Io lo sapevo. Lo sapevo che anche quest’anno, all’ultimo dell’anno, tra un brindisi e una tombola, Fiumicino avrebbe trovato il modo di regalarsi la polemica di fine e inizio ciclo, quella che non manca mai, quella che sembra ormai parte del folklore locale più delle telline stesse. E puntuale è arrivata: divieto di raccolta delle telline per rischio salmonella, ordinanza sanitaria, e subito dopo la solita rissa verbale tra amministrazione di centrodestra e opposizione di centrosinistra.
Nel mezzo, come sempre, non ci stanno né i politici né i comunicati, ma un territorio intero, un’economia fragile e quei poveri molluschi bivalvi che, loro malgrado, diventano simbolo perfetto di una comunicazione sempre più scadente.
Il fatto nudo e crudo, senza salse
Partiamo dai fatti, perché qui non stiamo parlando di sensazioni o di chiacchiere da social. La ASL RM3, a seguito di un rapporto dell’Istituto Zooprofilattico delle Regioni Lazio e Toscana, segnala presenza di salmonella nelle telline provenienti dall’Area 2 di Maccarese. Scatta l’ordinanza: divieto temporaneo di raccolta, commercializzazione e consumo umano diretto.
È una misura sanitaria. Punto. È prevista dalle norme. È doverosa. È automatica quando c’è un rischio per la salute pubblica. Nessun complotto, nessuna scelta politica, nessuna interpretazione creativa.
La polemica che nasce per il gusto di nascere
E invece no. Perché a Fiumicino, se non c’è una polemica, si deve per forza fare. L’opposizione PD parte all’attacco parlando di tempistiche sbagliate, di comunicazione arrivata “sotto le feste”, di danno all’immagine del territorio.
Ora, fermiamoci un secondo. “Sotto le feste”. Ma davvero stiamo dicendo che il problema è il calendario? Come se le telline si mangiassero solo a Natale e Capodanno, come se vivessimo a Bolzano e non in un comune di mare, come se decine e decine di ristoranti sul nostro territorio non servissero molluschi 365 giorni l’anno, pranzo e cena, sole o pioggia.
Questa retorica del “sotto le feste” è francamente imbarazzante. Non perché non esista un impatto economico, quello è evidente, ma perché sposta il focus dal problema reale a una polemica di comodo.
I controlli: non è un mistero di Stato
La cosa che più mi lascia perplesso è che è chiarissimo chi deve fare i controlli e come devono essere fatti. Non stiamo parlando di zone grigie o di competenze misteriose.
I controlli spettano ai Servizi veterinari delle ASL, coordinati dalla Regione Lazio e dal Ministero della Salute. Sono loro che campionano le acque, analizzano i molluschi, monitorano le aree, dispongono i divieti. La Capitaneria di Porto vigila sul rispetto delle interdizioni. Tutto scritto, tutto normato, tutto tracciabile.
Quindi sì, sarà compito di chi di dovere capire da dove arriva la contaminazione: scarichi, depuratori, foci, anomalie temporanee. Ma questo non si fa con i comunicati stampa, si fa con indagini tecniche, campionamenti ripetuti, dati scientifici. E quelli, per definizione, non arrivano in tempo per il brindisi di mezzanotte.
La comunicazione che non aiuta nessuno
Qui però il punto non è difendere l’amministrazione né attaccare l’opposizione. E lo dico chiaramente, perché qualcuno leggerà questo articolo come un endorsement politico. Non lo è. Se i ruoli fossero invertiti, scriverei esattamente le stesse cose.
Il problema vero è che la comunicazione, da entrambe le parti, sta diventando sempre più povera. Urlata, semplificata, pensata più per il post che per spiegare davvero ai cittadini cosa sta succedendo.
Da una parte ordinanze che arrivano come fulmini, senza un vero lavoro preventivo di racconto e contesto. Dall’altra attacchi che sembrano più un riflesso automatico che un contributo serio alla discussione. E in mezzo? La gente, i pescatori, i ristoratori, chi lavora davvero sul territorio.
Il “marchio Fiumicino” non si difende a slogan
Si parla tanto di marchio, di eccellenze, di De.Co, di Slow Food. Tutte cose sacrosante. Ma il marchio Fiumicino non si tutela a colpi di dichiarazioni indignate, né fingendo che il problema sia quando viene comunicato e non perché accade.
Se vogliamo davvero difendere l’identità del territorio, allora dobbiamo accettare una verità scomoda: le emergenze sanitarie possono capitare, soprattutto in aree costiere complesse come la nostra. La differenza la fa come si lavora prima, non come si litiga dopo.
Aspettiamo i dati, non i like
Io, da uomo della strada, faccio una cosa rivoluzionaria: aspetto i dati. Aspetto quello che dirà la ASL, quello che emergerà dai controlli, quello che verrà scritto nero su bianco. Perché solo lì capiremo se è stato un episodio isolato o il sintomo di qualcosa di più strutturale.
Nel frattempo, magari, abbassiamo i toni. Perché trasformare ogni fatto in una guerra ideologica non rafforza il territorio, lo indebolisce. E non rende più sicuri né i cittadini né i consumatori.
Un augurio che non sia retorica
Siamo alla fine dell’anno, e non voglio chiudere con l’ennesima invettiva sterile. Il mio augurio è semplice, forse ingenuo, ma necessario: che questo paese impari a proiettarsi davvero nel futuro, come tutti a parole dicono di voler fare.
Un futuro dove la salute pubblica viene prima delle bandiere, dove la comunicazione è uno strumento e non un’arma, dove la politica smette di litigare “sotto le feste” e comincia a lavorare tutto l’anno, proprio come fanno quei ristoranti che servono molluschi 365 giorni l’anno.
Per ora brindiamo. Ma con la testa accesa, non solo i bicchieri.


