Ci sono fotografie che dovrebbero mettere tutti d’accordo. Non la destra, non la sinistra, non le fazioni che si affrontano sui social come se la politica fosse una partita di calcio da cui dipende l’identità personale. Tutti. Indistintamente.
La fotografia pubblicata dal consigliere comunale Angelo Petrillo ritrae un muro di Fiumicino imbrattato con vernice nera. La scritta è inequivocabile: “No terzo mondo, sì terzo Reich”, accompagnata da una svastica. L’ho guardata a lungo prima di iniziare a scrivere, non perché avessi dubbi su cosa pensarne, ma perché continuavo a sperare di trovare un’angolazione che la rendesse meno offensiva di quello che è. Quell’angolazione non esiste.
La prima reazione, quella viscerale, quella che viene prima di qualsiasi ragionamento, è una sola: vergogna. Vergogna perché nel 2026 ci troviamo ancora a commentare simboli che richiamano una delle pagine più oscure della storia moderna come se fosse normale che esistano su un muro di una città italiana. Come se bastasse un barattolo di vernice e un po’ di coraggio da quattro soldi per trasformare un gesto stupido in un messaggio politico.
La svastica non è al contrario: diamoci una mossa anche nel commentare
Partiamo da un dettaglio che ho visto circolare nei commenti sotto la fotografia, perché è emblematico di come funziona il dibattito pubblico oggi. Qualcuno, evidentemente convinto di dire una cosa intelligente, ha scritto che l’autore del graffito sarebbe doppiamente ignorante perché avrebbe disegnato la svastica al contrario.
Peccato che non sia così.
La svastica associata al nazionalsocialismo tedesco è una svastica destrorsa, ovvero con i bracci piegati verso destra, ruotata di quarantacinque gradi. Guardando la fotografia con attenzione, la svastica sul muro di Fiumicino presenta esattamente quella conformazione. Non è speculare. Non è invertita. Non è la versione induista o buddista del simbolo, che pure esiste da millenni con tutt’altro significato e direzione. Quella sull’intonaco fiumicinese è compatibile con il simbolo che il Terzo Reich ha reso tragicamente riconoscibile in tutto il mondo. La scritta poi è palese!
Il che significa una cosa molto semplice e molto scomoda: non siamo di fronte a qualcuno che non sa disegnare. Siamo di fronte a qualcuno che sapeva esattamente cosa voleva disegnare. E questo, se possibile, rende la cosa ancora più preoccupante di quanto non fosse già.
Cosa significa evocare il Terzo Reich
Me lo lasciassero spiegare in modo semplice, senza la retorica da convegno e senza il paternalismo da libro di testo, perché ci tengo che si capisca davvero di cosa stiamo parlando.
Il Terzo Reich non è il nome di una squadra sportiva, non è il titolo di un videogioco, non è nemmeno una corrente filosofica o una teoria economica da poter discutere a tavolino con un aperitivo in mano. Il Terzo Reich è il nome con cui si identifica il regime nazista guidato da Adolf Hitler tra il 1933 e il 1945. Quel regime ha prodotto le leggi razziali, le persecuzioni sistematiche di ebrei, rom, omosessuali, disabili, oppositori politici, le deportazioni di massa, i campi di concentramento e di sterminio, e alla fine uno dei più grandi massacri della storia dell’umanità con milioni di persone uccise in modo industriale e premeditato.
Quando qualcuno scrive “sì terzo Reich” su un muro di Fiumicino, non sta lanciando una provocazione irriverente. Non sta facendo il ribelle. Sta dicendo che tutto questo gli va bene, che lo preferisce e che lo vorrebbe. Oppure, (lo spero) nel caso più ottimistico, sta utilizzando un simbolo di cui non comprende il peso come se fosse un graffito qualsiasi. In entrambi i casi il risultato è lo stesso: un insulto alla memoria di milioni di persone e una dimostrazione di ignoranza che fa paura.
La legge italiana, quella che qualcuno si dimentica di rispettare
A questo punto arriva puntuale, come un orologio svizzero, il mantra di chi vuole spostare il discorso. “Ma anche la falce e martello ha fatto milioni di morti. Perché quella è vietata e l’altra no?”
È una domanda legittima, formulata però quasi sempre in malafede, come strumento per relativizzare invece che per capire. Quindi provo a rispondere onestamente.
La risposta è nella storia del nostro Paese. L’Italia è nata sulle macerie del fascismo. La Repubblica italiana è stata costruita sulle ceneri di un regime che aveva portato il Paese alla guerra, alla devastazione e alla vergogna delle leggi razziali. La Costituzione repubblicana porta in sé, nelle sue disposizioni finali, esplicitamente, il divieto di riorganizzare il disciolto Partito Fascista. Non è un capriccio. Non è una preferenza ideologica dei padri costituenti. È la scelta consapevole di un Paese che aveva vissuto sulla propria pelle cosa significava consegnare le libertà civili a un regime totalitario.
Su quella base sono state costruite negli anni norme come la Legge Scelba del 1952 e la Legge Mancino del 1993, che disciplinano e sanzionano la propaganda, le manifestazioni e i simboli riconducibili al nazifascismo e all’incitamento all’odio razziale. Questi strumenti giuridici possono essere discussi, criticati, ritenuti insufficienti o eccessivi: questo è legittimo in una democrazia. Ma finché esistono, si rispettano. Non perché lo dica qualche intellettuale di sinistra o qualche associazione partigiana. Perché è la legge dello Stato italiano.
Il comunismo e i suoi crimini: parliamone davvero
Detto questo, però, voglio essere esplicito su un punto che mi sta a cuore, perché non ho nessuna intenzione di fare il doppio giochista.
I crimini commessi in nome del comunismo nel corso del Novecento sono reali, documentati e indifendibili. I gulag dell’Unione Sovietica sotto Stalin non erano campi di vacanza. Le deportazioni di massa nell’Est Europa non erano trasferimenti volontari. Le carestie indotte in Ucraina, le purghe, le fucilazioni sommarie, i campi di lavoro forzato in Siberia: sono pagine di storia nera che nessuna persona intellettualmente onesta può ignorare o minimizzare. Lo stesso vale per i regimi comunisti in Asia, in Africa e in America Latina, che hanno prodotto repressioni, torture e morti in quantità enormi.
Tutto questo va detto. Va riconosciuto. Va studiato e condannato senza sconti.
Quindi sì: se domani mattina comparisse su un muro di Fiumicino una scritta che inneggia ai gulag, alle deportazioni sovietiche, ai campi di lavoro forzato o a qualsiasi altro crimine commesso in nome del comunismo, mi aspetterei esattamente lo stesso livello di indignazione, la stessa denuncia e lo stesso clamore. E se non ci fosse, lo chiederei con le stesse parole che sto usando adesso.
Perché il punto non è quale bandiera sventolasse sopra il campo. Il punto è che dentro quei campi c’erano esseri umani a cui era stata tolta la libertà e la dignità. E questo basta e avanza per condannare, senza se e senza ma, qualunque regime che li abbia costruiti.
Il fatto che in Italia il quadro normativo tratti diversamente i due simboli non è un’assoluzione dei crimini comunisti. È semplicemente il riflesso di una storia costituzionale specifica, nata da circostanze specifiche. Si può non condividerla. ma non si può usarla come alibi per sminuire una svastica su un muro.
La libertà dell’essere umano non è di destra né di sinistra
Stiamo vivendo in un’epoca in cui tutto viene trasformato in una partita tra curve. Se condanni il fascismo sei automaticamente comunista. Se condanni il comunismo sei automaticamente fascista. Se deplori una violenza stai automaticamente difendendo quella opposta. È un meccanismo infantile e distruttivo che ha inquinato ogni forma di ragionamento pubblico.
Io continuo a credere che esista un principio molto più semplice, che non richiede lauree né ideologie. La libertà dell’essere umano è sacra. Sempre. Vale per chi vota a destra, per chi vota a sinistra, per chi non vota affatto, per chi la pensa come me e per chi mi contraddice su tutto. Quando un’ideologia arriva al punto di sopprimere quella libertà, di perseguitare le persone per le loro idee, di deportarle, di eliminarle, quella ideologia ha già perso qualsiasi pretesa di rispettabilità morale. Fine del ragionamento. Non ci sono circostanze attenuanti, non ci sono contesti storici che giustificano, non ci sono “ma” che reggano.
Non dimentichiamo che è anche vandalismo
C’è poi un aspetto che rischia di perdersi nel dibattito politico e che invece merita di essere detto con chiarezza.
Chiunque abbia fatto quella scritta ha imbrattato un muro che non gli appartiene. Ha danneggiato un bene. Ha prodotto un costo che qualcuno dovrà sostenere per ripristinare la situazione. Questo, indipendentemente da tutto il resto, è un reato, non una questione di opinioni, non un problema di sensibilità è un reato.
C’è qualcosa di vagamente comico nell’immaginare chi si sveglia la mattina convinto di essere un rivoluzionario, prende un barattolo di vernice, si avvicina a un muro nel buio e si sente finalmente utile alla causa. In realtà ha solo imbrattato una parete che qualcun altro dovrà ripulire, probabilmente con soldi pubblici nel caso fosse un bene pubblico. Non è militanza né coraggio e on è nemmeno provocazione intelligente è vandalismo. Esattamente come sarebbe vandalismo se quella vernice fosse servita a scrivere qualsiasi altra cosa.
Il vero problema si chiama memoria
Quello che mi preoccupa davvero, guardando quella fotografia, non è soltanto il gesto in sé. È ciò che racconta di una parte della società in cui viviamo.
Stiamo perdendo la memoria storica in modo sistematico. Non è una novità, ma certi episodi la rendono visibile in modo brutale. Viviamo in un’epoca in cui le informazioni sono ovunque e accessibili a chiunque, eppure assistiamo a persone che usano i simboli del nazismo come se fossero logo da streetwear, riferimenti pop, provocazioni senza peso. Come se la storia fosse un serbatoio di immagini da cui pescare a piacimento senza doversi fermare un secondo a capire cosa significano davvero.
Non è una questione di appartenenza politica. È una questione di vuoto culturale e il vuoto culturale si riempie sempre di qualcosa: a volte si riempie di cose stupide, a volte di cose pericolose. Quando le due categorie coincidono, finisci con una svastica su un muro di paese e con qualcuno che nei commenti sibila “è ignorante perché l’ha disegnata al contrario”, senza rendersi conto che in quel modo sta dimostrando di avere con la storia esattamente lo stesso rapporto superficiale di chi ha impugnato il barattolo di vernice.
La risposta non è la censura. Non è il divieto di discutere. Non è la caccia all’uomo. La risposta è studiare, conoscere e capire. Quando sai davvero cosa rappresenta una svastica, quando hai letto anche solo una testimonianza di chi quei campi li ha vissuti, quando hai capito concretamente cosa significava essere indesiderato in un regime totalitario, quel simbolo smette immediatamente di sembrarti uno strumento di comunicazione. Diventa quello che è sempre stato: il ricordo di una tragedia che nessuna società sana dovrebbe voler rivivere in nessuna forma.
Quella scritta va rimossa. Va denunciata. Va condannata senza se e senza ma, da destra e da sinistra e da chiunque si consideri parte di una comunità civile.
E poi, magari, qualcuno di noi potrebbe iniziare a preoccuparsi di come mai nel 2026 ci troviamo ancora qui a doverlo spiegare.
Senza tifare per nessuno, come sempre.


