Lo dico senza girarci intorno, come faccio sempre. Ogni giorno leggo praticamente tutto quello che viene pubblicato su Fiumicino. Non lo faccio per curiosità, lo faccio perché sono un editore, perché il mio studio è in questo città, perché questo territorio lo vivo ogni giorno e perché, volente o nolente, chi fa informazione locale ha il dovere di sapere cosa si muove sotto la superficie prima ancora che sopra. Leggo le testate giornalistiche che raccontano Fiumicino. Leggo i blog che nascono e muoiono in un anno. Leggo i gruppi Facebook, quelli grandi e quelli più piccoli. E leggo, forse con più attenzione di quanto dovrei, i commenti sotto i post, perché spesso raccontano il paese molto più degli articoli stessi.
Da qualche mese, in questo mare di voci, ce ne sono due che sono diventate impossibili da ignorare. Si chiamano Unlike e Germanio Fa Zi. Sono due profili che hanno scelto di raccontare e criticare l’operato dell’attuale amministrazione comunale usando un nome che non corrisponde ai “dati anagrafici reali di chi scrive” diciamo così. E qui vale la pena fermarsi un momento, perché è proprio su questo punto che buona parte del dibattito locale sta facendo confusione, mescolando due cose che sono profondamente diverse.
Una precisazione che serve a capire, non a giudicare
Da qualche mese Meta, la società che possiede Facebook, ha introdotto ufficialmente all’interno dei gruppi una funzione che permette di partecipare usando uno pseudonimo e un avatar al posto del proprio nome reale. È una funzione che gli amministratori dei singoli gruppi devono attivare volontariamente, e che in alcuni casi prevede anche l’approvazione manuale del nickname scelto. Questo è, a tutti gli effetti, l’anonimato che Facebook ha avallato formalmente, pensato per chi vuole partecipare a una discussione senza esporre pubblicamente la propria identità.
Unlike e Germanio Fa Zi non usano questo strumento. Hanno semplicemente scelto di aprire un profilo personale, con bacheca, foto e pubblicazioni proprie, sotto un nome diverso da quello anagrafico. È una prassi che esiste su Facebook fin dai suoi primi anni, che riguarda milioni di persone in tutto il mondo e che non ha nulla di eccezionale o di sospetto in sé. Lo dico chiaramente perché non voglio che questa precisazione venga letta come un attacco nei loro confronti, e nemmeno come l’ennesimo processo alla loro identità. Io per primo, con questo progetto, scrivo sotto il nome L’Uomo della Strada, quindi sarei l’ultimo a potermi permettere di storcere il naso davanti a chi sceglie di comunicare senza il proprio nome anagrafico in bella vista.
La differenza che ho voluto mettere in evidenza serve solo a fare chiarezza su un piano tecnico, non a stabilire chi ha più diritto di parola e chi meno. Un conto è lo strumento che Facebook mette a disposizione all’interno dei gruppi, un altro è la scelta personale di aprire un profilo con un nome diverso dal proprio. Sono due situazioni diverse dal punto di vista pratico, ma dal punto di vista del diritto di critica e della libertà di espressione portano esattamente allo stesso risultato, e cioè al diritto di dire la propria opinione senza dover per forza metterci la faccia anagrafica.
Perché questa distinzione conta, e perché non deve diventare uno scontro
Ho voluto aprire con questa precisazione non per accendere un dibattito sull’identità di Unlike e Germanio Fa Zi, ma per spostare l’attenzione dal contenitore al contenuto, che è poi il punto che mi sta davvero a cuore in questo articolo. Non mi interessa stabilire se quei due profili siano più o meno legittimi di una testata giornalistica con la bella firma in calce. Mi interessa dire una cosa molto più semplice, e cioè che il nome con cui qualcuno firma un post conta molto meno di quello che quel post effettivamente racconta.
Il dibattito pubblico a Fiumicino, negli ultimi mesi, si è concentrato troppo spesso su chi ci sia dietro quei due profili, quasi fosse quello il problema vero da risolvere. Io la penso diversamente, e lo dico senza nessuna voglia di alimentare polemiche personali contro nessuno. Che si scriva con nome e cognome oppure con uno pseudonimo, la domanda che dovremmo porci resta sempre la stessa, ed è una domanda che riguarda il merito e non la firma. Quello che viene scritto è documentato? È argomentato? Rientra nel diritto di critica che la nostra Costituzione riconosce a chiunque, cittadino o amministratore che sia? Se la risposta è sì, allora il nome di chi scrive diventa, dal mio punto di vista, un dettaglio secondario.
Essere irriconoscibili non significa essere illegittimi
Parto da un punto che mi riguarda direttamente. Anche io, come ho detto prima, con questo progetto che porta il nome di Litorale Critico, firmo i miei articoli come L’Uomo della Strada. Non è un segreto per nessuno, chiunque segua il progetto sa perfettamente chi c’è dietro, e io stesso condivido ogni pezzo dal mio profilo Facebook personale con nome e cognome. Sono, per usare un’immagine semplice, uno Zorro senza maschera. Ma la firma editoriale resta quella, ed è una scelta di posizionamento, non un espediente per nascondermi.
Altri, come i due profili di cui parliamo oggi, scelgono invece di non usare il proprio nome anagrafico. E finché questa scelta non sconfina nella violazione della legge, resta una scelta legittima, comprensibile in un territorio piccolo dove chi critica apertamente l’amministrazione rischia di subire conseguenze anche nella vita reale, non solo online. Chi oggi si scandalizza perché qualcuno critica l’operato di un Comune senza metterci la faccia dovrebbe forse chiedersi se il vero fastidio nasce davvero dal nome mancante, oppure da quello che viene scritto e da chi viene toccato.
La storia del giornalismo è piena di voci schierate
Allargo il ragionamento, perché aiuta a inquadrare meglio la questione. Se guardiamo alla stampa internazionale, quella che tutti considerano autorevole, scopriamo che la neutralità assoluta non è mai esistita davvero. Il New York Times ha un orientamento riconosciuto come liberal. Il Washington Post è storicamente vicino al centrosinistra. Il Los Angeles Times si colloca nell’area democratica. Dall’altra parte, il Wall Street Journal ha una linea conservatrice, e il New York Post è conservatore e apertamente populista.
Questo non ha impedito a nessuno di questi giornali di fare informazione seria, di vincere premi, di condizionare il dibattito pubblico americano per decenni. Il motivo è semplice, ed è un principio che vale ovunque, anche nella nostra piccolissima Fiumicino. Il pluralismo non nasce dalla neutralità di ogni singola voce. Nasce dal confronto tra voci diverse, ciascuna con la propria prospettiva dichiarata. Un ecosistema informativo sano non è fatto di testate tutte uguali e tutte equidistanti, è fatto di punti di vista che si scontrano alla luce del sole e lasciano al lettore il compito di farsi un’opinione.
Il problema non è criticare la politica
C’è un aspetto di questa vicenda che condivido pienamente, ed è forse il cuore del ragionamento. In un territorio dove l’informazione tende spesso a mantenere toni molto prudenti nei confronti di chi governa, è quasi fisiologico che qualcuno scelga una comunicazione apertamente schierata. Il lettore poi confronta le fonti, si informa, risponde, controbatte. Questo è, nella sua forma più semplice, l’esercizio della democrazia. Un territorio dove tutti scrivono con lo stesso tono felpato, senza mai pungere, senza mai disturbare chi amministra, non è un territorio più equilibrato. È un territorio più addormentato.
Vale però anche il contrario, e qui arrivo al passaggio che, secondo me, rende il ragionamento onesto invece che di parte. Recentemente una testata locale è stata accusata di essere troppo vicina all’amministrazione di centrodestra, ed è stata criticata con toni piuttosto duri, in alcuni casi sfociati in insulti veri e propri. Ora, può piacere o no che una testata sostenga apertamente una linea politica. Ma se rivendichiamo il diritto di avere profili che contestano il Comune, dobbiamo accettare anche il diritto di avere giornali che lo sostengono. Il pluralismo funziona in entrambe le direzioni, non solo quando torna comodo a chi la pensa in un certo modo.
Quello che il nome non cancella è la legge
Qui entriamo in un terreno che va trattato con precisione, perché non è terreno di opinioni ma di giurisprudenza consolidata. La Corte di Cassazione ha stabilito da tempo un principio chiaro, che vale indipendentemente dal fatto che si tratti di un nickname autorizzato in un gruppo o di un nome di fantasia su un profilo personale. La diffusione di un contenuto diffamatorio attraverso una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’articolo 595, terzo comma, del codice penale. Il motivo lo spiegano gli stessi giudici, ed è di semplice buon senso prima ancora che di diritto. Un post su Facebook non resta confinato a un dialogo privato, ma è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente rilevante, di persone.
Questo significa una cosa molto concreta. Che il nome visualizzato sia reale oppure inventato, se l’autore di un contenuto diffamatorio viene identificato dalle autorità competenti, ne risponde personalmente, con tutte le conseguenze civili e penali del caso. Un nome di fantasia può proteggere l’identità agli occhi del pubblico, ma non protegge dalla legge quando le forze dell’ordine o un giudice arrivano a stabilire chi si nasconde dietro quel nome. Scrivere dietro una tastiera, con nome vero o inventato, non è mai stato, e non sarà mai, una zona franca del diritto.
Gli amministratori dei gruppi rischiano davvero?
Questa è la domanda che mi sento fare più spesso, e che merita una risposta precisa perché intorno a questo tema circolano tante leggende metropolitane. C’è chi crede che l’amministratore di un gruppo Facebook risponda automaticamente di ogni singolo commento pubblicato al suo interno. Non è così, e la giurisprudenza su questo punto si è consolidata con chiarezza negli anni.
Il principio guida, ribadito anche da pronunce più recenti della Cassazione, è che il semplice ruolo di amministratore non comporta di per sé una responsabilità penale per i contenuti pubblicati da altri utenti. Un caso emblematico riguarda il segretario di una sezione politica, ritenuto responsabile in primo grado solo per il suo ruolo formale di gestore della pagina, e successivamente scagionato dalla Cassazione proprio perché mancava la prova di un suo coinvolgimento concreto e consapevole nella diffusione del contenuto lesivo. La Corte ha chiarito che non basta un ruolo o una posizione per fondare una condanna, serve la dimostrazione di un contributo effettivo, fatto di un’azione o di un’omissione cosciente e volontaria.
Un filone giurisprudenziale più risalente, che parte da una nota sentenza del Tribunale di Vallo della Lucania del 2016 e che è stato più volte richiamato negli anni successivi, ha aggiunto un tassello importante. L’amministratore di un gruppo non può essere chiamato a rispondere per un controllo preventivo che, materialmente, non è in grado di esercitare su ogni singolo messaggio. La sua eventuale responsabilità si valuta piuttosto su un piano successivo, quello del comportamento tenuto dopo essere venuto a conoscenza di un contenuto diffamatorio. Se l’amministratore, una volta informato, si attiva prontamente per rimuovere il contenuto o prende pubblicamente le distanze da quanto scritto, la sua condotta non assume rilievo penale. Se invece tollera consapevolmente il contenuto illecito, lo lascia visibile per lungo tempo senza intervenire pur essendone a conoscenza, o addirittura lo incoraggia, la situazione cambia radicalmente.
Va detto con altrettanta onestà che ogni caso concreto fa storia a sé, e che la valutazione della responsabilità dipende sempre dalle circostanze specifiche, dal comportamento tenuto e dalla prova che l’accusa riesce a portare. Non esistono automatismi, in nessuna delle due direzioni.
Facebook non è il bar sotto casa
Arrivo al punto che, secondo me, dovrebbe essere il vero terreno del dibattito a Fiumicino, altro che discutere se un profilo usi il proprio nome anagrafico oppure uno inventato. Scrivere sui social non equivale a parlare al tavolino di un bar tra amici. Significa pubblicare davanti a un pubblico potenzialmente vastissimo, in un contesto che lascia tracce permanenti. Ogni post può essere salvato, ogni commento può essere acquisito come prova, ogni screenshot può finire, molto più facilmente di quanto si pensi, davanti a un giudice.
E allora la domanda che dovremmo porci come cittadini, come amministratori, come assessori e come consiglieri comunali, non è se Unlike o Germanio Fa Zi meritino di essere presi sul serio perché il loro nome non è riconoscibile o ignorati per lo stesso motivo. La domanda vera è un’altra, ed è sempre la stessa da quando esiste il diritto di cronaca e il diritto di critica. Quello che viene scritto è vero? È documentato? Rientra nei limiti legittimi della critica politica, anche quella dura, anche quella scomoda? Oppure supera quel confine e diventa insulto gratuito, attribuzione di fatti non veri, aggressione alla persona anziché critica alle scelte?
È esattamente in quel confine che si gioca la differenza tra una democrazia locale viva, capace di far convivere voci diverse e anche scomode, e una rissa permanente senza regole. E quel confine, piaccia o no, non lo decide Facebook con i suoi strumenti, non lo decide l’amministratore di un gruppo con un colpo di mouse, e non lo decide nemmeno un sindaco quando si sente bersagliato. Lo decide la legge, con i suoi tempi e con i suoi strumenti, che restano identici sia che tu firmi con il tuo nome, sia che tu scelga di chiamarti Unlike.
Chi si sente colpito ha uno strumento
E allora, per chiudere questo ragionamento senza tirare in ballo la solita retorica del rispetto reciproco che a Fiumicino ormai fa sorridere anche i muri, dico una cosa semplice a chi in questi mesi si è sentito toccato da un post di Unlike o di Germanio Fa Zi. Se davvero volete aprire un contraddittorio vero, se davvero volete che nasca un dibattito costruttivo e non l’ennesima sceneggiata fatta di querele minacciate e comunicati stampa offesi, allora dimostrate di essere altrettanto capaci e altrettanto scaltri di scrivere una risposta. Una risposta coerente, precisa, puntuale, argomentata punto per punto, e già che ci siamo scritta anche in un italiano decente, magari con lo stesso livello di cura che quei due profili dimostrano ogni volta che pubblicano.
Perché la verità, quella che a molti amministratori e a molti addetti ai lavori fa più paura di qualsiasi nome falso o vero, è che rispondere nel merito è molto più difficile che minacciare un’azione legale. Rispondere nel merito significa avere argomenti, avere numeri, avere fatti da contrapporre ad altri fatti. Significa mettersi sullo stesso piano di chi critica, senza nascondersi dietro il ruolo istituzionale o dietro l’avvocato di fiducia. E se qualcuno a Fiumicino pensa ancora che il silenzio, la querela o l’accusa di anonimato bastino a chiudere una discussione scomoda, be’, forse è arrivato il momento di scoprire che i cittadini, anche quelli che scrivono senza nome e cognome, hanno imparato a scrivere meglio di chi dovrebbe rappresentarli.
Senza tifare per nessuno, come sempre.


