Ne avevo già scritto qualche giorno fa, e pensavo onestamente di aver chiuso il discorso. Avevo messo in fila i fatti, avevo distribuito le responsabilità con quella che mi sembrava una certa equità tra chi governa e chi viene governato, avevo chiuso con la storia del calibro e della fascina da dieci centimetri. Pensavo di aver detto tutto. Invece mi sono svegliato l’altra mattina, sono uscito di casa come faccio sempre, ho girato per le strade di Fiumicino come faccio sempre, e mi sono ritrovato davanti a una scena che non riuscivo a ignorare.
Decine e decine di abitazioni, una dopo l’altra, con fuori dal cancello sacchi non ritirati e fascine abbandonate sul marciapiede, ognuna con il suo bravo bollino attaccato sopra come se fosse il cartellino del prezzo in un negozio di biancheria. Un bollino che, tradotto in italiano corrente, dice una cosa sola: non va bene, riprenditi tutto e chiama. Riportati dentro casa quello che hai tirato fuori. E buona fortuna.
E a quel punto mi sono fermato. Non per stupore, perché di stupore ne è rimasto ben poco dopo anni a guardare come funzionano le cose da queste parti. Mi sono fermato perché ho capito che il discorso non era chiuso. Era appena iniziato.
I numeri che nessuno vuole fare
Fiumicino conta circa ottantamila abitanti. Non è un paese, non è una borgata, è un comune vero con una densità abitativa e soprattutto con una caratteristica che chiunque viva qui conosce bene: è un territorio fatto in larghissima parte di villette, case unifamiliari, bifamiliari, piccoli condomini con giardino. Non è un quartiere di palazzi anni Settanta dove il verde domestico è un vaso di gerani sul ballatoio. È un territorio dove il verde è strutturale, è diffuso, è parte della vita quotidiana di una percentuale enorme della popolazione.
Bene, tenendo presente tutto questo, facciamo insieme un ragionamento semplice, quasi elementare. Se il nuovo sistema di raccolta degli sfalci prevede la prenotazione telefonica obbligatoria, cosa succede nel momento in cui centinaia e centinaia di persone, che vivono più o meno nello stesso tipo di abitazione, con più o meno lo stesso tipo di giardino, in un periodo dell’anno in cui il verde cresce alla stessa velocità per tutti, decidono di chiamare? Cosa succede a quel centralino? Quante linee ha? Quanti operatori sono disponibili? Quante chiamate riesce a gestire in una giornata? Quante prenotazioni si riescono a smistare in modo da non creare ingorghi e sacchi abbandonati a tempo indeterminato davanti ai cancelli?
Io non ho la risposta perché non ho accesso ai dati interni del servizio. Ma i sacchi che ho visto l’altra mattina, i bollini attaccati sopra, i cittadini con cui ho chiacchierato per strada raccontandomi la loro esperienza con lo sguardo di chi non riesce ancora a crederci, quei sacchi mi stanno dicendo qualcosa di molto preciso: il sistema non regge. E non regge non perché la gente sia incivile, non perché qualcuno voglia sabotare il cambiamento, ma perché matematicamente il volume di richieste supera la capacità di risposta del meccanismo che è stato pensato per gestirle.
Il paradosso del rifiuto più verde
Permettetemi una piccola digressione, che però non è affatto marginale. Stiamo discutendo, con tutta questa energia, di erba. Di foglie. Di rami. Di quello che un giardino produce naturalmente nel corso delle sue stagioni. Stiamo parlando del rifiuto più organico, più naturale, più biodegradabile che esista.
Il verde da sfalcio, se gestito in modo corretto, non è un problema ambientale: è una risorsa. Dalla decomposizione controllata di erba e residui vegetali si ottiene compost di qualità, ammendante naturale per i terreni agricoli, fertilizzante che non ha nulla di artificiale. Ci sono comuni in tutta Italia che hanno costruito intere filiere di recupero attorno alla gestione del verde urbano e domestico, trasformando quello che sembrava un costo in un servizio che si ripaga da solo attraverso la valorizzazione del materiale raccolto. Quindi, tanto per capirci, stiamo creando questo livello di conflitto e frustrazione per gestire male quello che, gestito bene, potrebbe addirittura produrre qualcosa di utile.
E allora la domanda che mi pongo, e che vorrei che qualcun altro si ponesse con altrettanta franchezza, è questa: perché non si è valutata seriamente la possibilità di un servizio dedicato al verde, con furgoni o mezzi specifici che girano secondo un calendario programmato, come avviene già per il vetro, per il cartone, per molte altre frazioni di rifiuto?
Non è fantascienza. Non è una proposta avveniristica. È quello che fanno già tanti comuni, anche di dimensioni simili a Fiumicino, anche con bilanci simili a quello del Comune di Fiumicino. Sarebbe più semplice per il cittadino, che non dovrebbe chiamare nessuno e non dovrebbe attaccare nessun bollino. Sarebbe più efficiente per il sistema, che potrebbe pianificare le raccolte con criteri oggettivi anziché rincorrere le prenotazioni in ordine sparso. Sarebbe anche, e qui arrivo al punto vero, molto più onesto intellettualmente rispetto al territorio che si sta governando.
La regola del rametto con le foglie
Ne avevo già parlato, lo so, ma ho bisogno di tornare sulla questione della fascina perché continuano ad arrivare di nuove e perché ogni volta che ci ripenso trovo che l’assurdità meriti di essere raccontata di nuovo con tutta la sua forza.
La fascina, per essere accettata, non deve avere una circonferenza superiore ai dieci centimetri. Dieci. Io vi sfido, e lo dico con tutta la serietà possibile, a fare una fascina da dieci centimetri con i rami normali di una siepe, con le potature ordinarie di un giardino, con quello che si produce smontando anche solo un metro quadro di vegetazione domestica.
Non si riesce. Fisicamente, materialmente, concretamente non si riesce. Un ramo con qualche foglia ancora attaccata supera abbondantemente quella misura. Una fraschetta da potatura raggiunge e supera i trenta, i quaranta centimetri di circonferenza senza alcuno sforzo particolare. E quindi la domanda che sorge spontanea è: chi ha scritto questa regola? Dove vive? Ha mai raccolto un ramo in vita sua? Ha mai messo piede in un giardino vero, non in quello disegnato su un documento di pianificazione, ma in un giardino reale, con terra, con radici, con la fatica fisica di chi tiene in ordine uno spazio verde?
Perché c’è una distanza enorme, che si misura in anni-luce prima che in centimetri, tra chi elabora le regole e chi quelle regole le deve applicare sudando la mattina del sabato con i guanti da lavoro e le cesoie in mano. E quella distanza, quando diventa sistematica, quando non è un’eccezione ma il modo ordinario in cui funziona la relazione tra chi amministra e chi viene amministrato, non produce solo frustrazione. Produce sfiducia. E la sfiducia è molto più difficile da raccogliere e smaltire di qualsiasi fascina.
Il marciapiede che nessuno ricorda più
C’è poi un aspetto che quasi nessuno ha ancora messo in connessione con questa vicenda, e che invece mi sembra centrale per capire la dimensione del paradosso in cui ci troviamo. Lo scorso anno uscì la delibera 19/2025, e una locandina diffusa abbastanza capillarmente, che in sostanza scaricava sul cittadino la responsabilità della manutenzione ordinaria del tratto di marciapiede antistante la propria abitazione. Erba, sterpaglie, vegetazione spontanea: fatti tuoi. Tagliala, tienila in ordine, mantienila sotto controllo. Il comune in questo non ti segue, o almeno non in modo sistematico.
Ora, mettiamo da parte per un momento la questione di principio, che sarebbe già abbastanza corposa da riempire un altro articolo. Mettiamo da parte il fatto che la manutenzione del suolo pubblico è storicamente, normativamente e logicamente una competenza del comune, non del privato cittadino.
Mettiamo da parte tutto questo e concentriamoci su un problema pratico, concreto, verificabile. Se il cittadino è tenuto a tagliare l’erba sul marciapiede pubblico davanti a casa sua, quegli sfalci dove li mette? Come li smaltisce? Li può mettere fuori assieme agli sfalci del giardino privato? E se li mette fuori, e sul sacco arriva il bollino perché non ha prenotato, o perché ha superato la quantità consentita, o perché la fascina è troppo larga, cosa dovrebbe fare quel cittadino? Riportarsi dentro casa anche quella? Riportarsi dentro l’erba del marciapiede pubblico che lo stesso comune gli ha chiesto di tagliare a sue spese e con il suo rastrello?
Questo è un cortocircuito logico che non ha scusanti di nessun tipo. Prima ti obbligo a fare una cosa. Poi ti impedisco di gestirne le conseguenze. E alla fine il problema, indovina, è tuo.
L’amministrazione nei gruppi Facebook e il problema dell’ascolto
Un altra cosa che ho notato in questi giorni, e la noto con una certa frequenza anche sugli altri temi che affronto, quando un post nei gruppi Facebook del territorio tocca un nervo scoperto, quando le lamentele diventano troppe e troppo circostanziate per essere ignorate, capita che qualcuno dell’amministrazione o vicino all’amministrazione intervenga. A volte in modo difensivo, a volte spiegando le ragioni delle scelte fatte, a volte correggendo errori di comprensione.
Non è sbagliato in sé. Anzi, sarebbe positivo se significasse davvero apertura al dialogo. Ma il punto è un altro. Il punto è che un’amministrazione che legge i commenti sui social e risponde ai post scomodi ha, per definizione, accesso alla temperatura del territorio, sa cosa si dice, sa come la gente si sente, sa dove il sistema va male. E se nonostante questo accesso continua a difendere a oltranza qualcosa che non sta funzionando, allora il problema non è di comunicazione. È di scelta politica.
Perché ci vorrebbe così poco. Ci vorrebbe la capacità, che è anche una forma di coraggio, di dire: abbiamo provato, i risultati non sono quelli che speravamo, valutiamo delle correzioni strutturali e non solo dei rattoppi. Questa sarebbe vera amministrazione. Questa sarebbe la differenza tra chi governa per tenere la posizione e chi governa per risolvere i problemi. Invece no. Si continua, il sistema si inceppa, i sacchi rimangono sui marciapiedi, i bollini si moltiplicano, e tra qualche settimana arriverà l’estate.
La bomba a orologeria della stagione calda
E qui sta il punto che mi preoccupa davvero, quello che mi ha spinto a scrivere questo secondo articolo anche sapendo di ripetermi su alcuni temi. L’estate non è ancora arrivata. Il periodo più intenso del taglio dell’erba, delle potature pesanti, della gestione stagionale del verde domestico è ancora davanti a noi.
Stiamo vedendo già adesso, in un periodo che non è ancora il picco, sacchi non ritirati e fascine abbandonate davanti a decine di abitazioni. Cosa succederà tra sei settimane? Cosa succederà nel pieno di luglio, quando ogni giardino di Fiumicino produrrà sfalci a ritmo quasi industriale, quando le palme perdono le loro foglie secche, quando la crescita vegetativa è al massimo e i cittadini si trovano a dover gestire volumi di verde che non hanno nulla di straordinario per chi vive in questo territorio?
La risposta, se il sistema rimane quello che è oggi, la conosciamo già. Aumenteranno gli abbandoni. Aumenteranno i sacchi lasciati in posti dove non dovrebbero essere lasciati. Aumenteranno le situazioni di degrado. Aumenterà la tensione tra chi rispetta le regole, e le trova inapplicabili, e chi non le rispetta, e le trova irrilevanti. E a quel punto sarà molto comodo indicare lo zozzone di turno come unico responsabile di tutto. Sarà molto comodo descrivere il problema come un problema culturale, di inciviltà, di mancanza di rispetto per le regole. Sarà molto comodo. Ma sarà anche tremendamente disonesto.
Perché se un sistema non è progettato per reggere la realtà del territorio su cui viene applicato, la colpa del fallimento non è di chi quel sistema non riesce a seguire. È di chi lo ha disegnato senza fare i conti con quella realtà.
Il banco di prova che nessuno può ignorare
Alla fine, quello degli sfalci è diventato, quasi per caso, quasi per l’accumulo di piccoli dettagli quotidiani che si sono sommati uno dopo l’altro, un banco di prova importante per questa amministrazione. Non il più grande, non il più complesso, ma forse uno dei più rivelatori. Perché tocca la vita concreta delle persone. Perché non richiede competenze tecniche particolari per essere capito. Perché è visibile, letteralmente, camminando per le strade. E perché si presta, se gestito con intelligenza, a diventare un esempio positivo di come un’amministrazione possa correggere la rotta quando le cose non vanno come previsto.
Se invece si sceglie la strada della difesa a oltranza, del comunicato che spiega perché tutto funziona mentre sul marciapiede i sacchi con il bollino aspettano che qualcuno si decida a fare qualcosa, allora la storia finirà come finiscono tutte le storie simili. Con la gente che smette di aspettarsi qualcosa di meglio. E la rassegnazione, in un territorio che ha già abbastanza ragioni per sentirla, è il danno più difficile da riparare di tutti.
Io continuerò a girare. Continuerò a guardare. E vi racconterò quello che vedo, senza tifare per nessuno, come sempre.


