Ci sono luoghi che diventano simboli prima ancora che qualcuno decida di occuparsene. Il sovrappasso pedonale che dalla stazione della Metromare di Ostia Antica scavalca la via del Mare e porta verso gli Scavi è uno di questi. Da anni, da troppi anni, quel cavalcavia era il manifesto più eloquente dell’indifferenza istituzionale verso chi ha difficoltà motorie: una struttura pensata per connettere due luoghi, ma accessibile soltanto a chi le gambe le ha integre e funzionanti.
Parliamo di un luogo qualunque? No. Parliamo di uno dei siti archeologici di maggiore importanza al mondo. Parliamo di Ostia Antica, di una città romana conservata in modo straordinario, visitata ogni anno da decine di migliaia di turisti italiani e stranieri, uno di quei posti in cui l’Italia dovrebbe potersi presentare al meglio. E invece, per anni, per arrivarci dalla stazione della Metromare senza essere in perfetta forma fisica, bisognava arrangiarsi. Le scale c’erano, i gradini c’erano, e tutto il resto non esisteva.
Non era soltanto un problema per le persone con disabilità, sia chiaro. Chiunque abbia percorso quel tratto sa benissimo di cosa parlo: marciapiedi sconnessi da radici che affiorano in superficie, asfalto irregolare, buche che si aprono senza preavviso, un percorso che per un anziano può trasformarsi in una trappola. Chi vive sul Municipio X conosce questi posti, ci è passato, ha visto gente camminare rasente ai muri per evitare di inciampare. Non era accessibile a tutti già ben prima di arrivare alle scale.
Ma le scale erano il muro vero. Quello che non lasciava scampo.
Il taglio del nastro e la realtà che non ci stava nella sceneggiatura
Poi sono arrivati gli ascensori. E con gli ascensori è arrivata l’inaugurazione, con tutto il corollario che le inaugurazioni si portano dietro: le fotografie, i sorrisi, i discorsi, i comunicati stampa, i video per i social. Il momento in cui la politica si prende il merito di qualcosa che avrebbe dovuto fare molto prima, ma tant’è: meglio tardi che mai, si dice, e in effetti l’istallazione degli ascensori era una notizia concretamente positiva. Finalmente, pensavano in molti, un intervento che andava nella direzione giusta. Finalmente qualcuno aveva capito che un sito di quella portata non poteva restare inaccessibile a una parte consistente dei suoi potenziali visitatori.
Il problema è che la realtà, con una tempestività quasi teatrale, ha deciso di presentarsi proprio durante la cerimonia, quando le telecamere erano ancora accese e i nastri appena tagliati.
Una persona con disabilità, dotata di carrozzina equipaggiata con il Triride, ha fatto notare con tutta la semplicità del caso che l’ascensore appena inaugurato non era in grado di accogliere la sua carrozzina. Non un dettaglio tecnico marginale, non una questione da sistemare in seguito: l’ascensore costruito per abbattere la barriera non riusciva a farla passare. La barriera si era solo spostata di qualche metro, aveva cambiato forma, ma era ancora lì.
Questa è la sintesi di quello che sarebbe accaduto quel giorno. E da questa sintesi discende tutto il resto.
“Ma è omologata?” La domanda che racconta tutto
Tra i dettagli che stanno circolando su quanto accaduto, ce n’è uno che merita di essere analizzato con la calma che si riserva alle cose importanti, perché dentro quella storia c’è qualcosa che va ben oltre la singola inaugurazione, qualcosa che riguarda il modo in cui la classe politica e amministrativa di questo paese concepisce il rapporto con i cittadini che presentano esigenze diverse dalla media.
Alla segnalazione della persona in carrozzina sarebbe stata posta una domanda: “Ma è omologata?” Riferita, si capisce, al Triride. Come se il problema non fosse l’ascensore che non era largo abbastanza, ma il mezzo utilizzato da chi avrebbe dovuto entrarci.
Ora, bisogna chiarire una cosa con estrema precisione, perché su questo non ci sono sfumature né interpretazioni possibili. Il Triride è un dispositivo medico certificato in conformità al Regolamento europeo 2017/745, ed è conforme alle normative EN 12184. È utilizzato quotidianamente da migliaia di persone in Italia e in Europa. Dal punto di vista del Codice della Strada, le carrozzine dotate di Triride non sono classificate come veicoli ma come pedoni, il che significa che possono accedere alle zone pedonali, alle strutture pubbliche, agli spazi previsti per i pedoni. Non sono una novità tecnica misteriosa, non sono un mezzo sperimentale, non sono qualcosa che richieda verifiche particolari: sono ausili medici certificati, legali, diffusi.
Domandare se fosse omologata, in questo contesto, non è stata una domanda tecnica. È stata la manifestazione di un riflesso culturale preciso: quando qualcosa non funziona, si cerca la colpa nell’utente. È colpa sua se il mezzo che utilizza per muoversi non è compatibile con l’infrastruttura che avrebbe dovuto essere progettata per lui. È colpa sua se le sue esigenze non sono state considerate in fase di progettazione. È colpa sua se è lì, in quel momento, a mettere in imbarazzo una cerimonia.
Questo riflesso è una malattia culturale profonda, e la cosa peggiore è che spesso chi lo manifesta non se ne rende nemmeno conto.
Smontare la carrozzina, il consiglio che non avrebbe mai dovuto essere dato
Se la domanda sull’omologazione era già rivelante, quello che sarebbe seguito ha alzato ulteriormente il livello del grottesco. Stando ai resoconti circolati, sarebbe stato suggerito di smontare alcune componenti della carrozzina per riuscire a utilizzare l’ascensore.
Fermiamoci qui un momento, perché questa indicazione merita di essere soppesata con tutta la serietà che richiede.
Una carrozzina con Triride non è un passeggino che si piega e si mette in borsa. È un ausilio medico, una protesi funzionale, uno strumento che una persona con disabilità utilizza per muoversi nel mondo con una parvenza di autonomia. Chiedere a quella persona di smontare il proprio ausilio per adattarsi a un’infrastruttura pubblica è come chiedere a qualcuno di togliersi le scarpe ortopediche per attraversare un marciapiede, o di lasciare le stampelle fuori dalla porta prima di entrare in un edificio. È una violazione della dignità della persona, travestita da consiglio pratico.
E voglio essere preciso anche su questo: non sto dicendo che chi ha fatto questa proposta fosse animato da cattiveria. Probabilmente stava cercando di risolvere un problema in modo improvvisato, nell’imbarazzo del momento. Ma è esattamente questo il punto. Il fatto che si possa arrivare a dare un simile suggerimento senza percepirne l’assurdità è la dimostrazione più plastica di quanto sia lontana, nella testa di certi amministratori, la comprensione reale di cosa significhi vivere con una disabilità.
L’accessibilità non è un favore che si fa smontando un pezzo. È un diritto che si garantisce progettando bene dall’inizio.
Un ascensore che non sente e non vede
C’è un ulteriore aspetto di questa vicenda che non può essere tralasciato e che anzi, se possibile, aggrava ulteriormente il quadro. L’ascensore inaugurato in quella giornata non presenterebbe problemi soltanto per chi utilizza carrozzine motorizzate o dotate di Triride. Secondo quanto emerso, la struttura sarebbe priva anche di un segnale acustico che avvisi i passeggeri della chiusura delle porte.
Questo significa che le persone cieche e ipovedenti si troverebbero in difficoltà nell’utilizzare l’ascensore in sicurezza, senza un riferimento sonoro che le informi sullo stato delle porte.
Quindi non stiamo parlando di un’opera che esclude una categoria specifica di utenti per un difetto progettuale circoscritto. Stiamo parlando di un’opera che, nel momento della sua inaugurazione, sembrerebbe non rispettare le esigenze di una parte significativa delle persone per cui era stata concepita. Un ascensore pensato per rendere accessibile un sovrappasso che non lo era, e che rischia di non essere accessibile a sua volta per chi ha bisogno di ausili motori di ultima generazione o per chi ha problemi visivi.
Se questo fosse confermato da una verifica tecnica approfondita, saremmo di fronte a qualcosa che va oltre l’incompetenza: saremmo di fronte a un caso in cui le risorse pubbliche sono state spese per realizzare un’opera che non raggiunge il suo scopo.
Il difetto non è nel nastro che si taglia, è in chi non ha ascoltato
La domanda che continuo a farmi, e che chiunque segua questa vicenda dovrebbe farsi, è molto semplice: prima di progettare questi ascensori, qualcuno ha parlato con le associazioni delle persone con disabilità? Qualcuno ha consultato chi utilizza quotidianamente una carrozzina, chi sa per esperienza diretta quali sono le misure degli ausili più diffusi, quali le esigenze reali di chi deve muoversi in autonomia? Qualcuno ha fatto la domanda più ovvia del mondo: “Chi deve usare questa struttura, e di cosa ha bisogno per farlo?”
Perché se la risposta è sì, allora siamo davanti a un problema gravissimo di progettazione, nel senso che quanto emerso avrebbe dovuto essere intercettato prima che un bullone fosse avvitato. E se la risposta è no, allora siamo davanti a un problema altrettanto grave di superficialità e di arroganza: quella di chi ritiene di poter progettare la libertà di movimento altrui senza mai chiedersi come si vive quella libertà.
Non è una questione tecnica, in fondo. Le misure le conosci se vuoi conoscerle. Le normative le studi se decidi di studiarle. Le esigenze degli utenti le scopri se hai la cura di andarle a cercare. Tutto quello che è mancato in questa storia si chiama ascolto, e l’ascolto non richiede finanziamenti straordinari né tecnici particolari: richiede soltanto la convinzione che le persone a cui un’opera è destinata abbiano qualcosa di importante da dire su come quell’opera deve essere fatta.
Le associazioni che si occupano di mobilità e accessibilità esistono, lavorano, conoscono i dettagli tecnici meglio di chiunque altro. Sono disponibili a collaborare. Vengono coinvolte troppo raramente, e quando vengono coinvolte spesso è soltanto per una validazione formale, per apporre una firma su un documento già scritto. Non è coinvolgimento, quello. È una cerimonia, come il taglio del nastro.
Ostia Antica, un patrimonio che merita rispetto vero
C’è una dimensione di questa vicenda che supera persino la questione dei diritti, per quanto questa sia centrale e ineludibile. Stiamo parlando degli Scavi di Ostia Antica. Stiamo parlando di uno dei siti archeologici più straordinari del mondo, di una città romana che il tempo ha conservato in modo eccezionale, di un luogo che attira visitatori da ogni continente. Un sito che l’Italia dovrebbe saper proteggere, valorizzare e rendere accessibile con la stessa cura con cui vengono gestiti i grandi patrimoni culturali nelle nazioni che considerano l’accessibilità una questione di civiltà prima ancora che di normativa.
E invece, nel 2026, ancora discutiamo se una persona in carrozzina possa raggiungere quel luogo in autonomia e con dignità. Ancora inauguriamo opere che sulla carta risolvono un problema ma che nella realtà rischiano di crearne altri. Ancora ci troviamo a dover spiegare, con la pazienza di chi ripete le stesse cose da decenni, che l’accessibilità non è un extra, non è un lusso, non è una voce opzionale in un capitolato: è la condizione minima perché uno spazio pubblico possa davvero chiamarsi tale.
Un turista straniero con disabilità che volesse visitare Ostia Antica dovrebbe poter arrivare dalla stazione, attraversare il sovrappasso, raggiungere l’ingresso degli Scavi e muoversi all’interno del sito senza dover chiedere permessi, senza dover smontare nulla, senza dover dipendere dalla buona volontà di qualcuno che decide di aiutarlo. Questo è il livello minimo. Tutto quello che è al di sotto di questo livello è una discriminazione, anche quando è involontaria, anche quando è in buona fede, anche quando è accompagnata da un comunicato stampa entusiasta.
Le barriere che non si vedono nei render del progetto
Ho visto abbastanza inaugurazioni nella mia vita da sapere come funzionano. Si parte dai render, da quei disegni tecnici puliti in cui tutto è proporzionato e luminoso e funzionale. Si passa al cantiere, con i cartelli che annunciano i lavori in corso e le promesse di completamento. Si arriva all’inaugurazione, con il nastro, i discorsi, le strette di mano. E poi c’è il dopo, quello che i comunicati stampa non raccontano: il momento in cui qualcuno che dovrebbe beneficiare dell’opera ci si trova davanti per la prima volta e scopre che qualcosa non quadra.
Le barriere architettoniche più difficili da abbattere non sono le scale. Le scale le vedi, le misuri, puoi decidere di costruire un ascensore al loro posto. Le barriere più difficili sono quelle che nascono da una mentalità che considera la disabilità un caso limite, un’eccezione da gestire anziché una realtà da includere fin dall’inizio nel processo di progettazione. Sono quelle che portano a costruire un ascensore senza verificare se le carrozzine più diffuse ci entrano. Sono quelle che portano a inaugurare senza aver fatto una prova reale con utenti reali. Sono quelle che portano, nel momento dell’imbarazzo, a suggerire di smontare un ausilio medico invece di ammettere che c’è stato un errore e che quell’errore va corretto.
Finché non cambia questa mentalità, continueremo a inaugurare opere che sulla carta eliminano le barriere e nella pratica le spostano soltanto un po’ più avanti. E il conto lo pagheranno sempre le stesse persone: quelle che avrebbero dovuto beneficiarne.
Un appello che vale per tutto il Municipio X, non solo per questo ascensore
Quello che è accaduto a Ostia Antica non è un caso isolato. È lo specchio di un approccio sistemico alla pianificazione degli spazi pubblici che nel Municipio X (ma come in quasi tutti i municipi di Roma), produce risultati spesso insufficienti proprio su questo fronte. Non sto dicendo che nessuno si preoccupi dell’accessibilità: dico che l’accessibilità viene troppo spesso trattata come un adempimento normativo, una casella da spuntare, piuttosto che come un valore da perseguire con la stessa determinazione con cui si perseguono altri obiettivi.
Le verifiche tecniche che ora si rendono necessarie su questi ascensori vanno fatte con urgenza, senza aspettare che la questione si raffreddi nell’indifferenza delle pratiche burocratiche. Va accertato se le dimensioni delle cabine siano conformi agli standard europei più aggiornati per gli ausili alla mobilità. Va verificata la presenza o l’assenza dei segnali acustici richiesti per le persone con disabilità visiva. Va stabilito chi ha approvato il progetto, chi ha collaudato l’opera e con quali criteri.
E soprattutto, per i lavori futuri, va introdotta una pratica che in molti paesi è già norma consolidata: il coinvolgimento reale, fin dalle prime fasi di progettazione, delle associazioni che rappresentano le persone con disabilità. Non una consultazione formale, non una firma da raccogliere a posteriori, ma una presenza attiva nel processo, capace di intercettare i problemi prima che diventino figuracce durante i tagli di nastro.
La libertà di movimento di una persona con disabilità non è una questione tecnica da risolvere in post-produzione. È un diritto che si garantisce o non si garantisce, e quando non si garantisce, la responsabilità è sempre politica, prima ancora che progettuale.
Senza tifare per nessuno, come sempre.


