Negli ultimi giorni, a Fiumicino, il traffico non è semplicemente aumentato. È esploso. Via dell’Aeroporto in direzione Ostia diventa, da una certa ora in poi, una distesa immobile di lamiere, clacson e nervi scoperti. Scendendo dall’aeroporto verso il Ponte 2 Giugno, nell’ultima settimana, la situazione è stata a tratti surreale, con tempi di percorrenza che sembrano usciti da un racconto distopico più che da una città moderna.
Non è una percezione isolata, né una lamentela da bar. Lo si legge nei gruppi Facebook, lo si vede nei post dei cittadini esasperati, lo si trova raccontato sui giornali locali. È un malessere diffuso, trasversale, che attraversa lavoratori, residenti, pendolari, commercianti. Tutti accomunati dalla stessa sensazione: essere prigionieri di una città che non riesce più a far scorrere la propria vita quotidiana.
Dicembre non è una scusa, è solo un amplificatore
Come ogni anno, arriva puntuale la spiegazione più comoda: “è dicembre”. Il periodo natalizio, i regali, i centri commerciali, le feste. Tutto vero, per carità. Ma fermarsi a questo significa guardare il dito e non la luna. Dicembre non crea il problema, lo amplifica, lo rende semplicemente impossibile da nascondere sotto il tappeto.
Il traffico a Fiumicino è un problema strutturale, cronico, che esiste da anni. Nei mesi “normali” lo subiamo, lo gestiamo, lo accettiamo quasi come una tassa inevitabile. A dicembre, però, quel fragile equilibrio salta e mostra tutta la sua inconsistenza. È come una crepa che per mesi resta invisibile e poi, sotto pressione, si trasforma in una frattura evidente.
Una città appesa a un ponte
Chi vive questo territorio lo sa bene: il cuore del problema è sempre stato uno solo. Migliaia di lavoratori che ogni giorno devono raggiungere l’aeroporto passando quasi obbligatoriamente da un unico punto di accesso. Da Ostia, dal Municipio X, c’è solo il Ponte della Scafa.
Un ponte che, nella storia di Fiumicino, è diventato molto più di una semplice infrastruttura. All’epoca della sua costruzione rappresentava un’opera moderna, all’avanguardia. Oggi è un collo di bottiglia permanente, un imbuto che stringe e soffoca il traffico in entrata e in uscita dalla città.
Nel corso degli anni ne abbiamo viste di tutti i colori. La chiusura dopo la tragedia del Ponte Morandi, con il carico di paura e incertezza che si portava dietro. I lavori annunciati per il nuovo ponte, poi fermati, poi ripartiti, poi nuovamente bloccati. Una sequenza di stop and go che ha prodotto più comunicati che risultati concreti.
Una strada che non riesce più a distribuire il traffico
Il ponte, poi, scarica tutto su una rete stradale che semplicemente non è più in grado di assorbire quei volumi di traffico. Non lo era dieci anni fa, figuriamoci oggi. Negli orari di punta basta un niente: una frenata improvvisa, un piccolo tamponamento, un’auto in panne. E tutto si paralizza.
In quei momenti la sensazione è sempre la stessa: impotenza totale. Si resta fermi, si guarda l’orologio, si calcolano ritardi che diventano ore. A volte viene da pensare che scendere dall’auto e proseguire a piedi sarebbe quasi più veloce. È una città che si blocca su se stessa, senza vie alternative, senza percorsi secondari realmente funzionali.
Il folklore dei tifosi politici
Ed è proprio nei momenti di massima esasperazione che entra in scena il rituale più stanco di tutti. Il tifoso politico. Quello che, puntualmente, invade i gruppi Facebook per spiegare che “è tutta colpa dell’amministrazione Baccini”.
Una narrazione semplicistica, urlata, che nulla ha a che fare con l’analisi dei problemi e molto con il desiderio di far tornare il proprio schieramento al potere. Una forma di anti-politica che riduce tutto a uno slogan, ignorando volutamente il fatto che il traffico a Fiumicino non nasce ieri e non nasce oggi.
Qui non si tratta di difendere o attaccare qualcuno per partito preso. Si tratta di riconoscere che usare il traffico come clava politica è un insulto all’intelligenza di chi lo subisce ogni giorno.
Dieci anni prima, qualche anno dopo: il risultato non cambia
La verità, se si avesse davvero il coraggio di dirla senza filtri e senza bandiere in mano, è molto più scomoda di quanto piaccia ammettere. Dieci anni di amministrazione precedente non hanno prodotto soluzioni strutturali sul tema della viabilità e delle infrastrutture. I primi anni dell’attuale amministrazione, allo stesso modo, non hanno ancora prodotto soluzioni strutturali.
Questo non significa che “sono tutti uguali”, slogan pigro buono solo per disimpegnarsi. Né significa che le responsabilità siano identiche o sovrapponibili. Le stagioni politiche sono diverse, i contesti cambiano, le condizioni economiche pure. Ma il dato che resta, e che pesa come un macigno sulla vita quotidiana dei cittadini, è che lo schema non è mai stato davvero rotto.
Si è sempre lavorato in emergenza, rincorrendo il problema anziché anticiparlo. Si è sempre preferito il piccolo intervento tampone alla visione complessiva. E mentre la città cresceva, si allargava, cambiava pelle, le sue infrastrutture restavano ancorate a un modello che oggi non regge più. Fiumicino continua a poggiare su una struttura viaria pensata quando il traffico, i flussi e persino il ruolo dell’aeroporto erano tutt’altra cosa.
Il risultato è una città moderna solo sulla carta, ma fragile nelle fondamenta. E quando le fondamenta non tengono, basta poco per far crollare tutto.
Il mito salvifico del porto
Dentro questo quadro già complesso, si inserisce una narrazione che negli anni è diventata quasi una religione laica: il porto come soluzione a tutto. L’idea che, una volta realizzato, sarà il grande evento capace di risolvere problemi storici, compreso quello del traffico. Che i privati, attratti dall’investimento, costruiranno infrastrutture, strade, collegamenti, migliorando automaticamente la qualità della vita della città.
È un racconto affascinante, certo. Ma è anche un racconto che oscilla pericolosamente tra l’utopia e la fantasia. Perché pensare che l’interesse privato, da solo, possa risolvere problemi pubblici senza una regia politica forte, competente e soprattutto vincolante, significa non aver imparato nulla dagli ultimi vent’anni.
È lo stesso motore propagandistico che abbiamo già visto all’opera: grandi promesse, grandi aspettative, grandi parole. Poi, nella realtà, infrastrutture che arrivano a metà, opere che non dialogano tra loro, benefici che restano confinati a pochi e disagi che continuano a ricadere su molti.
Il porto, se e quando arriverà, non sarà una bacchetta magica. Senza un piano serio e pubblico sulle infrastrutture, rischia anzi di diventare un ulteriore carico su una città già al limite della sopportazione.
Lo sguardo di chi Fiumicino l’ha vista cambiare
Chi scrive queste righe non guarda Fiumicino da osservatore esterno, né da commentatore occasionale. È nato qui, è cresciuto qui, ha visto questa città trasformarsi lentamente, spesso in modo disordinato, quasi spontaneo. Quartieri spuntare, residenti aumentare, flussi moltiplicarsi anno dopo anno.
Quello che non è cresciuto allo stesso ritmo è lo scheletro che dovrebbe sostenere tutto questo. Le strade sono rimaste le stesse, i collegamenti pure, le alternative pochissime. È come se la città avesse continuato ad aggiungere piani a un edificio senza rinforzare le fondamenta.
Ed è questo che rende il traffico così insopportabile, così logorante. Non è solo una questione di code o di minuti persi. È la percezione costante di vivere in un luogo che chiede sempre di più ai suoi cittadini senza restituire soluzioni adeguate.
E il cittadino, cosa dovrebbe fare davvero?
A questo punto la domanda diventa inevitabile, ed è probabilmente la più scomoda di tutte. Cosa dovrebbe fare il cittadino? Continuare a schierarsi come allo stadio, difendendo i “propri” e attaccando gli “altri” a prescindere? Oppure limitarsi a sfogarsi sui social, trasformando ogni discussione in una rissa permanente?
La risposta, se si vuole davvero il bene della città, dovrebbe essere un’altra. Mettere in discussione tutti. Chi ha amministrato ieri, chi amministra oggi, chi si candiderà domani. Perché amministrare non è una questione di bandiere, ma di risultati. E i risultati, quando si parla di traffico e infrastrutture, sono sotto gli occhi di tutti.
Meno tifo, più realtà
Serve meno propaganda e più realtà. Meno slogan e più pianificazione. Meno comunicati stampa e più cantieri veri, visibili, funzionali. Perché il traffico non è un fastidio marginale: è tempo sottratto alla vita, stress accumulato giorno dopo giorno, qualità della vita che si abbassa lentamente ma inesorabilmente.
E finché continueremo a raccontarcela, a cercare sempre un colpevole comodo invece di pretendere soluzioni serie, resteremo esattamente dove siamo ora. Fermi. In coda. Letteralmente.


