Nel mio territorio è scoppiata in questi giorni una polemica nata da un post pubblicato su Facebook contro una società sportiva locale, seguito da una replica altrettanto pubblica da parte della società stessa. Non entro nel merito di quel botta e risposta, non riporto cifre, non riporto dettagli su fusioni societarie o modalità di pagamento, perché non è quello il punto che mi interessa affrontare oggi, ed è bene dirlo subito con chiarezza. Quando un problema collettivo viene ridotto a uno scontro personale tra una madre e una società sportiva, il rischio concreto è che si perda di vista la questione reale, quella che riguarda tutti, e che si trasformi invece in un caso mediatico locale destinato a esaurirsi in pochi giorni senza lasciare nulla dietro di sé se non rancore reciproco.
Capisco la rabbia di chi si è sentito in difficoltà davanti a una spesa sportiva, capisco la frustrazione di un genitore che fa i conti ogni mese e vede che lo sport dei figli pesa sul bilancio familiare. Ma dire di capire non significa dire di essere d’accordo, e io non sono d’accordo con chi sceglie di indirizzare la propria protesta contro una singola associazione sportiva dilettantistica invece di guardare al problema nella sua interezza. Perché quando si punta il dito su chi organizza gli allenamenti sotto casa, senza allargare lo sguardo su come funziona davvero il sistema sportivo italiano, quello che sembra un atto di denuncia civile finisce per somigliare molto di più a un regolamento di conti personale travestito da battaglia sociale. E questo, da uomo della strada, non posso lasciarlo passare senza dirlo con la stessa chiarezza con cui lo penso.
Il problema non è quella società, è lo sport in Italia
Partiamo da un dato che nessuno, in questa vicenda, ha davvero messo al centro del discorso, ed è la cornice generale dentro cui si muove ogni famiglia italiana che vuole iscrivere un figlio a un’attività sportiva. In Italia fare sport costa, e costa a tutti i livelli, indipendentemente dalla disciplina, dall’età e dalla regione in cui si vive. Il calcio costa, il nuoto costa, la danza costa, il tennis costa, il pattinaggio costa, l’atletica costa. Chiunque abbia provato a iscrivere un figlio a un’attività sportiva strutturata sa perfettamente che le quote annuali, ovunque in Italia, raramente scendono sotto certe soglie, perché dietro ogni allenamento ci sono costi reali che nessuna passione, per quanto grande, riesce ad azzerare. Affitto degli impianti, utenze, assicurazioni obbligatorie, compensi per i tecnici, materiale sportivo, trasferte. Sono voci di spesa che esistono a prescindere dalla buona o cattiva volontà di chi gestisce una società, e che fanno dello sport dilettantistico, paradossalmente, un’attività che si regge quasi sempre sul filo del pareggio di bilancio, quando va bene.
Concentrare la protesta su una singola realtà sportiva locale, senza tenere conto di questa cornice, significa scegliere il bersaglio sbagliato, e sceglierlo pubblicamente, con tutto il peso che un post condiviso da decine di persone porta con sé. Le società sportive dilettantistiche non sono enti pubblici, non ricevono finanziamenti strutturali dallo Stato in grado di coprire i costi di gestione, non hanno margini enormi da cui attingere per abbassare le quote a piacimento. Vivono di iscrizioni, di qualche sponsor locale, spesso della buona volontà di dirigenti che ci mettono tempo e soldi propri per tenere in piedi una realtà che altrimenti chiuderebbe. Chiedere a loro di risolvere un problema che è nazionale, strutturale e politico, significa scaricare su chi ha meno responsabilità un peso che dovrebbe portare chi ne ha di più.
L’articolo 33 esiste, ma nessuno lo fa rispettare davvero
Perché la questione, se vogliamo affrontarla seriamente, va spostata verso l’alto, verso chi negli anni ha scritto principi solenni senza poi tradurli in politiche concrete. Il diritto allo sport, riconosciuto come espressione del più ampio diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione, esiste da decenni nei documenti ufficiali e nelle dichiarazioni di intenti di ogni governo, di qualunque colore politico, che si sia succeduto negli ultimi trent’anni. Ma tra il principio scritto e la sua applicazione quotidiana esiste una distanza siderale, che nessuno ha mai davvero provato a colmare in modo strutturale e duraturo.
Se uno Stato riconosce che fare sport è un diritto e non un privilegio, quello Stato ha l’obbligo morale, prima ancora che politico, di garantire strumenti concreti a chi non può permetterselo. Parlo di detrazioni fiscali reali e non simboliche, di fondi dedicati alle famiglie a basso reddito, di investimenti seri sugli impianti pubblici, di borse sportive per i ragazzi meritevoli che non hanno le possibilità economiche per continuare a praticare la disciplina che amano. Invece, quello che accade nella realtà è che le famiglie in difficoltà vengono lasciate sole, costrette a sperare nella sensibilità della singola società sportiva, che magari trova soluzioni caso per caso con le proprie forze, senza alcun sostegno pubblico dietro. E quando questo accade, e accade spesso, non è merito dello Stato, è merito di chi gestisce quella realtà nonostante lo Stato, non grazie allo Stato.
Chi oggi si indigna contro una società sportiva dovrebbe indignarsi molto di più contro chi, da decenni, incassa consenso elettorale promettendo attenzione allo sport giovanile e poi lascia che tutto il peso ricada sulle famiglie e sulle piccole realtà associative del territorio. Destra o sinistra non fa differenza in questo caso, perché il fallimento è trasversale, è la fotografia di trent’anni di politiche sportive inesistenti o insufficienti, indipendentemente da chi si sia seduto nelle stanze dei bottoni a Roma o nei consigli comunali.
La scuola italiana ha abbandonato lo sport da tempo
Se davvero vogliamo interrogarci su che tipo di società sportiva stiamo costruendo per i nostri figli, non possiamo fermarci alle società private e dimenticare quello che succede, o meglio non succede, dentro le scuole pubbliche italiane. In molti paesi che consideriamo più avanzati di noi sul piano del welfare, gli Stati Uniti sono l’esempio più citato ma non l’unico, l’attività sportiva scolastica è parte integrante del percorso formativo, con impianti dedicati, squadre strutturate, programmi seri fin dalle scuole medie. In quei contesti lo sport non è un costo aggiuntivo che grava esclusivamente sulle famiglie, è un investimento pubblico che lo Stato considera parte della formazione dei propri cittadini fin da giovanissimi.
In Italia ci accontentiamo, nella maggior parte dei casi, di due ore settimanali di educazione fisica che troppo spesso si traducono in un’ora di attesa e in un’ora di attività blanda, priva di qualsiasi ambizione formativa reale, dentro palestre fatiscenti quando va bene, del tutto assenti quando va male. Se lo Stato italiano decidesse davvero di investire nello sport scolastico, con impianti funzionanti, insegnanti motivati, programmi seri e continuativi, buona parte del peso economico che oggi grava sulle famiglie e sulle società sportive del territorio verrebbe alleggerito in modo strutturale, non episodico. Non sto dicendo che la scuola debba sostituire lo sport dilettantistico extrascolastico, che resta fondamentale per la crescita fisica ed emotiva dei ragazzi. Sto dicendo che l’assenza quasi totale di un’alternativa pubblica seria è essa stessa parte del problema che oggi si vuole scaricare su una singola associazione sportiva locale.
Il vero scandalo si chiama sport paralimpico, e nessuno ne parla
E se vogliamo davvero misurare quanto lo Stato italiano sia lontano dal garantire concretamente il diritto allo sport per tutti, il paragone più impietoso arriva proprio da un ambito che in nelle polemiche locali non viene mai sfiorato, quello dello sport paralimpico. Se una quota annuale per un’attività sportiva giovanile genera discussioni accese, come è giusto che accada quando si parla del bilancio familiare, proviamo a chiederci quanto costi una carrozzina sportiva omologata per la pratica agonistica, o quanto costi una handbike per chi vuole allenarsi nel ciclismo paralimpico. Parliamo di cifre che spesso superano di molte volte l’intera spesa annuale discussa in questi giorni nel nostro territorio, e che gravano su famiglie che, oltre alla disabilità del figlio, devono affrontare anche questo ulteriore ostacolo economico, quasi sempre senza alcun sostegno pubblico stabile e strutturato alle spalle.
È qui, se vogliamo essere davvero onesti con noi stessi, che si misura il fallimento più grave delle politiche sportive italiane. Non nella quota di una società di quartiere, ma nell’assenza quasi totale di strumenti concreti per chi vuole fare sport partendo da una condizione di svantaggio fisico. Chi oggi chiede a gran voce il diritto allo sport per tutti dovrebbe includere in quella richiesta, con la stessa energia e la stessa indignazione, anche chi lo sport lo pratica affrontando ostacoli enormemente più grandi di una rata mensile, e dovrebbe rivolgere quella richiesta a chi ha il potere e il dovere istituzionale di finanziare politiche sportive davvero inclusive, non alle associazioni dilettantistiche che con le proprie forze già faticano a restare in piedi.
Lo sport lo scelgono i ragazzi, non i portafogli dei genitori
C’è infine un ultimo punto che considero centrale in questa discussione, e che troppo spesso viene ignorato quando si affronta il tema del costo dello sport giovanile. Chi sceglie quale sport praticare deve essere, sempre e comunque, il ragazzino o la ragazzina, mai il genitore. È una distinzione che può sembrare secondaria, ma non lo è affatto, perché tocca il senso più profondo di cosa significhi fare sport durante l’infanzia e l’adolescenza. Un ragazzo che sogna di giocare a rugby, di nuotare, di ballare, di praticare atletica, deve poter inseguire quella passione, non deve vedersela negare o sostituire con un’altra disciplina soltanto perché costa meno.
Quando un genitore sceglie per il figlio in base al prezzo, anziché sostenere la passione che il ragazzo ha manifestato, non sta facendo un atto di responsabilità economica, sta facendo una scelta che rischia di spegnere qualcosa di importante nella crescita di quel figlio. Il compito di un genitore non è decidere quale sport costi meno, è trovare, insieme alle istituzioni che dovrebbero esistere proprio per questo, il modo di permettere al proprio figlio di praticare lo sport che ama davvero. E se questo oggi risulta difficile, se questo oggi costringe molte famiglie a scegliere in base al portafoglio e non in base al desiderio del ragazzo, la responsabilità non è della singola società sportiva che organizza gli allenamenti, è di uno Stato che ha scritto il diritto allo sport in un principio costituzionale e poi lo ha lasciato vivere solo sulla carta.
Il bersaglio giusto non è mai quello più vicino
Chiudo questo ragionamento tornando al punto da cui sono partito. La polemica nata in questi giorni nel mio territorio, per quanto comprensibile nell’origine, rischia di consumarsi in uno scontro personale che non produce alcun cambiamento reale, perché prende di mira chi ha meno responsabilità nel problema e distoglie l’attenzione da chi ne ha di più. Non è colpa di una società sportiva locale se in Italia lo sport costa, se le famiglie faticano, se i ragazzi con disabilità trovano ostacoli economici enormi, se la scuola pubblica ha rinunciato da tempo a essere un presidio sportivo serio è colpa di uno Stato che continua a considerare lo sport una voce secondaria, buona per i discorsi ufficiali e le inaugurazioni di impianti, ma mai per gli investimenti veri.
Se davvero vogliamo chiedere che i nostri figli crescano in una società dove lo sport sia un diritto e non un privilegio, dobbiamo smettere di puntare il dito contro chi organizza e iniziare a puntarlo con la stessa energia, la stessa costanza e la stessa visibilità pubblica, contro chi ha il potere di cambiare le cose e per decenni ha scelto di non farlo. A Fiumicino come nel resto del paese, la battaglia giusta non è quella contro chi resiste con fatica in un settore lasciato solo, ma quella per costringere le istituzioni a smettere di voltarsi dall’altra parte.
Senza tifare per nessuno, come sempre.


