C’è un momento, nella vita di un territorio, in cui si arriva al punto di rottura. Un momento in cui non puoi più far finta di nulla, non puoi più sperare, non puoi più aspettare che le cose cambino. Io questo momento lo sento adesso, lo sento ogni volta che cammino sul lungomare di Ostia e vedo l’abbandono, la sporcizia, le strutture fatiscenti, il degrado elevato a sistema, il mare bellissimo che sembra piangere perché nessuno lo merita più.
Ecco, quando parlo di Ostia non parlo di un quartiere periferico, parlo di un territorio che conta più di 270.000 anime, con una storia, una dignità, una forza, una voglia di riscatto che brucia sotto la cenere. Ma da Roma, da quella che si definisce “Capitale”, noi abbiamo ricevuto solo disprezzo, disinteresse, promesse mai mantenute e passerelle imbarazzanti da parte di politici che arrivano col fotografo e se ne vanno col silenzio.
Ostia è una città. Punto. Solo che nessuno vuole ammetterlo
Nel corso degli anni si è parlato spesso di staccare il X Municipio da Roma, di rendere Ostia un Comune autonomo, capace di gestirsi da sola, di far valere le proprie priorità. Ogni volta è stato un nulla di fatto. Ogni volta è saltato fuori il solito mantra: “Ostia è Roma”. Lo ripetono come se fosse un dogma, un atto d’amore. Ma io vi chiedo: Roma, quando mai ha amato Ostia?
Noi romani lo siamo solo sulla carta, solo quando c’è da far quadrare i conti elettorali o riempire qualche casella nelle statistiche demografiche. Per il resto, siamo un corpo estraneo, una colonia dimenticata, un posto utile solo quando si deve “commissariare”, reprimere, demonizzare. Ricordate il commissariamento? Ricordate la narrazione che ci hanno costruito addosso, come se tutto il litorale fosse una fossa comune di criminalità e corruzione? Era comodo gettare fango su di noi: serviva a nascondere la mediocrità e l’incapacità di chi avrebbe dovuto governare.
L’ennesima offesa: stabilimenti chiusi a stagione iniziata
Quest’anno è stato l’apice dell’assurdo. Chiudere gli stabilimenti balneari dopo l’inizio della stagione estiva è una follia. E non venite a raccontarmi che era per legalità, per giustizia, per sicurezza. I controlli vanno fatti prima. La programmazione serve proprio a questo: evitare di distruggere intere stagioni turistiche, mandare in rovina imprenditori e famiglie che vivono di quel lavoro.
Ma Roma dov’era? Perché nessuno ha mosso un dito prima che la stagione cominciasse? Perché bisogna sempre arrivare con l’accetta in mano e i sigilli pronti a metà giugno, quando le persone hanno già prenotato, investito, assunto personale? È stato un colpo al cuore del nostro territorio. E nessuno ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità, nessuno ha chiesto scusa.
La pagliacciata dell’Aneme e Core: Gualtieri fugge, i cittadini restano
Poi c’è stata la scena madre, quella che ha fatto traboccare il vaso. Il sindaco Roberto Gualtieri e l’assessore Tobia Zevi arrivano a Ostia. Visita a sorpresa, comunicata solo a qualche giornalista “amico”. Arrivano all’ex stabilimento balneare “Aneme e Core”, ormai ridotto a un rudere occupato, abbandonato, pericolante. Qualche ora prima, guarda caso, due operatori AMA puliscono a tempo di record l’area sequestrata. Così, tanto per farla sembrare decorosa. La solita scenografia.
Ma stavolta i cittadini non stanno a guardare. Siamo lì, in tanti. E non per fare casino, non per ideologia, ma per pretendere rispetto, per fare domande. Domande a cui nessuno ha mai voluto rispondere.
Gualtieri ci guarda, resta due minuti, poi torna in macchina e se ne va. Sì, il sindaco di Roma Capitale scappa. Fugge dal confronto. Non dice una parola, non regge lo sguardo. Una scena indegna.
L’assessore Zevi almeno si ferma. Ascolta, risponde. Dice cose discutibili, fa promesse vaghe, ma almeno ci mette la faccia. Gualtieri no. Gualtieri fugge. E poi, per difendersi, fa passare la protesta come una manovra dell’estrema destra. Ma stiamo scherzando?
Io c’ero. E non c’era nessuna estrema destra. C’erano persone, cittadini, residenti, padri di famiglia, lavoratori, attivisti dell’associazione “Giustizia x Ostia”. E infatti Mauro Delicato, presidente dell’associazione, lo ha detto chiaro: non siamo fascisti, non siamo militanti, siamo esasperati. Siamo quelli che pagano le tasse e ricevono in cambio una fogna urbana.
Ostia è diventata una terra di nessuno. E chi ci amministra si gira dall’altra parte.
L’area di “Aneme e Core” è un simbolo. È lo specchio perfetto di tutto ciò che non funziona: strutture sequestrate ma occupate, degrado a cielo aperto, interventi spot solo quando ci sono i riflettori. E dopo le visite? Tutto torna com’era. Dopo dieci minuti, i clochard riaprono il cancello e rientrano nel loro giaciglio di fortuna.
E noi? Noi restiamo qui, con la rabbia in corpo e la sensazione che nessuno voglia davvero cambiare le cose. E ora pure la beffa: Zevi annuncia l’abbattimento della struttura. Niente progetti di riqualificazione, niente idee. Solo ruspe. Solo distruzione. Solo l’illusione di “ripulire”, mentre il problema vero viene solo spostato più in là.
Se Roma non ci vuole, allora basta: Ostia deve camminare da sola
A questo punto io lo dico senza mezze misure: se Roma non ci vuole, allora è ora che Ostia diventi Comune. Basta con questo accanimento istituzionale. Basta con la sudditanza. Basta con l’identità di comodo.
L’identità è anche rispetto. E se non c’è rispetto, non c’è più niente che ci lega. Chi si oppone all’autonomia spesso lo fa per nostalgia, per orgoglio, per ideologia. Ma la realtà è che qui non si vive più, qui si sopravvive.
Voglio un Comune che risponda a me, ai miei vicini, ai miei figli. Voglio un’amministrazione che conosca le strade che percorro ogni giorno, che sappia dove manca la luce, dove si spaccia, dove si potrebbe investire. Voglio qualcuno che lavori per Ostia, non contro Ostia.
Non vogliamo più essere un’appendice. Vogliamo essere padroni a casa nostra.
Roma ha avuto anni per dimostrare che ci considera parte di sé. Ha fallito. E allora adesso tocca a noi. Cominciamo a raccogliere firme, a organizzare assemblee, a informare. Non sarà facile, ci diranno che è impossibile, che è folle, che è velleitario. Ma velleitario è anche continuare a credere che Roma si sveglierà un giorno e comincerà a trattarci come esseri umani.
Quel giorno non verrà mai. Ma noi ci siamo. E non staremo più zitti.


