"Ma chi è Clementino?": il vizio tutto italiano di sentirsi più intelligenti degli altri attraverso la musica

“Ma chi è Clementino?”: il vizio tutto italiano di sentirsi più intelligenti degli altri attraverso la musica

C’è una cosa che mi ha colpito stamattina, e non è il concerto che ci sarà. Il Comune di Fiumicino ha annunciato che nell’ambito di “Sere d’Estate 2026” si esibirà Clementino, uno dei rapper più noti d’Italia, e fino qui niente di straordinario: un’amministrazione organizza eventi estivi per i propri cittadini, li finanzia con soldi pubblici, sceglie un artista. Si può essere d’accordo, si può non esserlo, si può discutere se i soldi siano spesi bene o male. Questo fa parte del dibattito democratico normale, e io sono il primo a non fare sconti a nessuno quando si tratta di spesa pubblica.

Quello che mi ha colpito, e che mi ha spinto a scrivere questo pezzo, è un’altra cosa. Ho aperto i commenti sotto il post sulla pagina Facebook del Comune e mi sono ritrovato davanti a uno spettacolo che, purtroppo, conosco bene. Uno spettacolo che si ripete identico ogni volta che viene annunciato un artista che non appartiene ai gusti musicali della parte più rumorosa del pubblico social. Decine di commenti. “Ma chi è?” “Mai sentito.” “Non lo conosce nessuno.” E poi, inevitabilmente, chi si spinge oltre e attacca direttamente l’artista, lo insulta, lo denigra come se scrivere cattiverie su Facebook fosse una forma di critica musicale raffinata.

Ecco, permettetemi di fermarmi qui. Perché quello che sto per dire non riguarda la politica del Comune di Fiumicino, non riguarda Clementino in quanto tale, e non riguarda nemmeno il dibattito legittimo sull’opportunità o meno di questo o quel concerto. Riguarda qualcosa di molto più profondo e molto più fastidioso: quel vizio tipicamente italiano di usare la musica come strumento di superiorità culturale, quella posa da intenditore che si manifesta puntualmente ogni volta che un artista non corrisponde al proprio canone personale.

Diciamolo chiaramente: fingere di non conoscere Clementino nel 2026 è un esercizio di finzione

Clemente Maccaro, in arte Clementino, è nato ad Avellino nel 1982 e ha iniziato la sua carriera nel circuito del freestyle napoletano all’inizio degli anni Duemila. Ha pubblicato il suo album di esordio, Napolimanicomio, nel 2006 per l’etichetta indipendente Lynx Records, e da lì non si è mai fermato. Nel corso di vent’anni di carriera ha costruito una discografia che comprende numerosi album in studio, collaborazioni con praticamente tutto il panorama musicale italiano, partecipazioni televisive di primo piano e una presenza costante nelle classifiche di streaming.

Nel 2012 ha formato con Fabri Fibra il progetto Rapstar, pubblicando l’album Non è gratis, che lo ha portato definitivamente all’attenzione del grande pubblico. Con Mea Culpa del 2013 ha affiancato mondi apparentemente distanti, collaborando con nomi come Gigi Finizio e Jovanotti, che lo ha portato in tour negli stadi. Ha partecipato al Festival di Sanremo in più occasioni: nel 2016 con il brano “Quando sono lontano” si è classificato al settimo posto, e nel febbraio 2025 è tornato sul palco dell’Ariston come ospite della serata delle cover, duettando con Rocco Hunt su “Yes I Know My Way” di Pino Daniele.

E poi c’è la televisione. Perché chi scrive “mai sentito” probabilmente non sa spiegarsi come faccia a non averlo mai incrociato in anni di programmazione Rai. The Voice Senior è in onda su Rai 1 dal 27 novembre 2020, e Clementino è stato una presenza fissa fin dalla prima edizione. Cinque stagioni di The Voice Senior, più le edizioni di The Voice Kids: nella terza edizione di The Voice Kids, andata in onda su Rai 1 dal 15 novembre al 20 dicembre 2024, Clementino era riconfermato nel ruolo di coach insieme ad Arisa, Gigi D’Alessio e Loredana Bertè. Milioni di telespettatori. Prime serate. Clip condivise su Instagram, su TikTok, su YouTube. A settembre 2025 ha condotto insieme ad Antonella Clerici due serate evento su Rai 1 dedicate alla musica dagli anni Settanta ai Duemila, intitolate Suzuki Jukebox – La notte delle hit.

E nel luglio 2025 ha pubblicato il suo nuovo album Grande Anima, uscito per Epic Records Italy e Sony Music Italy, un lavoro di quindici tracce nato da un percorso personale profondo che unisce musica, spiritualità e consapevolezza, frutto di viaggi dal Costa Rica all’India, dal Giappone al Kenya. Un album, per inciso, distribuito da Sony Music. Non da un’etichettina indipendente del vicolo.

Dunque: vent’anni di carriera, Sanremo, stagioni consecutive in prima serata su Rai 1, un album con Sony. E qualcuno scrive “chi è questo?”. Mi chiedo sinceramente se certe persone escano di casa di tanto in tanto. Per chiudere l’argoment numeri su Spotify, Clementino conta circa 571.804 ascoltatori mensili, il suo profilo totale supera i 428 milioni di streaming totali.

Il problema non è il gusto. Il problema è la posa

Voglio essere preciso su questo punto, perché altrimenti rischio di essere frainteso. Non sto dicendo che tutti debbano amare Clementino. Non sto dicendo che il rap sia musica superiore ad altri generi. Non sto dicendo che l’amministrazione comunale di Fiumicino debba essere elogiata per questa scelta solo perché l’artista è famoso. Ognuno ha i propri gusti e ognuno è liberissimo di dire che una scelta non lo convince.

La questione è un’altra, ed è molto più sottile. C’è una differenza enorme tra dire “non è il mio genere” e costruire un’intera performance social attorno alla finta ignoranza. Scrivere “ma chi è?” sotto il post di un artista che ha fatto Sanremo e che va in onda in prima serata su Rai 1 non è un’opinione musicale. È una posa. È il tentativo di segnalare agli altri che si appartiene a una categoria superiore, quella di chi “ascolta roba seria”, quella di chi “conosce la vera musica”. È un atteggiamento che ha a che fare con l’identità sociale, non con la musica.

E questa posa è particolarmente ridicola quando arriva da musicisti. Ho letto commenti di persone che si presentano come musicisti, che suonano, che fanno parte di band, che hanno un percorso nel mondo della musica. Ecco, a questi vorrei dire una cosa con la stessa chiarezza con cui la direi di persona: denigrare un collega che ha costruito vent’anni di carriera, che sa stare su un palco, che sa improvvisare freestyle a velocità che molti non riusciranno mai a immaginare, che ha riempito il Palapartenope di Napoli a dicembre 2025, è semplicemente infantile. Non è critica musicale. È invidia mal camuffata da snobismo.

Ogni generazione, lo stesso film

Permettetemi di fare un passo indietro, perché questo non è un problema nuovo e non è un problema che riguarda solo Fiumicino o solo il rap. È uno schema che si ripete identico da quando esiste la musica popolare.

C’è stato un momento, negli anni Cinquanta, in cui il rock and roll era considerato rumore. Rumore pericoloso, addirittura. Musica per delinquenti, per ragazzi senza futuro. Le generazioni più anziane guardavano con orrore ai giovani che si agitavano sulle note di Little Richard o di Elvis Presley e dicevano che quella non era musica, che la vera musica era altra cosa.

Poi è arrivato il rock degli anni Sessanta e Settanta, e quei Pink Floyd e quei Led Zeppelin che oggi vengono citati come parametro assoluto della musica seria erano a loro volta guardati con sospetto da chi era cresciuto con il jazz o con la musica classica. “Che è sta roba?” lo dicevano anche i nonni di chi oggi scrive “che è sta roba?” sotto i post di Clementino. E se ci pensate bene, lo dicevano esattamente negli stessi termini.

Il meccanismo è sempre identico. La generazione precedente costruisce un canone, lo eleva a verità assoluta, e da quel momento in poi tutto ciò che viene dopo è rumore. Quello che cambia è solo il nome degli artisti che vengono messi sul piedistallo e quello degli artisti che vengono denigrati. Il processo è lo stesso. E qualche decennio dopo, invariabilmente, quel rumore diventa storia della musica, finisce nei documentari, viene citato come esempio di autentica creatività.

Quindi no, non convincetemi che i vostri genitori o i vostri nonni, quando da ragazzi ascoltavate i Pink Floyd o i Led Zeppelin a volume altissimo in camera, vi guardassero con ammirazione e annuissero compiaciuti. Vi dicevano di abbassare quella “monnezza”. E magari aggiungevano che al loro tempo c’era Claudio Villa, e quella sì che era musica vera.

Un Comune non può programmare per un solo tipo di orecchio

C’è poi un altro piano su cui vale la pena ragionare, e riguarda direttamente la scelta del Comune di Fiumicino. Un’amministrazione pubblica che organizza eventi estivi ha un compito specifico: raggiungere il maggior numero possibile di cittadini, coprire fasce d’età diverse, proporre qualcosa che parli anche ai giovani, che non si riduca sempre e soltanto agli stessi generi frequentati dalle stesse persone.

Possiamo discutere se il budget sia adeguato, se ci siano priorità più urgenti su cui spendere i soldi pubblici, se la programmazione complessiva sia equilibrata. Questi sono dibattiti legittimi e necessari, ed è giusto che i cittadini li portino avanti. Ma trasformare la scelta di un artista in un bersaglio solo perché non corrisponde ai propri gusti personali è un altro discorso. Significa pretendere che la programmazione culturale pubblica sia fatta su misura esclusiva del proprio orecchio, il che è ovviamente impossibile e sarebbe anche profondamente ingiusto. Ma soprattutto denigrare l’artista per attaccare un’amministrazione sul piano politico è patetico.

Clementino è un artista che sa parlare a generazioni diverse. Lo dimostra il fatto che sia stato scelto più volte dalla Rai per programmi rivolti a un pubblico trasversale, che vada dal ragazzo di quindici anni al pensionato che guarda la televisione in prima serata. Non è un nome di nicchia. Non è un esperimento rischioso. È uno degli artisti più riconoscibili della scena italiana, e portarlo su un palco estivo significa scommettere su qualcosa di collaudato.

I commenti politici travestiti da critica musicale

Non sarei onesto se non riconoscessi che, dietro molti di quei “ma chi è?”, c’è qualcosa di molto più prosaico e molto meno nobile dell’amore per la musica. C’è la politica. C’è l’opposizione sistematica a qualsiasi cosa faccia l’amministrazione attuale, quella riflessione automatica per cui tutto ciò che viene dall’alto è sbagliato, costoso e inutile. Questo vale a destra come a sinistra, vale in ogni comune d’Italia, e Fiumicino non fa eccezione.

Non è un male di per sé: il controllo democratico sull’operato di un’amministrazione è un diritto e anzi un dovere civico. Ma quando la critica politica si maschera da critica culturale, quando si attacca un artista per colpire indirettamente chi lo ha scelto, si finisce per fare una figura grottesca. Perché poi il concerto si tiene, la gente ci va, si diverte, e i commenti del giorno prima sembrano ancora più fuori luogo di quanto fossero.

Io preferisco tenere i due piani separati. Se l’amministrazione sbaglia, lo dico. Se la spesa non è giustificata, lo dico. Ma non ho nessun interesse a unirmi al coro di chi finge di non sapere chi sia un artista che va in prima serata su Rai 1, solo per lanciare un segnale politico mascherato da purismo musicale.

Esiste una frase semplice che risolve tutto

C’è una frase che mi piacerebbe sentire più spesso, e che invece sembra difficilissima da pronunciare: “Non è il mio genere.” Tre parole. Pulite, oneste, rispettose. Che comunicano esattamente quello che si vuole comunicare senza denigrare nessuno, senza fingere ignoranze impossibili, senza costruire gerarchie basate sul nulla.

“Non è il mio genere” dice che si ha un gusto diverso, e questo è un diritto sacrosanto. “Non è il mio genere” non dice che l’artista è una nullità, che non lavora, che non merita il palco, che chiunque lo ascolti è automaticamente una persona di basso livello culturale. “Non è il mio genere” è la frase di chi ha un rapporto adulto con la propria identità musicale e non ha bisogno di sminuire gli altri per sentirsi più intelligente.

La musica non è mai stata una gara a chi conosce gli artisti giusti. Non era una gara quando tuo nonno ti diceva di spegnere i Pink Floyd, non è una gara adesso. È sempre stata, semplicemente, una delle forme più potenti che l’essere umano abbia trovato per comunicare qualcosa che le parole da sole non riescono a dire. Ed è sempre cambiata, si è sempre trasformata, ha sempre trovato nuovi linguaggi per nuove generazioni.

Clementino non è l’ultimo né il più importante. Come non lo erano i Pink Floyd, come non lo era Claudio Villa. Sono tutti tasselli di uno stesso racconto enorme e in movimento continuo, e fingere che quel racconto si sia fermato nel momento in cui si è smesso di crescere è semplicemente rifiutarsi di guardare il mondo com’è.

Senza tifare per nessuno, come sempre.