Fiumicino e la sindrome del titolo: quando i pifferai magici comandano il pensiero

Fiumicino e la sindrome del titolo: quando i pifferai magici comandano il pensiero

La giornata di ieri a Fiumicino ha avuto il sapore di una miccia accesa sotto una polveriera che già da settimane aspettava solo un pretesto per esplodere. A scatenare il tutto è stato un articolo di Luca Teolato su Roma Today, che ha ricostruito il cosiddetto “caso Monica Picca”: assessora ai servizi sociali per la Lega, già assessora a Civitavecchia e, nello stesso periodo, consigliera municipale nel X Municipio di Roma. L’articolo sosteneva che la legge vieta di percepire più compensi pubblici quando si ricoprono incarichi istituzionali su diversi livelli di governo e che, quindi, la Picca avrebbe goduto per anni di un cumulo non consentito. A questo si aggiungeva un terzo compenso, stavolta per una consulenza ministeriale con il ministro Valditara, che gonfiava ulteriormente un quadro economico già piuttosto pesante.

La ricostruzione giornalistica puntava il dito non solo sul tema tecnico, ma soprattutto su quello etico: possibile che un’amministratrice pubblica non conosca una legge così basica? Possibile che ci vogliano quattro anni per rendersi conto del problema? Possibile che la reazione sia addirittura minacciare azioni legali contro chi avrebbe “pagato troppo”? L’articolista lasciava intendere che la questione fosse simbolica: un modello di gestione improprio, una classe dirigente non all’altezza, un problema di etica pubblica diffusa.

Cosa dice davvero la legge (e perché molti parlano senza conoscerla)

Quando mi sono messo a leggere le norme, quelle vere, non i riassunti indignati sotto i post, mi sono reso conto che la questione, al netto della simpatia o antipatia politica, è molto meno immediata di come viene presentata sui social. Il Testo Unico degli Enti Locali lo dice chiaramente: tra l’incarico di assessore in un Comune e quello di consigliere municipale a Roma non esiste alcuna incompatibilità, perché parliamo di enti diversi, con organi, bilanci e competenze completamente separate. Sono due binari distinti che la legge non mette in contrasto, e a meno che qualcuno non voglia riscrivere il TUEL in base all’umore del giorno, questa rimane la base su cui ragionare.

Lo stesso discorso vale per chi urla al “doppio stipendio” come se avesse scovato il codice segreto del malaffare. L’indennità da assessore è corrisposta dal Comune di Fiumicino, mentre il gettone del Municipio X dipende da Roma Capitale. Due enti, due bilanci, due flussi autonomi. Il divieto di cumulo previsto dal TUEL si applica all’interno dello stesso ente, non tra realtà amministrative differenti. Che poi qualcuno trovi la cosa “eticamente sgradevole” è un altro discorso — legittimo, sacrosanto — ma è ben diverso dal dire che esiste una violazione normativa. Su questo, purtroppo, vedo troppa approssimazione e troppa voglia di giudicare senza nemmeno aprire Google.

La parte che nessuno dice: il peso politico della delega

Se ci si limita alla norma, la questione si sgonfia in fretta. Ma se si guarda alla politica, allora sì che si capisce perché ieri sembrava che metà città trattenesse il fiato. La realtà è molto semplice: se Monica Picca si fosse dimessa, l’attuale maggioranza sarebbe entrata in una crisi immediata, con un rischio concreto di caduta della giunta. Questo non è gossip, non è maldicenza, non è interpretazione maliziosa. È aritmetica politica. In un’amministrazione già fiaccata da mesi di inchieste, arresti, tensioni e fratture sotterranee, perdere un tassello fondamentale avrebbe significato spalancare la porta a uno scenario di elezioni anticipate che molti, non facciamoci illusioni, sognano da tempo.

E allora diventa inevitabile chiedersi se tutto questo rumore nasca davvero da un improvviso interesse collettivo per la correttezza amministrativa, o se la spinta a “far saltare il banco” abbia giocato un ruolo più forte di quanto qualcuno voglia ammettere. Perché quando un’amministrazione è già in difficoltà, basta pochissimo per creare una crepa che si allarghi da sola. E ieri quella crepa qualcuno l’ha cercata con una certa energia.

Parlare di etica è facile, capire la politica è più difficile

Se vogliamo discutere di etica, parliamone pure. È un tema importante, necessario, che riguarda tutti, non solo Picca e non solo questa giunta. Ma l’etica non è un’arma da agitare solo quando conviene politicamente. E soprattutto non può sostituire la realtà dei fatti, che in questo caso è composta da norme precise e da equilibri politici delicatissimi. Chi riduce tutto a “scandalo” o a “vergogna” lo fa perché vuole fare propaganda o perché non ha capito affatto il contesto in cui ci muoviamo.

La verità è che questa vicenda non è un simbolo della decadenza morale dell’umanità né la prova della trasparenza assoluta di qualcuno. È una questione tecnica — e politicamente esplosiva — che è stata caricata a pallettoni da chi aveva interesse a farlo. E se a qualcuno questa frase dà fastidio, forse è il caso che si chieda perché certe dinamiche funzionano così facilmente in una città che, da troppo tempo, preferisce reagire d’istinto invece che ragionare.

Fiumicino sotto schiaffo: non da oggi, e non solo questa amministrazione

Chi vive a Fiumicino lo sa: la città arriva a questa vicenda già ferita, già stanca, già disorientata da mesi di scandali, avvisi di garanzia, arresti, perquisizioni, fughe di notizie, contro-notizie, prese di posizione e smentite. Il Comune non è più percepito come il palazzo istituzionale che dovrebbe dare stabilità, ma come un luogo instabile, quasi scivoloso, dove ogni settimana sembra accendersi un nuovo focolaio.

E una cosa va detta senza ipocrisie: questo terremoto non riguarda solo chi governa oggi. Perché i dirigenti coinvolti negli ultimi filoni di indagine non sono spuntati ieri mattina. Sono figure che hanno attraversato anni e anni di amministrazioni, cicli politici diversi, colori diversi. Non è un problema “di destra” o “di sinistra”: è un problema strutturale, profondo, quasi culturale.

In questa città, diciamolo, il favore è sempre esistito. E nessuno faccia finta di indignarsi adesso come se fosse un’invenzione recente. Quante volte abbiamo sentito la frase “me lo puoi sbrigare?”, “me lo puoi vedere?”, “me lo puoi accelerare?”, detta con una naturalezza che farebbe impallidire qualunque funzionario svizzero? Quante volte qualcuno ha bussato alla porta dell’amico, del conoscente, del politico di turno per ottenere ciò che avrebbe dovuto ottenere a prescindere?

Questo non giustifica nulla, anzi è proprio questo il terreno fertile su cui gli scandali crescono indisturbati. Ma serve a dire una cosa fondamentale: la fragilità di Fiumicino non nasce con questa giunta, né con quella precedente. È una fragilità sedimentata, che negli anni tutti — maggioranza, opposizione, cittadini — hanno preferito ignorare finché non è esplosa.

E ora che è esplosa, siamo tutti pronti a puntare il dito. Ma mai verso noi stessi.

La narrazione del “caso Picca”: giornalismo, politica e sospetti reciproci

Dentro questa fragilità arriva il caso Picca. E arriva in un momento in cui basta un soffio per far oscillare la baracca. Roma Today pubblica l’inchiesta, legittima, dettagliata, pungente. Fa il suo lavoro, e nessuno può negare che il giornalismo debba anche porre domande scomode. Tuttavia, anche questo va detto: tra Roma Today e l’attuale amministrazione non corre buon sangue, perché il Comune ha denunciato il quotidiano qualche mese fa. È ingenuo ignorare questo elemento nel valutare il tono, l’insistenza e il tempismo dell’operazione mediatica.

Dall’altro lato, la politica reagisce con forza. E qui emerge il punto decisivo: non è solo una questione di legge, è una questione di equilibri. Se Picca cade, cade la giunta. Se la giunta cade, si va al voto. E qualcuno — chiunque abbia un minimo di conoscenza della politica locale — ieri sperava che succedesse.

Non si fa politica con la poesia: è normale che qualcuno volesse dare la spallata. Non è un crimine. È politica.

Il problema non è questo. Il problema è come noi cittadini abbiamo reagito.

Il vero fallimento: i concittadini che si fermano al titolo

Ieri ho visto di tutto: persone che non avevano letto l’articolo, non avevano letto la replica, non avevano idea di cosa dicesse la legge, ma avevano già un’opinione definitiva, scolpita nel marmo, urlata, condivisa, diffusa. Bastava il titolo, bastava il meme, bastava lo screenshot per scatenare una valanga di indignazione di plastica.

E allora la domanda è semplice: ma di cosa vogliamo parlare?

Siamo diventati un popolo che non legge, non approfondisce, non vuole capire. Preferiamo la propaganda alla realtà, lo slogan all’analisi, lo sdegno alla comprensione. Ci basta una frase, una riga, una foto, per trasformare qualunque cosa in un processo pubblico. E guai a chi prova a ragionare: viene immediatamente catalogato come “venduto”, “di parte”, “ignorante”, “servo”.

Non si tratta di difendere Picca o attaccare Roma Today. Si tratta di difendere una cosa che stiamo perdendo per strada: la capacità di ragionare.

Perché se un giornale fa un’inchiesta, la si legge, se un assessore replica, la si legge, se esiste una norma, la si legge.

Solo dopo si parla.

Quello che invece accade è l’esatto opposto: prima si parla, poi (forse) si legge.

Etica: tutti a farla, nessuno a rispettarla

Mi fa sorridere (amaramente) vedere concittadini che fino a ieri ignoravano cosa fosse l’articolo 82 del TUEL trasformarsi improvvisamente in paladini dell’etica pubblica. Tutti giudici, tutti professori, tutti con la pistola puntata contro il colpevole di turno. Ma l’etica non è un’arma da usare contro chi ti sta antipatico. L’etica è un valore che ti porti dietro sempre, nei piccoli comportamenti quotidiani.

E qui casca l’asino.

Perché chi oggi urla allo scandalo è spesso lo stesso che ieri cercava “una mano”, “un favore”, “una scorciatoia”. Chi oggi difende “la legalità” è lo stesso che parcheggia in seconda fila, salta la fila, aggira le regole. Chi oggi dice “vergogna” è lo stesso che domani, se gli servirà, chiamerà il politico di turno per risolvere un problema che tutti gli altri devono affrontare da soli.

E allora di quale etica parliamo?

Le sentenze si fanno nei tribunali, non su Facebook

C’è un dato che dovrebbe farci tremare: oggi bastano 200 commenti per trasformare un sospetto in una condanna pubblica. E questo è pericoloso. Perché la legge, piaccia o no, funziona con tempi, verifiche, contraddittori, documenti. E solo chi indaga può dire se c’è un reato o no.

Se l’assessore Picca ha sbagliato, pagherà, se non ha sbagliato, continuerà a fare il suo lavoro. Semplice.

Ma non lo decide Facebook. Non lo decide Instagram. Non lo decide il post indignato del vicino di casa. Lo decide la legge.

Tutto il resto è fuffa.

Una città che merita di più della propaganda

La politica fa la politica. È normale. È fisiologico.
Ma noi cittadini non dovremmo cadere sempre negli stessi tranelli, non dovremmo trasformarci in tifosi. e non dovremmo farci manipolare da chi soffia sul fuoco sperando che bruci il palazzo dell’avversario.

Quello che accade oggi a una giunta può accadere domani a chi la vuole abbattere.

Mogherini insegna: il boomerang torna sempre indietro, ma anche in questo caso, sarà l’indagine che chiarirà i fatti, quelli che oggi godono degli arresti dell’altra fazione probabilmente sono rimasti alla politica del Risiko!

La mia indignazione? Non è contro la Picca o contro RomaToday. È contro il mio paese.

Sono indignato perché questa città merita di più che vivere di slogan. Merita di più che una politica di bassissimo profilo fatta di “è colpa tua”, “stavamo meglio noi”, “li dovete caccià’”.

Merita cittadini che leggono, che pensano, che discutono, che ragionano e non cittadini che seguono i pifferai magici del web come topi nel medioevo.

Io non difendo nessuno e non attacco nessuno, difendo solo una cosa: la verità dei fatti, e la possibilità , necessaria, che ognuno di noi si prenda il tempo di capirli, prima di urlare.

Perché ieri non abbiamo visto solo un caso politico, abbiamo visto un fallimento collettivo: della politica, certo, ma anche della cittadinanza.

E questo, permettetemi, fa molto più male di qualunque scandalo.