La nuova Darsena di Fiumicino e la sindrome del “mai contenti”

La nuova Darsena di Fiumicino e la sindrome del “mai contenti”

In Italia, e a Fiumicino in particolare, esiste una categoria antropologica ben precisa: quella del mai contento. Puoi rifargli una piazza cadente, mettere a nuovo un parco abbandonato, creare uno spazio per la socialità e la cultura… e loro cosa fanno? Criticano. Sempre. Senza costrutto, senza un ragionamento di fondo, senza nemmeno provare a guardare oltre il proprio ombelico, è successo mille volte e sta succedendo adesso, con la nuova Darsena.

L’inaugurazione era appena stata fatta e già sui social si vedeva la sfilata di “opinionisti da tastiera”, pronti a pontificare come se fossero architetti di fama internazionale, urbanisti di lungo corso o esperti di pianificazione urbana. In realtà, dietro la patina di queste dichiarazioni altisonanti, c’è quasi sempre la stessa storia: fastidio per il cambiamento, paura di uscire dalla routine e soprattutto quella malattia endemica che è il “tifo politico” applicato alle opere pubbliche.

Il teatrino degli esperti improvvisati

I primi ad alzare la voce sono stati quelli vestiti da neo-architetti internazionali, con aria da progettisti del Guggenheim, pronti a sentenziare che “la linea della balaustra non si sposa col contesto” oppure che “la pavimentazione non rispetta l’armonia visiva con il lungomare”. Frasi che, messe così, suonano pure fighe, ma dette da chi fino a ieri non distingueva un cordolo in travertino da un gradino di cemento, fanno un po’ sorridere.

Poi c’è la categoria del businessman da provincia, quello che deve avere tutto “a portata di mano”, e guai a parlare di pedonalizzazioni o di aree verdi al posto dei parcheggi. Il loro dramma? Non poter lasciare la macchina a spina di pesce davanti alla banca, alla gelateria o alla posta. Due passi a piedi? Impensabile. Potrebbero sgualcirsi il completo, rovinarsi la messa in piega o, peggio ancora, fare la sconvolgente esperienza di camminare.

Il dramma dei tavolini e la paura dello spazio pubblico

Poi arrivano i crociati del “solo tavolini e ristoratori”. Quelli che, per principio, vedono in ogni nuova area pedonale un complotto per riempirla di sedie e ombrelloni a uso esclusivo dei locali. Ora, che qualche attività sfrutti lo spazio è ovvio: siamo in Italia, il cibo e la convivialità fanno parte della nostra cultura ma trasformare ogni discussione in un lamento sui “tavolini che rubano spazio” è un esercizio di miopia.

Prendiamo un esempio concreto: Lenci, una delle gelaterie più premiate d’Italia — e, mi sbilancio, anche del mondo. Una realtà che fa da vanto per Fiumicino, che richiama clienti da fuori e che valorizza l’area in cui si trova. Davvero vogliamo dare più spazio alle auto che inquinano e creano caos, piuttosto che a un’attività che porta vita, lavoro e qualità? Evidentemente sì, se ascolti certi commenti.

Quando camminare diventa “satanico”

C’è poi una categoria che sembra uscita da un romanzo comico: quelli per cui una passeggiata serale in uno spazio pedonale è “un’inutile perdita di tempo” o, peggio, “un vezzo da radical chic”. Questi sono gli stessi che, quando vanno in vacanza in cittadine turistiche dove le vie del centro sono chiuse al traffico, si sciolgono in elogi: “Che bello passeggiare senza macchine, un’atmosfera magica…”.

Quando poi li senti raccontare entusiasti del loro viaggio a Barcellona, con le Ramblas “tutte pedonali, piene di artisti, un incanto!”, ti verrebbe voglia di chiedergli: e qui, invece, perché ti lamenti? Perché a casa tua il concetto di pedonale diventa improvvisamente sinonimo di “diavoleria inutile”? La risposta, purtroppo, è sempre la stessa: perché quei lavori li ha fatti la parte politica avversaria.

Il tifo politico, vera piaga locale

Ed eccoci al cuore del problema: a Fiumicino non si giudicano mai le opere per quello che sono, ma per chi le realizza. Se l’intervento è della “tua” parte politica, diventa una visione lungimirante, un passo avanti, una conquista per la città se invece lo fa “loro”, è automaticamente uno spreco, uno scempio, una vergogna.

Questa mentalità da curva sud del pallone, applicata alla gestione di una città, è tossica perché impedisce di riconoscere i meriti quando ci sono e, allo stesso tempo, di criticare in maniera sana e costruttiva quando serve. A me questa amministrazione non piace, l’ho detto e lo ripeto ma se realizza qualcosa di buono per la cittadinanza, io lo dico senza paura di sembrare un “traditore” del mio pensiero. Allo stesso modo, quando sbagliano, lo faccio notare, e anche in modo duro.

Guardare il quadro generale, non solo il proprio naso

La nuova Darsena non è perfetta, come nessun progetto lo è, ci saranno aspetti da migliorare, piccoli difetti da correggere, situazioni da monitorare ma se si guarda all’insieme, l’intervento rappresenta un arricchimento per la città: uno spazio fruibile, moderno, che può diventare un punto di aggregazione, di incontro e di turismo.

Se davvero vogliamo che Fiumicino faccia un salto di qualità, dobbiamo smetterla di pensare che la città esista solo in funzione delle nostre comodità immediate: il parcheggio sotto casa, l’auto davanti al negozio, la panchina solo dove fa comodo a noi. Una città viva e attrattiva richiede spazi pubblici pensati per tutti, non solo per chi urla più forte sui social.

Il paradosso dei viaggiatori indignati a casa

La cosa che più mi lascia basito è la coerenza a intermittenza, gli stessi che qui gridano allo scandalo per due metri di pedonale, quando vanno in Olanda si innamorano delle piste ciclabili, quando vanno in Francia postano foto delle piazze senza auto, quando vanno in Spagna si emozionano per le vie piene di artisti di strada. Ma a casa loro no: a casa loro vogliono la macchina parcheggiata sul marciapiede, davanti al portone, pure se c’è un garage a dieci metri.

Questo non è attaccamento alle tradizioni: è provincialismo puro e finché non ce ne liberiamo, continueremo a vedere Fiumicino arrancare dietro città che hanno avuto il coraggio di innovare, anche tra critiche e resistenze iniziali.

Un invito a cambiare mentalità

Io lo so che questo sfogo non piacerà a tutti qualcuno lo leggerà pensando che sto difendendo l’amministrazione: non è così. Sto difendendo un concetto semplice: quando qualcosa funziona, bisogna dirlo, a prescindere da chi lo fa e quando qualcosa non va, bisogna criticarlo, ma in maniera onesta e costruttiva.

Se continuiamo a ragionare per appartenenze, finiremo per bloccare ogni possibile progresso, la nuova Darsena può essere il primo passo per un lungomare più vivibile, per una città più a misura d’uomo, per un turismo di qualità. Oppure può diventare l’ennesima occasione persa, demolita dalle polemiche sterili di chi non sa guardare oltre la prossima scadenza elettorale.