Ci sono momenti in cui la politica locale assomiglia a una partita di calcio del campionato amatoriale, dove tutti gridano e pochi giocano, ma poi ci sono giornate come queste in cui il livello scende ancora più in basso e si entra in quella dimensione in cui non capisci più se sei dentro un dibattito pubblico o se stai assistendo all’ennesimo episodio di una serie di seconda fascia, e a quel punto fai inevitabilmente quello che ho fatto io: ti piazzi lì con un bel pacco di popcorn e ti godi lo spettacolo, perché quando la politica sceglie di traslocare sui social, e lo fa senza alcun tipo di cintura di sicurezza, allora è chiaro che si finirà a gambe all’aria.
Il punto vero è che oggi viviamo in un contesto in cui basta una parola, un commento, una frase messa nel posto sbagliato o nel momento sbagliato per scatenare una guerra ideologica che manco ai tempi dei forum del 2005, perché i social non sono un luogo neutro, non sono un’estensione dell’aula consiliare, non sono un posto dove si ragiona con ordine e compostezza: sono una piazza caotica, iper-reattiva, emotiva, in cui se non hai la dovuta esperienza finisci per ritrovarti travolto da una marea di reazioni che non avevi neanche immaginato. E Fiumicino, in questi giorni, ne è diventato l’esempio perfetto.
AGEA, delibere in contrasto e un errore che accende la miccia più del contenuto stesso
La vicenda AGEA nasce come una banale questione amministrativa ma si trasforma subito in una bomba comunicativa, perché tutto parte dalla delibera n. 203 del 4 novembre 2025, dove l’amministrazione assegna dei locali comunali a Maccarese a un soggetto indicato come “Associazione AGEA – la ricchezza della terra dipende dalla forza dell’agricoltura e dalla sua capacità di evolversi nel tempo”, un’associazione privata che, pur legittima nel suo operato, non ha nulla a che vedere con AGEA intesa come Agenzia Governativa per le Erogazioni in Agricoltura, quella che gestisce fondi, programmi e misure nazionali.
Fin qui sarebbe un semplice errore di intestazione, se non fosse che nel frattempo la comunicazione istituzionale – post, comunicati, interventi – parla invece proprio dell’AGEA governativa, generando un cortocircuito immediato in cui nessuno capisce più se i locali siano stati concessi a un ente pubblico o a una realtà privata, e si crea un misunderstanding che, in un mondo con una politica più attenta e una cittadinanza più tranquilla, si risolverebbe con un chiarimento da dieci minuti, ma che in realtà diventa benzina pura in un clima già infiammabile.
L’opposizione si lancia subito contro la maggioranza, insinuando dubbi sulla trasparenza dell’operazione, mentre la maggioranza ribadisce che si tratta dello sportello dell’agenzia governativa e non dell’associazione. E infatti, per mettere fine alla confusione e correggere l’errore, arriva la delibera n. 212 del 12 novembre 2025, che chiarisce definitivamente che i locali sono assegnati proprio all’AGEA statale, quella vera, quella ufficiale, quella di cui si parlava fin dall’inizio.
Il problema però resta: l’errore iniziale, quel nome sbagliato messo in una delibera, ha scatenato un’ondata di sospetti, interpretazioni, attacchi e polemiche che hanno trasformato una questione amministrativa in un caso politico e mediatico, perché quando sbagli un acronimo in un documento pubblico non sbagli solo tre lettere, sbagli il clima, sbagli la percezione, sbagli la fiducia, e soprattutto dai il via a una narrazione tossica che poi non controlli più.
In un contesto già fragile come quello odierno basta un dettaglio fuori posto per alimentare la convinzione che dietro ci sia sempre un retropensiero, una malizia, un trucco, e sui social, che vivono di velocità e non di approfondimento, quella percezione esplode immediatamente come una miccia accesa. E infatti è proprio ciò che è successo.
Il commento choc che fa saltare tutto per aria
Mentre il dibattito diventa sempre più acceso, arriva il commento che supera la linea rossa, quella che nessuno dovrebbe mai varcare, e che invece viene attraversata con una leggerezza spaventosa:
“Che ridicoli… Che Dio se li porti via tutti il prima possibile!!”
Lo leggi e ti rendi conto immediatamente che non è più politica, non è più confronto, non è più neanche insulto: è un augurio di morte che non ha senso, che poi l’utente ha cercato di spiegare diventa secondario, se scrivo delle cose me en assumo le responsabilità. La discussione smette di essere tale e diventa un ring in cui l’obiettivo non è più capire cosa sia successo ma colpire chiunque si trovi a tiro.
La maggioranza prende lo screenshot, lo rilancia nei gruppi cittadini, lo commenta con toni durissimi, lancia comunicati stampa indignati; l’opposizione risponde accusando la maggioranza di cavalcare la vicenda per coprire l’errore iniziale; i cittadini si dividono in fazioni come in una finale dei mondiali e nel giro di poche ore Fiumicino sembra diventata una piccola arena digitale in cui l’obiettivo non è più parlare ma sopraffare, gridare, delegittimare.
Quando il virtuale esce dallo schermo: la scritta notturna
E come spesso accade quando le parole superano la soglia di guardia, il passo successivo arriva puntuale come una sveglia che nessuno aveva chiesto ma che tutti temevano, perché nella notte tra il 14 e il 15 novembre, sul luogo dove Fratelli d’Italia avrebbe dovuto allestire un banchetto, compare una scritta spray: “Meloni serva di Israele”.
Un gesto stupido (che nulla a che vedere con la vicenda AGEA) ovviamente da condannare senza mezzi termini, ma che dimostra una cosa che ripeto da anni e che nessuno vuole sentire: la spirale d’odio che si alimenta sui social non resta virtuale, non si dissolve all’alba, non si chiude spegnendo il telefono, perché ciò che si semina nelle discussioni avvelenate prima o poi torna indietro in forma di gesti reali.
Oggi è una scritta, domani chissà, e chi ha memoria storica ricorda benissimo come in questo Paese gli anni ’70 siano iniziati proprio così, con parole fuori controllo, tensioni crescenti e una politica incapace di fermare la deriva, e se davvero crediamo che “non può succedere qui”, allora vuol dire che non abbiamo imparato niente dalla nostra stessa storia.
Il ring digitale non perdona: o lo conosci o ti distrugge
Parlo da uno che i social li vive ogni giorno, che ci lavora, che li osserva e li studia, e posso dire senza mezzi termini che se la politica decide di portare lì le proprie battaglie senza sapere come funzionano dinamiche, linguaggi, ritmi, allora non solo si espone al massacro mediatico, ma contribuisce ad alimentarlo, perché Facebook non è un luogo dove si parla, è un luogo dove si reagisce, dove un errore diventa una colpa, una colpa diventa un caso, e un caso diventa una crisi, e quando sei dentro quella crisi non esiste comunicato stampa che basti a tirarti fuori.
Un consiglio non richiesto ma necessario
La politica locale di Fiumicino dovrebbe fare una cosa molto semplice: riportare il confronto dove appartiene davvero, cioè nelle sedi istituzionali, nelle commissioni, nelle conferenze stampa fatte con criterio, e non nei gruppi Facebook dove chiunque può dire qualunque cosa e dove le discussioni, ormai lo abbiamo capito, sfociano con troppa facilità in odio, delegittimazione e azioni come quella scritta notturna che, per quanto sicuramente isolata e vigliacca, è figlia diretta del clima di tensione che alimentiamo tutti.
E, per favore, evitiamo la pratica medievale del “mandiamo i comunicati ai giornali amici”, perché la stagione della stampa di regime è finita da un pezzo e la cittadinanza, per fortuna, non si beve più tutto come negli anni ’80.
Intanto io il pacco di popcorn lo tengo ancora vicino
Perché guardare tutto questo dall’esterno è come assistere a una di quelle serie che non sai più se fanno ridere o piangere, con attori che prendono troppo sul serio il proprio ruolo e un pubblico che non sa più per chi tifare. Ma una cosa è certa: se questo è il livello del dibattito politico, allora sì, siamo messi male.
E non perché un’associazione abbia lo stesso acronimo di un’agenzia governativa, ma perché bastano tre lettere sbagliate in una delibera per scatenare un odio che poi tracima, si allarga, cresce, passa dallo schermo ai muri e rischia di andare oltre.
E quando succede questo, credetemi, non è più una questione politica: è una questione culturale, sociale e civile. E riguarda tutti noi.


