Parco del mare a Ostia: l’ennesimo sogno disegnato da chi il mare lo vede solo nei rendering

Parco del mare a Ostia: l’ennesimo sogno disegnato da chi il mare lo vede solo nei rendering

Io il lungomare di Ostia l’ho visto quando era un delirio, e non uso questa parola a caso. Negli anni Novanta, soprattutto nei weekend, era una corrente elettrica continua, un serpentone di macchine, musica, motorini, risate, motorini truccati, finestrini abbassati e sguardi che si incrociavano al semaforo. Di giorno arrivavano i romani con l’ombrellone nel bagagliaio e la voglia di mare perché a Roma città non si respirava, la sera esplodevano le discoteche storiche, quelle che oggi si citano con nostalgia come si citano le estati adolescenziali, e il traffico che ti faceva imprecare era lo stesso traffico che ti faceva sentire che qualcosa stava per succedere.

Era caos, certo, ma era un caos vivo, pieno di possibilità, perfino di rimorchio, e lo scrivo con la certezza che alcuni moralisti da tastiera si scandalizzeranno. Le serate iniziavano anche così, con una 500 accanto al semaforo, quattro ragazze dentro, una battuta urlata dal finestrino, uno sguardo che diventava appuntamento improvvisato. Era una socialità spontanea, forse disordinata, ma reale.

Poi, lentamente, tutto si è sgonfiato. Le discoteche hanno chiuso una dopo l’altra, la movida si è spostata altrove, il lungomare ha perso quella carica, ma il traffico è rimasto. È rimasto il problema dei parcheggi, è rimasta l’invasione estiva, sono rimasti centinaia e centinaia di romani che ogni estate scendono verso il mare come fosse l’unica via di fuga dal cemento. È rimasto il famoso “lungomuro”, con la gente che ancora oggi grida “ma dov’è il mare?” come se fosse un caso unico, dimenticando che anche a Rimini il mare non lo vedi dalla strada e nessuno si strappa le vesti.

E nel frattempo è arrivata la desolazione, gli stabilimenti chiusi, le occupazioni, il degrado che cresce, la pista ciclabile che divide e spacca, tra chi la difende come simbolo di modernità e chi la vede come l’ennesimo intervento a metà, fatto senza una visione complessiva. E ora, come se nulla fosse, arriva il “Parco del Mare”.

Il Parco del Mare e il vizio tutto romano dei progetti calati dall’alto

Ogni volta la stessa storia. Rendering spettacolari, alberi perfetti, ciclabili immacolate, famiglie felici che passeggiano in un tramonto arancione da catalogo. E poi la realtà, che non è un render, è asfalto, buche, clacson, parcheggi introvabili e mezzi pubblici che funzionano quando vogliono loro.

Il Parco del Mare viene presentato come la svolta, la trasformazione epocale, il salto di qualità che dovrebbe rendere il lungomare di Ostia una sorta di promenade alla Nizza, una meraviglia del Sud Europa, un luogo finalmente restituito alle persone e sottratto alle auto. L’idea, in sé, è pure affascinante, perché chi non vorrebbe più verde, più spazio, meno smog e meno traffico?

Il problema è che tra l’idea e la realtà c’è un abisso che chi vive il territorio vede benissimo, mentre chi decide sembra ignorare sistematicamente. Perché Ostia non è un parco tematico, non è un set cinematografico, non è la cartolina della domenica per il turista mordi e fuggi. Ostia è un quartiere enorme, una città nella città, con circa 250 mila persone che ci vivono tutto l’anno, che lavorano, che accompagnano i figli a scuola, che fanno la spesa, che si spostano.

E allora la domanda, che non è ideologica ma pratica, diventa inevitabile: se chiudi o limiti drasticamente il traffico sul lungomare, dove finiscono le auto?

Metromare, autobus, navette: la favola della mobilità alternativa

Ogni volta che si prova a sollevare il tema dei parcheggi o dei collegamenti, parte la solita risposta standard: bisogna puntare sulla mobilità dolce, sulle navette, sul trasporto pubblico, sull’intermodalità. Parole bellissime, moderne, europee, che però cozzano violentemente con la realtà quotidiana.

Chi decide questi progetti è mai salito davvero sulla Metromare, la vecchia Roma-Lido, oggi gestita da Cotral? Ha mai vissuto un lunedì mattina di treni soppressi, ritardi cronici, carrozze strapiene e stazioni che sembrano ferme agli anni Settanta? Perché la Metromare, che dovrebbe essere la spina dorsale del collegamento tra Roma e Ostia, è ancora oggi un’incognita quotidiana, e basta farsi un giro sui comunicati della Regione Lazio o sulle cronache locali per rendersi conto che il problema non è risolto, è strutturale.

Pretendere di pedonalizzare il lungomare senza aver prima reso affidabile, puntuale e capillare il trasporto pubblico significa mettere il carro davanti ai buoi con una leggerezza che rasenta l’arroganza. Se il treno non funziona, la macchina non è un capriccio, è una necessità. E se non costruisci parcheggi seri, veri, strutturati, non semplici strisce blu disegnate a chilometri di distanza, le auto non spariscono per magia, si spostano.

E dove si spostano? Dentro Ostia.

Il rischio reale: trasformare il quartiere in un imbuto permanente

Ostia è già caotica di suo. Le strade interne, soprattutto nei mesi estivi, diventano un labirinto di doppie file, portoni bloccati, incroci paralizzati, residenti esasperati. Il lungomare, nel bene e nel male, è anche un’arteria importante per chi si sposta da una parte all’altra del territorio.

Chi lo usa ogni giorno lo sa bene: non è solo la strada del mare, è una via di scorrimento fondamentale. Se la trasformi radicalmente senza offrire alternative credibili, il traffico si riverserà tutto dentro il tessuto urbano, già fragile. E a pagarne il prezzo non saranno i turisti della domenica, che dopo il tramonto tornano a Roma, ma i residenti, quelli che restano, che la mattina devono uscire dal garage e la sera devono trovare un posto per parcheggiare sotto casa.

E poi c’è l’estate, quella vera, quella delle centinaia di migliaia di romani che scendono al mare perché Ostia, nel bene e nel male, è ancora il mare di Roma. Davvero qualcuno pensa che arriveranno tutti con una Metromare che funziona “una volta al mese”? Davvero si immagina un esodo collettivo sulle navette, quando oggi già gli autobus fanno fatica a reggere il carico ordinario?

La verità è che senza un piano infrastrutturale serio, fatto prima e non dopo, il Parco del Mare rischia di diventare l’ennesimo monumento alla mancanza di visione.

La memoria corta delle istituzioni e la lunga pazienza dei cittadini

Quello che mi fa arrabbiare non è l’idea di migliorare il lungomare, ma il metodo. È il vizio tutto romano di pensare che basti un progetto ambizioso per risolvere problemi che sono sedimentati da decenni. È l’illusione che si possa copiare un modello, come quello di Nizza, e trapiantarlo qui senza prima fare un’analisi seria del territorio.

Ostia non è Nizza. Non lo è per tessuto urbano, non lo è per infrastrutture, non lo è per servizi. Qui non abbiamo un sistema di trasporti capillare e affidabile, non abbiamo parcheggi scambiatori adeguati, non abbiamo una rete di navette efficiente e costante. Abbiamo un territorio che per anni è stato lasciato a sé stesso, con stabilimenti chiusi, concessioni incerte, occupazioni, degrado crescente, interventi a macchia di leopardo.

E allora mi chiedo, da uomo della strada, perché non si parta da lì. Perché non si faccia prima un piano parcheggi serio, magari multipiano, magari interrato, magari collegato con navette gratuite e frequenti. Perché non si investa davvero, con continuità, sul ferro, sulla Metromare, sulle stazioni, sulla sicurezza. Perché non si faccia un censimento reale dei flussi estivi, dei residenti, delle esigenze di chi vive qui tutto l’anno.

Un progetto serio nasce ascoltando chi abita il quartiere, non ignorandolo. E ascoltare non significa convocare una riunione formale con quattro associazioni e poi tirare dritto, significa integrare davvero le osservazioni, modificare il progetto, adattarlo alla realtà.

Il mare come simbolo e la politica delle vetrine

Ho la sensazione che troppo spesso il lungomare venga trattato come una vetrina, come un simbolo da mostrare per dire “guardate cosa abbiamo fatto”, senza preoccuparsi di quello che succede dietro le quinte. È la politica delle immagini, dei render, delle inaugurazioni con le forbici e i sorrisi, mentre sotto resta un territorio che arranca.

Non mi interessa difendere il traffico per principio, non sono innamorato delle auto in doppia fila, non penso che il futuro sia asfalto e clacson. Ma non accetto che si racconti una favola senza prima aver messo in sicurezza la realtà. Perché a forza di rincorrere sogni calati dall’alto, si rischia di trasformare un quartiere già in difficoltà in un gigantesco imbuto permanente.

Il mare deve tornare visibile, vivibile, respirabile, certo. Ma deve esserlo per chi ci vive, non solo per chi arriva con l’ombrellone una volta a settimana. E soprattutto non deve diventare una prigione logistica, dove per fare cento metri impieghi mezz’ora perché qualcuno ha deciso che le auto spariscono per decreto.

Io non ho la soluzione in tasca, non faccio l’urbanista e non mi interessa fare il professorino. Ma so una cosa: le opere pubbliche senza analisi del territorio sono solo esercizi di stile. E qui di stile ne abbiamo visto fin troppo, mentre le buche continuano a distruggere sospensioni e il traffico continua a mangiarsi il tempo delle persone.

Se davvero si vuole cambiare Ostia, si inizi dalla realtà, non dai rendering. Si parta dai servizi, dai collegamenti, dai parcheggi, dalla sicurezza. Si faccia un progetto che tenga conto della città che c’è, non di quella che si vorrebbe fotografare.

Altrimenti il Parco del Mare resterà solo l’ennesimo sogno disegnato da chi il mare lo vede solo nei rendering, mentre noi, qui sotto, continueremo a fare i conti con una quotidianità che nessun rendering riesce a nascondere.