una trappola. E quando l’innesco è partito, con quel fischio che ha preceduto l’esplosione, tre servitori dello Stato sono stati uccisi sul colpo.

Ora, possiamo discutere di tutto, ma non possiamo avere dubbi su questo: è un attentato. E un attentato non nasce dalla fame, ma dall’odio. Non si costruisce per disperazione, ma per vendetta.

La retorica della disperazione

Quello che mi fa arrabbiare — e mi arrabbio da cittadino comune, non da esperto — è che ancora una volta si sia scelto di giustificare l’ingiustificabile. È successo anche qui, a Fiumicino, nei commenti sotto i post di cronaca: gente che parla di “diritto alla casa violato”, di “famiglia ridotta alla fame dalle banche”, di “militari che obbediscono a ordini ingiusti”. Come se i tre carabinieri morti fossero parte di un ingranaggio spietato e non uomini che stavano semplicemente facendo il proprio lavoro.

Eppure, bastava leggere le ricostruzioni per capire che quella non era una famiglia di innocenti. Il tutto nasce, da quello che si apprende, da un incidente avvenuto anni fa: uno dei fratelli Ramponi guidava un trattore senza fari e senza assicurazione, provocando la morte di un ragazzo di trentasei anni. Da lì, un processo, una condanna e un risarcimento mai pagato. Per evitare i debiti vendono i terreni, accendono mutui, poi gridano al complotto, alle firme false, alle banche cattive. E mentre la loro vita si sbriciola, la rabbia cresce, alimentata da un isolamento scelto, da un rancore che diventa ossessione. Non lo dico io, lo dicono i testimoni che li conoscevano e che conoscevano la loro storia.

Una storia amara, certo, ma non è la storia di chi è stato vittima. È la storia di chi ha deciso di trasformare la propria rabbia in arma, la propria disperazione in odio verso tutto ciò che rappresentava lo Stato.

La differenza tra chi soffre e chi odia

Chi vive davvero nella disperazione chiede aiuto, cerca soluzioni, tende la mano. Non prepara bombe artigianali e non fa saltare in aria una casa. Questi fratelli avevano avuto più occasioni di essere aiutati: il Comune aveva offerto loro un alloggio alternativo, in montagna, con spazio per i loro animali. Non lo hanno voluto. Non volevano un’altra vita, volevano vendicarsi di quella che avevano perso.

Ecco perché trovo insopportabile il modo in cui alcuni personaggi — che vivono di slogan e di divisioni e del “predica bene ma razzola male” — ha immediatamente spostato il discorso sull’emergenza abitativa. Come se la mancanza di una casa potesse diventare un lasciapassare per uccidere. Post senza senso di chi si definisce “dalla parte del popolo” ma che, di fatto, ha tolto dignità ai veri poveri, a chi ogni giorno si spacca la schiena per pagare un affitto, un mutuo, una bolletta. Quelli sì che vivono la disperazione, ma non odiano, non pianificano, non accendono micce.

Le parole che uccidono due volte

Viviamo in un’epoca in cui un post su Facebook vale più di una sentenza, e il dramma è che la gente ci crede. Ho visto condividere con leggerezza frasi come “vittime di Stato”, “militari assassini”, “Banche assassine”, senza neanche un minimo di rispetto per i tre uomini morti nell’esplosione: il brigadiere Valerio Daprà, il carabiniere Davide Bernardello e il luogotenente Marco Piffari. Tre nomi, tre volti, tre storie che nessuno cita nei commenti, perché ormai anche il lutto è diventato ideologia.

E così si perde di vista la verità: quei tre servitori dello Stato non sono morti per caso, ma perché qualcuno li ha aspettati, li ha attirati in una trappola e li ha fatti saltare in aria. Chiamatela come volete, ma per me, e credo per chiunque abbia ancora un briciolo di onestà intellettuale, questo si chiama terrorismo.

L’Italia che commenta tutto e non capisce niente

Da Fiumicino, guardando i social e leggendo i post di amici e conoscenti, ho avuto la sensazione di un Paese che non distingue più il bene dal male. C’è chi si improvvisa giudice, chi cerca un colpevole astratto — “lo Stato”, “le banche”, “la società” — perché è più facile così. Ma il risultato è sempre lo stesso: si sposta la colpa, si distorce la realtà, si normalizza l’odio.

La stessa rabbia la si vede nei commenti di chi, con la scusa della “difesa dei diritti”, finisce per difendere chi i diritti li calpesta. Non esiste diritto alla casa che giustifichi la morte di tre uomini. Non esiste povertà che renda accettabile l’omicidio. Non esiste disperazione che trasformi una bomba in un atto umano.

Il fischio prima dell’esplosione

“Un rumore come di un fischio”, dicono i testimoni, “poi la fiamma e infine l’esplosione”. In quel fischio c’è la sintesi di tutto ciò che siamo diventati: un Paese in cui la miccia scatta sempre troppo in fretta, dove la frustrazione si trasforma in odio e dove le parole diventano benzina.

La verità è che non vogliamo più assumere responsabilità. Ci piace pensare che ogni gesto estremo sia “colpa del sistema”, perché così ci sentiamo tutti un po’ meno colpevoli. Ma quel fischio, quel boato, quel sangue sull’asfalto, non sono colpa di un’entità astratta: sono il risultato di scelte umane, di menti disturbate e di cuori pieni di rancore.

Fiumicino e l’Italia reale

Qui a Fiumicino, dove vivo, dove vedo le difficoltà di tante famiglie, dove c’è tanta gente che fatica davvero a pagare mutui e bollette, vi assicuro che la disperazione non ha mai portato nessuno a costruire una bomba. C’è chi chiede aiuto, chi si rimbocca le maniche, chi cerca una soluzione, chi non dorme la notte ma il giorno dopo si alza e riprova. Quella è la disperazione vera, quella che merita rispetto.

Ecco perché, quando leggo che questi tre fratelli sarebbero “vittime del sistema”, mi viene solo da pensare che il vero sistema malato è quello dell’informazione distorta, dei social che amplificano la menzogna e di una politica che, pur di attaccare l’avversario, arriva a giustificare il sangue. E soprattutto chi oggi attacca questo governo (molto lontano dai miei ideali politici) ha dimenticato quanto l’emergenza abitativa nasce da lontano ed è stata sempre trasversale.

In memoria di chi serve lo Stato

Valerio Daprà, Davide Bernardello e Marco Piffari non erano simboli, non erano numeri: erano persone. Uomini che hanno giurato fedeltà alla legge e che, in un’alba di ottobre, hanno trovato la morte per mano di chi quella legge la disprezzava.

A loro dobbiamo rispetto, silenzio, e soprattutto verità. Non la verità manipolata dei post indignati, ma quella che nasce dai fatti: sono stati uccisi da chi voleva colpire lo Stato, e dunque da chi ha scelto il terrorismo come linguaggio.

E mentre le bandiere si abbassano a mezz’asta, mentre il Paese osserva due giorni di lutto, io da Fiumicino guardo quei commenti che ancora girano in rete e penso che forse il vero sgombero da fare non è quello delle case, ma delle coscienze.