La rotonda della Madonnella, atto secondo: pensavate che mi fossi dimenticato?

La rotonda della Madonnella, atto secondo: pensavate che mi fossi dimenticato?

Pensavate che mi fossi dimenticato? In fondo sono passati solo alcuni mesi. Le notizie scorrono veloci, i social si indignano per quarantotto ore e poi passano all’argomento successivo, i gruppi Facebook cambiano bersaglio ogni mattina e la memoria collettiva sembra avere la durata di una storia Instagram. Eppure il 20 gennaio chiudevo il mio articolo sulla rotonda della Madonnella con una frase molto semplice: “Io continuo a passare da lì. Continuerò a guardare quel cantiere. E continuerò a scriverne. Non per piacere, ma per non far finta di niente.”

Eccomi di nuovo qui. E sapete qual è la cosa straordinaria? Che nel frattempo il cantiere è ancora lì.

La rotonda che sfida il calendario

Quando scrissi il primo articolo, la sensazione diffusa era che si trattasse di un’opera ormai prossima alla conclusione. Le comunicazioni istituzionali, le dichiarazioni pubbliche e il normale buon senso lasciavano intendere che tra aprile forse maggio come data ultima la situazione sarebbe stata finalmente risolta. Siamo arrivati al 2 giugno. E la rotonda della Madonnella continua ad essere un cantiere aperto, con tutto quello che ne consegue in termini di traffico, disagio quotidiano e, soprattutto, di credibilità istituzionale verso i cittadini.

Ora, sia chiaro: nessuno pretende miracoli e nessuno immagina che le opere pubbliche possano materializzarsi dall’oggi al domani come nei videogiochi. Esistono problemi tecnici, imprevisti, autorizzazioni, modifiche progettuali e tutta una serie di elementi che possono rallentare i lavori. Ma esiste anche un limite oltre il quale la pazienza dei cittadini smette di essere comprensione e diventa esasperazione. Perché qui non stiamo parlando della costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, di un ponte sospeso o di una diga sul Po. Stiamo parlando di una rotonda. Una rotonda stradale, in una città di medie dimensioni, nel 2025. Ripeto il concetto perché a volte sembra quasi che ci stiamo abituando all’assurdo, e abituarsi all’assurdo è la cosa più pericolosa che possa capitare a una comunità.

Ditta A, ditta B, e quel meccanismo tutto italiano

Nel frattempo ho appreso qualcosa di interessante, che forse spiega almeno in parte i tempi dilatati di questa vicenda. La ditta che ha vinto l’appalto, chiamiamola ditta A, ha girato i lavori in subappalto a una seconda impresa, chiamiamola ditta B, ovviamente a un prezzo più basso rispetto a quello originale. E a questo punto, la ditta B, che si è ritrovata tra le mani un’opera da realizzare con risorse ridotte rispetto al necessario, avrebbe comunicato che con quei soldi i tempi si allungano, le risorse non possono essere molte e quindi bisogna andare con i piedi di piombo.

Ora, voglio essere molto chiaro su un punto: non sto dicendo che ci sia qualcosa di losco in questa storia. Non ho elementi per affermarlo, non è questo il mio mestiere e, francamente, non ho nessuna voglia di trovarmi a dover rispondere a qualche lettera raccomandata in arrivo da uno studio legale. Quello che però posso dire, e che dico con tutta la tranquillità del mondo, è che questo meccanismo mi sembra esattamente il tipo di dinamica che in altri paesi europei verrebbe trattata come un problema serio, da affrontare con trasparenza e con risposte pubbliche. In Svezia, per citarne uno a caso, una situazione simile probabilmente avrebbe già innescato una serie di domande formali, richieste di chiarimenti, forse persino indagini amministrative. Perché lì il subappalto al ribasso su un’opera pubblica non viene considerato normale amministrazione, ma un potenziale danno alla collettività.

Da noi invece sembra una cosa che capita, si accetta e si dimentica. E questo, che ci sia o meno qualcosa di irregolare, è già di per sé un problema culturale prima ancora che giuridico.

La domanda più semplice del mondo, ancora senza risposta

La domanda che molti cittadini si fanno non è nemmeno polemica, non è una domanda da combattenti o da sfrontati. È una domanda banale, quasi infantile nella sua semplicità: quando finiscono i lavori? Non mi interessa ricevere in risposta del politichese elaborato, non mi interessa un comunicato scritto in burocratese da ufficio stampa, non mi interessano le formule vaghe che nessuno capisce ma nessuno osa contestare. Vorrei semplicemente sapere una data, un periodo, una previsione orientativa, qualcosa che permetta ai cittadini di capire quando quel cantiere smetterà di essere un cantiere e diventerà finalmente l’opera che era stata annunciata, con le sue aiuole, i suoi fiori, il suo arredo urbano, quella rotonda bella e curata che nei rendering prometteva di trasformare davvero quell’angolo di Fiumicino.

Perché la sensazione che si respira oggi è quella di un’opera sospesa in una specie di limbo amministrativo, dove tutti sanno che esiste ma nessuno sembra più sentirsi in dovere di spiegare cosa stia accadendo. E questa, francamente, è la parte che trovo più fastidiosa. Non il ritardo in sé, che può avere mille spiegazioni più o meno legittime. Il problema è il silenzio. Il problema è quella sensazione di dover fare da soli i conti con una realtà che nessuno ti aiuta a capire.

La città che non si indigna più

C’è poi un altro aspetto che mi lascia sinceramente perplesso, e che secondo me vale la pena nominare senza troppi giri di parole. Leggo spesso i gruppi locali di Fiumicino, li leggiamo tutti, basta aprirli per trovare discussioni infinite su questioni che definire marginali sarebbe persino generoso. Persone che litigano per un parcheggio occupato male. Persone che si accalorano per un cane lasciato libero in spiaggia. Persone che trasformano qualsiasi sciocchezza in una questione di principio assoluto, come se ogni piccola scocciatura quotidiana meritasse una petizione popolare. Poi però abbiamo una delle principali opere viarie cittadine che procede con tempi che definire biblici rischierebbe di essere offensivo nei confronti della Bibbia stessa, e quasi nessuno dice nulla, quasi nessuno si chiede cosa stia succedendo, quasi nessuno pretende spiegazioni ufficiali da chi è stato incaricato di gestire questa storia.

È una cosa che mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo. Perché il vero problema di una comunità non è quando protesta troppo, non è quando si scalda per le piccole cose. Il vero problema è quando smette di fare domande su quelle grandi. Quando l’abitudine al disagio diventa normalità, e la normalità smette di scandalizzare chiunque. A quel punto non stai più vivendo in una città, stai vivendo in un posto dove le cose accadono e basta, senza che nessuno senta il bisogno di chiedersi il perché.

Per chi è nato a Isola Sacra non è una strada qualunque

Forse per me questa vicenda ha anche una componente personale, che vale la pena dichiarare apertamente. Sono nato e cresciuto a Fiumicino, più precisamente a Isola Sacra, e quella zona per molti di noi non è mai stata semplicemente un incrocio stradale da percorrere in fretta. Noi la chiamiamo “la Madonnella”. La chiamiamo così da sempre, perché lì c’è quella statua della Madonna che per generazioni è stata un punto di riferimento naturale, visivo, affettivo per chi viveva il quartiere. In quella zona ci sono passato migliaia di volte. Nella chiesa lì vicina ho praticamente fatto tutto il percorso che un ragazzo del quartiere poteva fare: dal battesimo alla cresima, passando per tutto quello che ci sta in mezzo. Ci sono ricordi personali, familiari, collettivi che si depositano su quei marciapiedi senza che nessuno abbia mai scelto consapevolmente di portarli lì.

Per questo non mi sento soltanto un osservatore esterno che commenta da lontano. Mi sento un utilizzatore quotidiano di quella strada, uno dei tanti che la percorre, la conosce e ci ha lasciato qualcosa di suo negli anni. E forse proprio per questo continuo a guardare quel cantiere con una certa incredulità mista a fastidio, perché c’è una differenza sottile ma reale tra osservare il degrado di una strada qualunque e osservare il degrado di una strada che fa parte della tua storia.

Il traffico, poi: parliamone onestamente

Qui apro una parentesi che sicuramente farà discutere, o almeno spero che discuta qualcuno. La rotonda nasce anche con l’obiettivo dichiarato di migliorare la circolazione in quel nodo critico, e questo è giusto, legittimo, condivisibile in teoria. Però, da semplice automobilista che percorre quella zona da una vita, devo ammettere una cosa: a naso, a sensazione, da cittadino che non ha strumenti tecnici per misurarla ma ha occhi funzionanti e una memoria decente, non mi sembra di aver visto questo grande miglioramento della situazione. Anzi. Mi capita spesso di trovare code che prima non ricordavo con quella frequenza, rallentamenti che in passato non notavo con questa regolarità, una fluidità generale che è tutt’altro che quella promessa nei comunicati entusiasti dell’annuncio.

Naturalmente qualcuno potrebbe obiettare, e lo fa giustamente, che i lavori non sono ancora conclusi e che quindi è impossibile valutare il risultato finale di un’opera che per definizione non esiste ancora nella sua forma compiuta. Ed è una considerazione assolutamente ragionevole, la concedo volentieri. Diamo pure la colpa ai lavori ancora in corso, alle limitazioni temporanee della viabilità, alle modifiche provvisorie agli incroci. Va benissimo così. Ma allora, con una coerenza che mi sembra inattaccabile, torniamo esattamente al punto di partenza: quando finiscono questi lavori? Perché finché non finiscono, non possiamo nemmeno sapere se ne valeva la pena.

Una risposta che i cittadini meritano

Non sto accusando nessuno in modo specifico. Non sto indicando responsabilità personali, non sto facendo processi sommari basati su illazioni. Sto formulando una richiesta che credo appartenga a moltissimi cittadini di Fiumicino e che ha tutta la semplicità del mondo: dateci una risposta pubblica, chiara, verificabile. Una risposta che non sia un comunicato scritto per non dire niente, ma qualcosa di concreto, con una data o almeno un arco temporale credibile, con una spiegazione delle ragioni del ritardo e con un impegno formale verso chi quella rotonda la usa ogni giorno.

Perché il problema non è soltanto il tempo che passa. Il problema è l’impressione che il tempo passi senza che nessuno senta il bisogno di spiegare perché, senza che ci sia qualcuno disposto a prendersi pubblicamente la responsabilità di una situazione che dura da troppo. E in una città che vuole crescere, che vuole presentarsi come efficiente e moderna, che vuole costruire un rapporto adulto e maturo con i suoi cittadini, la comunicazione trasparente non è un optional da aggiungere quando fa comodo. È parte integrante dell’opera stessa. Una strada non è fatta soltanto di asfalto, cordoli e aiuole. È fatta anche di fiducia. E la fiducia si costruisce spiegando, non scomparendo.

Io continuo a passare da lì

Nel frattempo continuerò a fare quello che avevo promesso cinque mesi fa. Continuerò a passare da lì, a guardare quella rotonda, a osservare se qualcosa si muove o se invece tutto rimane esattamente identico a com’era il giorno in cui ho scritto il primo articolo. E continuerò a farmi la stessa domanda che probabilmente si fanno migliaia di persone ogni giorno attraversando quel tratto di Fiumicino: quando finirà tutto questo? Quando la Madonnella tornerà ad essere la Madonnella, con i suoi fiori, il suo arredo, quella bellezza promessa che per ora esiste solo in qualche presentazione PowerPoint conservata in qualche cassetto di qualche ufficio?

Perché una comunità merita di sapere quando una promessa diventa finalmente realtà. E perché l’alternativa, quella di fare finta di niente e aspettare in silenzio che qualcosa cambi da solo, non fa parte del mio vocabolario.

Senza tifare per nessuno, come sempre.