Il palazzetto che rinasce e la politica che non matura

Il palazzetto che rinasce e la politica che non matura

Ve lo dico subito: a me questi discorsi “istituzionali” fanno sempre un po’ sorridere, perché io non guardo il palazzetto dalla brochure, non lo guardo dall’ufficio stampa, non lo guardo dai comunicati in grassetto; io lo guardo da come lo vedo quando ci passo davanti, da come lo vede il padre che accompagna il figlio agli allenamenti, da come lo vede la signora che torna dal lungomare e si fa quel pezzo di strada col vento in faccia, da come lo vede il turista che non sa nulla di Fiumicino ma capisce subito se una città si cura o si lascia andare.

E quello che abbiamo visto, per anni, è stato chiarissimo: non era “una struttura chiusa”, era un monumento al rimando, un angolo di città che faceva male agli occhi e pure un po’ all’orgoglio, perché se lasci marcire una cosa così visibile, così in mezzo al passaggio, vuol dire che ti sei abituato all’idea che il pubblico può anche fare schifo e nessuno pagherà mai dazio.

Il degrado non è una parola: è un cancello spalancato e la sensazione che non freghi niente a nessuno

Il problema del Pala Fersini non è mai stato solo tecnico, “chiuso per sicurezza”, “in attesa di lavori”, “mancano i fondi”, “si farà”. Il problema vero è stato quello che succede sempre quando un posto viene abbandonato: all’inizio lo noti e ti arrabbi, poi smetti di arrabbiarti e inizi a normalizzarlo. E quando normalizzi il degrado hai già perso, perché la città ti scivola di mano senza nemmeno chiederti il permesso.

Il cancello aperto non è un dettaglio è un messaggio: “qui nessuno controlla”, la ringhiera rovinata non è un dettaglio, è un messaggio: “qui nessuno ripara”, le infiltrazioni non sono una “sfortuna”: sono anni di non-cura, di manutenzione rimandata, di “tanto regge”. E tu cittadino lo capisci, non serve essere ingegnere: lo capisci perché è la stessa logica con cui si riduce tutto a pezzi, un marciapiede alla volta, un lampione alla volta, una buca alla volta.

Oggi riapre: bene. Ma la domanda da uomo della strada è un’altra: “quanto ci mette a tornare come prima?”

Ecco perché oggi, quando riapre, io non riesco a farmi prendere dall’euforia totale. Sì, è una buona notizia, ed è giusto dirlo senza fare gli snob: è una buona notizia che quel posto sia finalmente presentabile, sicuro, funzionante, con tribune nuove, accessibilità, impianti moderni, fotovoltaico, spogliatoi decenti e persino le telecamere aeree per le riprese.

Però la domanda che mi parte automatica, quella che mi scappa mentre leggo i post celebrativi, qui lo dico, qui lo nego, spero che verrà gestito con criterio e che il bello che vediamo oggi non diventi il brutto tra qualche anno. Perché il punto, nella vita vera, non è tagliare un nastro; il punto è evitare che fra cinque anni siamo di nuovo qui a dire “peccato, era un gioiellino, poi si è perso”.

Il cittadino medio non ha bisogno di sentirsi raccontare che è “un punto di riferimento regionale e nazionale”. Il cittadino medio vuole sapere se sarà un posto vivo lunedì sera alle 19 e mercoledì pomeriggio alle 16, non solo il sabato dell’evento con la foto di rito.

“C’è chi lavora e chi inaugura”: sì, ma il cittadino si è stancato di fare da pubblico pagante

Quando leggo “c’è chi lavora e chi inaugura”, io non mi scandalizzo nemmeno, perché è la frase classica da politica che si guarda allo specchio e si fa l’occhiolino. È una stoccata, certo. Ma è anche un’altra cosa: è il segnale che non siamo capaci di fare una cosa normale, cioè riconoscere che sulle opere pubbliche spesso c’è una filiera lunga, anni di carte, passaggi, fondi, progettazioni, stop, ripartenze, varianti.

In una città adulta, per una volta, si sarebbe potuto dire: “Questo progetto è passato attraverso più fasi, più amministrazioni, più momenti. Oggi consegniamo e da domani ci assumiamo la responsabilità della gestione”. Fine.

Invece no. Perché l’ossessione non è “funziona?”, l’ossessione è “a chi va il titolo?”. E qui scatta la parte più irritante: mentre si fa la guerra dei meriti, tu cittadino ti senti trattato come uno che deve applaudire e scegliere la curva.

Il vero problema sono i tifosi: quelli che vivono di politica come fosse calcio, ma senza sapere neanche le regole

Io li chiamo tifosi perché si comportano esattamente così: non ragionano su cosa è meglio per la città, ragionano su cosa è meglio per la loro squadra. E la cosa tragicomica è che spesso sono gli stessi che non metterebbero piede a un consiglio comunale nemmeno se gli regalassi il parcheggio, però sui social diventano commissari tecnici, giudici di gara, esperti di bilancio, ingegneri strutturisti, urbanisti, sociologi.

È qui che il discorso si svuota. Perché nel giorno in cui un palazzetto riapre, invece di fermarsi un attimo a raccontare che tipo di percorso ci aspetta da domani, si scivola subito nella contrapposizione. Non si parla di visione, non si parla di metodo, non si parla di come si intende far vivere questa struttura nel tempo. Si resta sul piano più facile: quello dell’autocelebrazione.

E così la discussione pubblica non si concentra su ciò che conta davvero, il fatto che un bene abbandonato sia finalmente tornato utilizzabile, ma si incaglia nel solito rimpallo di meriti. “Grazie a noi”, “era nostro”, “l’avevamo previsto”. Una dinamica che non aggiunge nulla, non chiarisce nulla, non migliora nulla.

In mezzo, come sempre, ci finisce la città. Che dovrebbe essere il centro del racconto e invece diventa lo sfondo di una lite permanente, buona solo a scaldare i commenti sui social e a rafforzare le tifoserie politiche, mentre il senso vero della giornata – una struttura restituita ai cittadini – passa in secondo piano.

“Abbiamo fatto un regalo di Natale”: no, avete fatto il vostro lavoro. Il regalo lo facciamo noi con le tasse

Questa è l’altra frase che mi fa scattare il sopracciglio: “un regalo di Natale alla città”. A me sta cosa del regalo non va giù, perché sembra che la politica sia una specie di Babbo Natale che si sveglia buona e ci concede una cosa.

Ragazzi, ma di che stiamo parlando? Questo dovrebbe essere un servizio pubblico.

Il cittadino non dovrebbe ringraziare come se gli avessero regalato un televisore. Il cittadino dovrebbe pretendere che le cose funzionino e che non crollino nell’abbandono. E se funzionano, bene: si prende atto e si va avanti. La gratitudine semmai va ai tecnici, agli operai, a chi ha lavorato, non a chi ha scritto il post più virale.

Mirko Fersini: il rispetto vero non è la targa, è evitare che il suo nome diventi un hashtag elettorale

La dedica a Mirko Fersini è un momento delicato, e proprio per questo meriterebbe un livello diverso. Perché quando intitoli una struttura a una persona scomparsa, soprattutto giovane, stai facendo qualcosa che deve restare pulito, sobrio, non strumentale.

E invece, anche qui, il rischio è che il nome diventi l’ennesimo simbolo da sventolare. A me piacerebbe che quel palazzetto fosse davvero il posto dove i ragazzi crescono, dove imparano regole, rispetto, disciplina, squadra. Questa è la memoria vera.

Il punto non è chi se ne prende il merito: il punto è se Fiumicino è capace di tenersi strette le cose buone

E allora torno alla mia idea di partenza, quella da uomo della strada che guarda e registra: oggi è una buona notizia, ma è anche un test. Un test su quanto siamo capaci, come comunità e come istituzioni, di non distruggere quello che finalmente torna a funzionare.

Perché la verità è che Fiumicino è piena di “occasioni mancate” non solo perché qualcuno non fa, ma perché spesso quando qualcosa si fa poi non si mantiene, non si governa, non si controlla, non si difende dal solito giro di compromessi, amicizie e pressioni.

Se la gestione sarà seria, trasparente, inclusiva davvero, allora sì, oggi potremo dire che è stato un giorno importante. Se invece finirà nelle solite dinamiche, allora fra qualche anno saremo di nuovo qui con l’aria di chi dice “lo sapevamo”.

E le elezioni? Se questa è l’aria, io lo dico chiaro: mi preparo alla commedia

Se questo è il livello già adesso, se ogni inaugurazione diventa un derby, allora la prossima campagna elettorale sarà un festival del nervo scoperto. E io, sinceramente, non ho più voglia di fare il moderato, quello che “dai, però almeno…”: perché non è che non si possa criticare, è che qui si critica male, si fa rissa, si fa tifo.

Io voglio una città che cresce, non una città che commenta. Voglio una politica che amministra, non una politica che posta. Voglio un dibattito pubblico che discute di gestione, non di medaglie.

E se proprio dobbiamo farla finire a tarallucci e tifoserie, allora sì: la scena di Pasquale Ametrano me la gioco davvero, perché a un certo punto l’unico modo per non farsi prendere in giro è anticipare la presa in giro e chiamarla col suo nome.

Il Pala Fersini è tornato. Adesso vediamo se torna anche la maturità. Spoiler: non ci scommetterei il fotovoltaico.