A Fiumicino, da qualche giorno, non si parla d’altro. L’articolo di RomaToday, firmato da Luca Teolato e intitolato “La grande famiglia del Comune di Fiumicino. Ecco la lista dei dipendenti parenti”, pare aver scoperchiato un vaso di Pandora che, a dirla tutta, non ha nulla di sorprendente non è la prima volta che si parla di parentopoli nel nostro comune. Ma la vera notizia non è tanto l’inchiesta in sé — che può piacere o meno — quanto il terremoto politico e mediatico che ne è seguito.
La maggioranza, infatti, ha reagito duramente, annunciando tramite gli avvocati una querela contro RomaToday. L’opposizione, prevedibilmente, ha colto la palla al balzo per accusare la giunta di voler imbavagliare la stampa. E nel mezzo, come sempre, il popolo dei social: cittadini divisi in fazioni, post infuocati nei gruppi Facebook, commenti velenosi, accuse reciproche e tanto, tantissimo rumore di fondo.
Da cittadino di Fiumicino, uno qualunque, ma che osserva e riflette, sento il bisogno di dire la mia. Perché qui il problema non è solo “chi ha ragione”, ma come si gestisce la verità, la trasparenza e il rapporto tra istituzioni e cittadini.
La prassi giornalistica (che molti fingono di non conoscere)
C’è un passaggio fondamentale che pochi hanno sottolineato e che invece fa tutta la differenza del mondo: Luca Teolato, il giornalista autore dell’inchiesta, aveva contattato l’ufficio stampa del Comune di Fiumicino ben due settimane prima della pubblicazione dell’articolo. Lo ha fatto con una mail ufficiale, chiedendo chiarimenti su alcuni punti precisi: la presenza di concorsi pubblici, graduatorie, incarichi fiduciari e la mansione di alcuni dipendenti comunali.
Nessuno ha risposto. (Ovviamente secondo Romatoday)
Ecco, questo è il cuore della questione, perché in qualunque Paese democratico e in qualunque redazione seria questo è esattamente ciò che un giornalista deve fare: chiedere il parere della controparte, dare modo all’amministrazione di rispondere, garantire il contraddittorio. È la prassi, la regola d’oro del mestiere.
Chi ha visto almeno un film sul giornalismo lo sa bene. “Il presidente ha qualcosa da dichiarare prima che andiamo in stampa?”, è la classica frase che chiude ogni inchiesta nei film americani. È successo anche nel celebre caso del Watergate, quando Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post tentarono di ottenere conferme e repliche prima di pubblicare. Non è fiction, è deontologia professionale.
Quindi, non c’è nulla di scorretto nel lavoro di Teolato, il problema semmai è dall’altra parte, in quell’ufficio stampa che avrebbe dovuto fare da ponte tra stampa e amministrazione, e che forse ha sottovalutato la situazione (almeno così voglio sperare).
Il silenzio che diventa rumore
Il silenzio, si sa, è un’arma a doppio taglio, in questo caso, il mancato riscontro dell’amministrazione ha creato un effetto boomerang. Perché quando non rispondi a un giornalista che ti chiede documenti e chiarimenti, la sensazione che lasci alla stampa e successivamente ai cittadini è quella di avere qualcosa da nascondere.
Eppure, la soluzione sarebbe stata semplicissima: bastava rispondere, fornire la documentazione richiesta, mostrare le carte, e se davvero l’articolo di RomaToday fosse stato fazioso o impreciso, a quel punto sì, la querela avrebbe avuto un senso.
Il gesto corretto, da istituzione trasparente, sarebbe stato dire:
“Ecco la documentazione, ora ritirate l’articolo o rettificatelo. In caso contrario, ci vediamo in tribunale.”
Così funziona la democrazia, così funziona il giornalismo libero, ma si è scelta un’altra strada: il silenzio prima, la reazione legale dopo. E nel frattempo, il dibattito si è trasferito sui social, dove ognuno si improvvisa esperto di diritto, politica e comunicazione, alimentando solo confusione e rabbia.
Il tifo politico: il nuovo sport nazionale
Ho letto centinaia di commenti in questi giorni e mi è venuto in mente un paragone che faccio spesso e che oggi, più che mai, credo sia calzante.
La politica ormai è diventata una forma di tifo calcistico, ma con una differenza sostanziale.
Nel calcio, quando la squadra gioca male, il tifoso si arrabbia, fischia, contesta, chiede le dimissioni dell’allenatore, critica la società. Perché il tifoso, nel profondo, vuole vincere, non giustificare.
In politica, invece, succede l’esatto contrario, il “tifoso politico” difende la propria parte a prescindere anche davanti all’evidenza, anche quando l’errore è palese, anche quando la trasparenza manca. Si preferisce negare, attaccare chi solleva dubbi, insultare il giornalista, piuttosto che chiedere spiegazioni al politico votato.
Ecco dove sbagliamo come cittadini. La vera democrazia non si misura nel voto, ma nella vigilanza sul potere, votare è un atto, ma controllare chi governa è un dovere.
Chi deve chiedere spiegazioni?
Molti dicono: “Dev’essere l’opposizione a fare chiarezza”. No, non solo.
Devono essere i cittadini stessi, soprattutto quelli che hanno votato l’attuale amministrazione, a pretendere trasparenza. Perché se davvero credi nella tua parte politica, non puoi chiudere gli occhi di fronte ai dubbi, devi essere il primo a chiedere: “Spiegateci, fateci vedere, mostrate i documenti.”
Solo così si mantiene la fiducia, solo così si dimostra di non avere nulla da nascondere.
Non servono crociate mediatiche, né tifoserie contrapposte, serve buon senso, rispetto per il mestiere dei giornalisti e consapevolezza del proprio ruolo di cittadini.
Un’ultima riflessione (da cittadino, non da tifoso)
Questa storia non è solo una polemica momentanea, ma rischia di diventare lo specchio di un Paese dove chi governa si sente spesso intoccabile e chi fa domande viene percepito come un nemico, non è così che funziona la democrazia.
Un giornalista che fa domande non è un avversario politico è un pezzo del sistema democratico e un’amministrazione che risponde con querela invece che con documenti, manda un segnale sbagliato, prima ancora che ai media, ai cittadini stessi.
Perché in fondo, qui a Fiumicino come ovunque, non chiediamo miracoli: chiediamo solo trasparenza. Vogliamo sapere che le scelte, le assunzioni, le nomine siano fatte nel rispetto delle regole, non per curiosità morbosa, ma perché è nel nostro diritto sapere come viene gestita la cosa pubblica.
E allora, cari concittadini…
Che siate di destra o di sinistra, che abbiate votato la giunta o l’opposizione, questa non è una partita di calcio, è la nostra città, sono i nostri soldi, sono le nostre istituzioni. E la maturità democratica si misura quando sappiamo criticare anche chi ci rappresenta, senza sentirci traditori della causa.
Perché, come recita una celebre frase cinematografica (che vi invito a cercare):
“Il popolo non dovrebbe temere i suoi governanti. I governanti dovrebbero temere il loro popolo.”
Ecco, ricordiamocelo. Sempre.
Non è una questione di bandiere, ma di metodo
Il mio non è, e non vuole essere, un attacco al Comune di Fiumicino, né un attacco all’attuale amministrazione. Lo dico chiaramente: se la stessa vicenda fosse accaduta sotto la precedente giunta, avrei scritto esattamente lo stesso articolo, parola per parola. Perché qui non stiamo parlando di colore politico o di simpatia personale, ma di trasparenza, metodo e rispetto delle regole. La verità è che ciò che è accaduto a Fiumicino non è un caso isolato, ma un sintomo diffuso di un problema che riguarda tanti Comuni italiani — e, se vogliamo dirla tutta, anche il Governo e le istituzioni centrali.
Troppo spesso gli uffici stampa della politica dimenticano il loro vero compito: non sono il muro di cinta che deve proteggere i politici dalle domande scomode, né un ufficio propaganda che filtra solo ciò che fa comodo far uscire. Dovrebbero essere ponti di comunicazione, non barriere. Il loro ruolo è quello di favorire il dialogo tra giornalisti e amministratori, di rispondere in modo chiaro e documentato, di garantire che i cittadini ricevano informazioni corrette e verificabili.
Quando un ufficio stampa tace, o peggio ancora evita il confronto, non difende l’istituzione: la danneggia, perché alimenta sospetti e sfiducia. È come se si preferisse la cortina di fumo alla trasparenza, l’immagine alla sostanza. E allora sì, vale per Fiumicino, ma vale anche per Roma, Milano, Palermo, per ogni piccolo Comune d’Italia e per lo stesso Governo nazionale: la trasparenza non è un favore che l’amministrazione concede ai cittadini, è un dovere che deve sentire come parte integrante della democrazia.


