C’è una frase che negli ultimi tempi mi gira in testa come una zanzara d’agosto: “C’è più spazzatura nei commenti dei politici che sui marciapiedi delle nostre città.” E non è solo una provocazione, è una fotografia nitida di quello che accade ogni giorno nelle periferie dimenticate, nei paesi che si stanno trasformando in bidoni a cielo aperto e nelle nostre bacheche social invase dal teatrino della politica da bar.
Un cittadino, uno qualunque, uno che da anni si rimbocca le maniche e si sporca le mani per il bene del paese, pubblica una foto. Una semplice foto. Un marciapiede, un angolo di paese dove la spazzatura viene gettata sempre nello stesso punto. Una denuncia civile, garbata, dolorosa. Un messaggio chiaro: “Basterebbe poco per individuarli.”
Apriti cielo.
Non sono passati neanche dieci minuti che si è scatenata la solita commentopoli: quelli che dicono “è sempre stato così”, quelli che accusano l’amministrazione attuale, quelli che rimpiangono la precedente, e soprattutto… quelli che si offendono. I più permalosi? I politici, quelli che, se osi anche solo fotografare una situazione di degrado, sei automaticamente un nemico o… un “compagno”. Cioè un dissidente, uno che non si allinea.

Il degrado reale è nei riflessi condizionati
Ed ecco, nella miriade di commenti la risposta da manuale: “Caro compagno, è sciacallaggio.” Sì, perché fotografare la spazzatura, secondo loro, non è una denuncia, è un attacco politico. E quindi, via di retorica: le emergenze, i contratti, l’incendio, le task force in partenza, il turismo che potrebbe essere danneggiato. Roba da manuale del perfetto politico da social.
Ma io mi chiedo: come si può arrivare a un livello di fragilità istituzionale così basso da sentirsi attaccati da una fotografia, da una frase, da un marciapiede? Il problema non è la foto, è il fatto che quella spazzatura sia lì da sempre. Che nessuno faccia niente. Che il cittadino veda ogni giorno lo stesso schifo. Che chi denuncia la situazione venga trattato come un sabotatore. Attenzione, l’utente che ha fatto la foto è sempre stato trasversale, lo ha detto oggi come lo disse 5 anni fa, come lo disse 10 anni fa, e, visto che la mia memoria non è corta all’epoca ad amministrare erano gli altri…
La domanda poi è spontanea, dove siete finiti voi eletti? Dove sono finiti i politici capaci di dire: “Hai ragione, ci stiamo lavorando, ce la metteremo tutta per capire chi sporca” invece di rispondere con la bava alla bocca e il ditino puntato?
“Compagno” a chi?
Usare la parola “compagno” in quel modo, come se fosse un insulto o una presa in giro, la dice lunga poi sulla cultura politica, che poi qui non c’entra nemmeno la politica: il cittadino che ha fatto quella foto non ha bandiere. Ha solo occhi, naso e senso civico. Non è né di destra né di sinistra, è semplicemente stanco di vedere il suo paese marcire nell’incuria e nell’indifferenza.
Ma in certi ambienti, ogni critica è letta come sabotaggio. Se non stai zitto, allora sei un nemico. Se osi parlare, allora stai facendo “campagna elettorale”. Se segnali un problema, allora stai “attaccando l’amministrazione”. È il riflesso pavloviano di un potere che non conosce l’autocritica. Che si sente sempre sotto assedio. Che confonde il dissenso con il tradimento.
L’ossessione di sembrare perfetti
Quello che fa più rabbia è che queste risposte non arrivano da sprovveduti. Arrivano da chi dovrebbe rappresentare i cittadini. Da chi è stato eletto per risolvere problemi, non per nasconderli sotto al tappeto. E invece no: si attaccano ai termini, alle foto, ai toni, alle presunte intenzioni. Come se la realtà potesse essere disinnescata con un post ben scritto o una task force annunciata.
Intanto la gente cammina sui marciapiedi pieni di rifiuti. Intanto i topi ballano. Intanto i turisti – che tanto temete di spaventare – fanno le stesse foto che ha fatto quel cittadino, ma le postano in inglese con didascalie meno patriottiche. E voi? Vi preoccupate che qualcuno vi abbia dato fastidio, non che il paese faccia schifo.
Una politica che odia la verità
E allora diciamolo chiaro: il problema non è chi fa le foto. Il problema è chi fa finta di non vederle. Il problema è chi non ammette mai una colpa. Chi non ringrazia nemmeno quando un cittadino gli fa un favore segnalando un disagio. Chi vive con la paura di sembrare fallibile e preferisce attaccare piuttosto che ascoltare.
Questa politica, quella dei battibecchi da stadio e del nervosismo perenne, è la vera spazzatura che soffoca i nostri paesi. È tossica, è autoreferenziale, ed è pure dannosa. Perché un cittadino che viene deriso quando denuncia, la prossima volta non denuncia più. E allora sì che vince davvero l’inciviltà.
E vi dirò di più: in un paese dove segnalare un sacchetto abbandonato viene scambiato per militanza politica, allora siamo messi peggio di quanto sembri. Perché significa che non c’è più spazio per il cittadino libero. C’è solo spazio per i tifosi. E io, da uomo della strada, non ci sto.


