Il porto di Fiumicino si ferma ancora. Ma chi fermerà l'abbandono?

Il porto di Fiumicino si ferma ancora. Ma chi fermerà l’abbandono?

Ogni volta che a Fiumicino si parla del porto succede la stessa cosa. Si accendono gli animi, si formano le squadre, favorevoli da una parte e contrari dall’altra, e la discussione si consuma tutta lì, dentro quella cornice binaria che non lascia spazio a nient’altro. C’è chi vede nel porto un’opportunità economica irripetibile e chi ci vede una minaccia ambientale irreversibile. Ho letto in questi giorni la notizia del TAR che ha bloccato il progetto del porto turistico crocieristico di Isola Sacra, e la prima cosa che ho pensato non è stata se questa sentenza sia giusta o sbagliata. La prima cosa che ho pensato è un’altra, molto più semplice, e che secondo me nessuno si sta ponendo con la dovuta serietà. Cosa succede a quel pezzo di costa adesso? E soprattutto, cosa è successo finora, mentre tutti discutevano di un progetto che, a conti fatti, non è mai partito davvero?

Perché quel tratto di litorale non è rimasto fermo in attesa di questa sentenza. È fermo, o meglio abbandonato, da molto prima, giusto per essere chiari.

Cosa ha deciso davvero il TAR

Partiamo dai fatti, perché qui la precisione non è un vezzo ma un dovere. Il TAR del Lazio ha annullato il decreto con cui, lo scorso novembre, il ministero dell’Ambiente aveva rilasciato la Valutazione di Impatto Ambientale positiva al progetto della società Fiumicino Waterfront, controllata dalla Royal Caribbean. I giudici hanno accolto il ricorso presentato da una serie di associazioni e comitati che da anni si oppongono all’opera, tra cui i Tavoli del Porto e diverse realtà ambientaliste e sindacali. Secondo il TAR la procedura di VIA presenta un vizio sostanziale: la relazione paesaggistica presentata dalla società proponente sarebbe stata incompleta, al punto da aver contribuito a un giudizio parziale da parte del ministero sugli impatti reali dell’infrastruttura. Il punto centrale è che il progetto, secondo i giudici, non può essere considerato un semplice porto turistico per la nautica da diporto, come sosteneva anche l’amministrazione comunale che lo appoggia, ma è di fatto uno scalo polifunzionale in cui le navi da crociera avrebbero un ruolo tutt’altro che marginale. I giudici hanno contestato anche la frammentazione dei processi decisionali e il mancato coinvolgimento dell’Autorità di bacino sulla relazione idrogeologica.

Non è una sentenza definitiva. Il TAR ha di fatto chiesto di rifare l’iter seguendo la procedura corretta, e l’amministratore di Fiumicino Waterfront ha già annunciato che la società farà appello. Il sindaco Mario Baccini ha dichiarato che l’amministrazione rispetta la decisione e che gli uffici comunali, insieme ai legali, ne analizzeranno il contenuto per capire come muoversi. Tradotto nel linguaggio di chi vive su questo territorio da una vita, questo significa una cosa sola: passerà ancora molto tempo prima che si sappia qualcosa di definitivo. E conoscendo i tempi della giustizia amministrativa italiana, quando dico molto tempo intendo dire anni.

Una storia che comincia molto prima di quanto si creda

Per capire dove siamo arrivati bisogna fare un passo indietro serio, non superficiale. L’idea di un porto turistico su quell’area dell’Isola Sacra nasce all’inizio degli anni Novanta, quando la società Iniziative Portuali presenta la prima richiesta di concessione demaniale. Ma è negli anni dell’amministrazione di Mario Canapini, sindaco dal 2003 al 2013, che il progetto comincia davvero a prendere forma concreta. Nel 2005 la IP deposita il progetto definitivo, un impianto dedicato alla nautica da diporto che nel tempo si allarga fino a inglobare quasi duemila posti barca. Nel dicembre 2009 viene sottoscritto l’accordo di programma tra Comune, Regione Lazio e ministero delle Infrastrutture, e nel febbraio 2010 la Regione concede alla IP, per novanta anni, un’area demaniale enorme, quasi cento ettari tra terra e specchi d’acqua, per costruire quello che allora veniva chiamato Porto della Concordia. A maggio del 2010 partono davvero i lavori.

E qui arriva il primo, grande punto di svolta di tutta questa vicenda. I lavori si fermano dopo pochi mesi. Nel dicembre 2012 l’area di cantiere viene sottoposta a sequestro dall’autorità giudiziaria di Civitavecchia, in seguito a un’indagine che coinvolge i soci della società che nel frattempo aveva rilevato il progetto. Da quel momento comincia una fase di abbandono che dura tuttora, ininterrotta, da quasi quindici anni. I moli restano incompiuti, il faro comincia a dare segni di degrado e quella intera zona entra in un abisso di degrado assoluto.

Passano gli anni, cambia l’amministrazione, arriva Esterino Montino nel 2013, e la vicenda del porto entra in una fase nuova e per certi versi ancora più controversa. Nel 2017 la società titolare della concessione finisce in crisi e avvia una procedura di concordato preventivo. L’anno dopo, nel 2018, arriva la svolta che cambierà per sempre la natura del progetto: viene presentata la richiesta di variante che introduce, per la prima volta, la funzione crocieristica per le grandi navi. Non più solo un porto per la nautica da diporto, quindi, ma uno scalo pensato anche per accogliere navi da crociera di dimensioni colossali. Nell’ottobre 2021 la Fiumicino Waterfront, società creata dal gruppo Royal Caribbean, si aggiudica per undici milioni e mezzo di euro il ramo d’azienda messo all’asta, e nel febbraio 2022 il Comune autorizza il subentro nella concessione demaniale.

Nel giugno 2023, sotto la nuova amministrazione guidata dal sindaco Baccini, il progetto viene inserito tra gli interventi essenziali del Giubileo 2025, una scelta che accelera le procedure autorizzative ma che scatena anche una lunghissima serie di opposizioni, ricorsi, audizioni parlamentari e mobilitazioni dei comitati ambientalisti. La Valutazione di Impatto Ambientale parte formalmente nell’ottobre 2023 e si trascina per due anni tra richieste di integrazione, sospensioni, nuove pubblicazioni di documenti, fino ad arrivare al decreto ministeriale di novembre 2025 che autorizza il progetto. Un’autorizzazione che, come abbiamo visto, il TAR ha appena smontato.

Trentacinque anni, se contiamo dalla prima istanza degli anni Novanta. Quindici anni di cantiere fermo e sequestrato, se contiamo dal 2010. Interi ragazzi di Fiumicino sono nati, cresciuti e diventati adulti senza aver mai visto quella zona vivere davvero.

Quel pezzo di Fiumicino che nel frattempo è morto

Ed è qui che voglio arrivare, perché secondo me è la parte più importante di tutta questa storia e quella che tutti continuano a ignorare. Mentre si discute di VIA, di ricorsi, di sentenze e controdeduzioni, nessuno parla di cosa sia diventata concretamente quella porzione di territorio. Io ci sono cresciuto, come tanti di voi che mi leggete, e posso dire con cognizione di causa che quel tratto che va dal Faro fino alla rotonda del centro Catalani è ormai da anni un luogo sospeso, quasi fantasma.

Chi ci passa oggi vede ecomostri abbandonati, strutture di cantiere arrugginite, recinzioni che delimitano il nulla. Vede tratti di spiaggia diventati inaccessibili, chiusi senza una ragione che sia stata mai davvero spiegata ai cittadini. Vede quella che un tempo era la Vecchia Scogliera, un punto di riferimento per generazioni di fiumicinesi, oggi ridotta in condizioni di degrado che definire imbarazzanti è quasi generoso. Oggi è un’area sospesa tra un progetto che non è mai riuscito a partire e un abbandono che invece prosegue senza sosta.

Ed è un peccato enorme, perché quel potenziale c’è, ed è concreto. Parliamo di uno dei tratti di costa più suggestivi del litorale romano, alla foce del Tevere, con una storia e una posizione che moltissime città europee ci invidierebbero. Ma il potenziale, da solo, non basta a tenere in piedi un territorio. Serve qualcuno che decida cosa farne, e che lo faccia davvero, non sulla carta.

Porto sì o porto no non è la domanda che mi interessa

Voglio essere chiaro fino in fondo, perché su questo punto non voglio essere frainteso. Non mi interessa entrare nel merito di chi ha ragione tra favorevoli e contrari al porto. C’è chi ritiene che quell’infrastruttura porterebbe lavoro, turismo e investimenti in una città che ne ha bisogno. C’è chi teme, con argomenti altrettanto seri, un impatto ambientale devastante, l’aumento del traffico, il consumo di un tratto di costa che una volta cementificato non tornerà mai più indietro. Sono entrambe posizioni legittime, sostenute da persone che credono in quello che dicono, e non è compito mio, né interesse mio, stabilire chi tra loro abbia ragione.

Allo stesso modo non mi interessa stabilire chi abbia firmato cosa, chi abbia venduto cosa, chi abbia autorizzato cosa lungo questi trentacinque anni di storia. Per quello esistono i tribunali, esistono gli atti amministrativi, esistono le responsabilità politiche che ciascuno si è preso nel tempo. Io oggi mi limito a fare una domanda molto più semplice e molto più scomoda. Mentre aspettiamo l’esito del ricorso al Consiglio di Stato, mentre si rifanno le valutazioni, mentre si ripete daccapo un iter che ha già richiesto anni solo per arrivare a un decreto che è durato pochi mesi prima di essere annullato, quanto tempo passerà ancora? Tre anni? Cinque? Dieci? E soprattutto, cosa accadrà nel frattempo a quella zona?

E se il porto non si facesse mai

Qui arrivo al punto che considero decisivo, quello che secondo me nessuno ha il coraggio di affrontare apertamente. Se il porto, alla fine di tutto questo, non dovesse mai vedere la luce, esiste un piano alternativo? Qualcuno ha mai pensato seriamente a cosa fare di quell’area nel caso in cui il progetto della Royal Caribbean naufragasse definitivamente tra i tribunali? Esiste un’idea di riqualificazione pubblica, un concorso internazionale, un progetto di waterfront, un parco, una passeggiata, una marina pubblica, un recupero degli edifici esistenti? O il piano alternativo, semplicemente, non esiste, e l’unica prospettiva concreta per quella zona è continuare a lasciarla così com’è, prigioniera di un limbo che dura ormai da una generazione intera?

Io non ho la presunzione di dire se il porto sia la soluzione giusta per Fiumicino. Non lo so, e chiunque lo affermi con certezza assoluta, da una parte o dall’altra, probabilmente sta semplificando una questione che semplice non è mai stata. Ma da cittadino di questa città vedo, da anni, uno dei tratti più belli del nostro litorale trasformato in un punto interrogativo permanente. Oggi tutti parlano del ricorso al Consiglio di Stato. Domani arriverà probabilmente un’altra istanza, un altro rinvio, un’altra sentenza. E mentre tutti aspettiamo, quel territorio continua semplicemente a invecchiare, giorno dopo giorno, senza che nessuno si assuma la responsabilità di dire cosa succederà se, alla fine, il porto non si farà mai. Qualcuno ci ha pensato davvero, oppure siamo destinati a lasciare che uno dei luoghi con il maggiore potenziale del litorale romano resti prigioniero dell’abbandono ancora per altri vent’anni?

Senza tifare per nessuno, come sempre.