Tra garantismo e tifoseria: Fiumicino e il fenomeno del "santino"

Tra garantismo e tifoseria: Fiumicino e il fenomeno del “santino”

Parto da qui, dal rumore di fondo che ormai è colonna sonora di qualsiasi notizia locale: un’indagine, qualche arresto, i titoli a caratteri cubitali, e subito parte il tribunale parallelo dei social. Non faccio il riassunto giudiziario (che però potete leggere QUI) perché non è questo il punto, e soprattutto perché la presunzione d’innocenza non è una gentile concessione ma un principio: finché non c’è una sentenza, chi è coinvolto è innocente. Però il web funziona al contrario: più la vicenda è complessa, più si pretende una risposta semplice. E quando i fatti non bastano, ci si affida ai simboli. In queste ore, a Fiumicino, quel simbolo è una foto col sindaco e la scritta trasversale “Il mio sindaco”. Non una, non due: un’epidemia.

Dalla stima personale alla devozione: il passo falso

Avere stima di un amministratore è legittimo, umano, perfino salutare in una comunità. Ma la stima non è devozione, non è culto, la stima dice: “Apprezzo quello che hai fatto, aspetto gli esiti e ti giudicherò con equilibrio”. La devozione dice: “Sei mio”. E quel “mio” è il primo cortocircuito. Perché un sindaco non è “mio” né “tuo”: è di tutti, anche di chi non lo ha votato, anche di chi lo critica. La proprietà privata del consenso trasforma il ruolo pubblico in un idolo personale. È qui che scivoliamo dal terreno civile della cittadinanza alla palude del tifo, dove vincono le curve e non gli argomenti.

Il santino digitale: estetica della fede laica

La scritta diagonale, il tono epico, il filtro patinato: sembra un santino 2.0. A Lourdes, con Facebook, avremmo visto Bernadette in formato profilo con la didascalia “La mia veggente”; a Pietrelcina, Padre Pio in boomerang mentre rigira i banchi degli ambulanti; a Fatima, i tre pastorelli con il badge “Top Fan”. Fa sorridere, ma fino a un certo punto. Perché la grafica crea significati, e la ripetizione li scolpisce: a furia di vedere quel format, si insinua l’idea che serva un atto di fede, non di ragione. E un atto di fede, per definizione, non ammette contraddittorio se osi dire “aspettiamo i fatti”, diventi subito il guastafeste nella processione.

Psicologia spicciola ma utile: bias, tribù, paura

Due concetti, terra terra, il primo è il bias di conferma: cerchiamo solo le informazioni che rafforzano ciò che già pensiamo, se ho simpatia per il sindaco, posterò la foto che conferma la mia simpatia e ignorerò tutto il resto. Il secondo è il bisogno di tribù: nei momenti incerti, il gruppo rassicura. Il “mio sindaco” è una pacca virtuale sulla spalla che dice “non sei solo”.

Il problema è che questa coperta scalda ma offusca: diventa più importante mostrare la fedeltà alla tribù che capire cosa sta succedendo e quando entra in gioco la paura – paura di aver sbagliato voto, paura che crolli un’immagine, paura del “che figura ci facciamo?” – ecco che il santino digitale funziona come una reliquia: promette protezione.

L’algoritmo, regista invisibile

Non c’è solo la psicologia, c’è l’architettura della piattaforma, i social premiano l’intensità emozionale, non la complessità. Un post sobrio – “Aspettiamo le indagini” – prende la polvere; una foto con slogan identitario raccoglie reazioni a raffica. L’algoritmo capisce che quel format “tira” e lo spinge negli occhi di tutti così la percezione si deforma: sembra che lo stiano facendo tutti, quindi lo faccio anch’io. Il potere dell’ovvio, quello che rende virale l’ovvietà, costruisce una realtà parallela dove la prudenza è sospetta e la moderazione è viltà.

La retorica della persecuzione: “ce l’hanno con noi”

C’è sempre un momento in cui compare la narrativa del complotto: “Ce l’hanno con noi”, “vogliono distruggere questa città”, “attaccano il sindaco perché fa”. È una retorica comoda perché sposta il discorso dal piano dei fatti a quello dell’identità: se critichi, non stai cercando la verità, stai attaccando una comunità.

E qui si compie la magia più pericolosa: si rende impossibile qualsiasi valutazione seria perché se ogni domanda è letta come un’aggressione, non resta che il silenzio o la propaganda. Un’amministrazione forte dovrebbe temere più la propaganda del dissenso, perché il dissenso, se è onesto, è un vaccino contro gli errori.

Gli effetti collaterali sulla comunità

Questa ondata di santini non è innocua, crea una cappa. Il cittadino che vorrebbe fare una domanda scomoda ci pensa due volte, perché sa che verrà etichettato come “nemico”, il giornalista locale valuta con più prudenza i toni, perché percepisce l’umore elettrico della piazza virtuale, il dipendente pubblico che ha visto qualcosa che non torna abbassa lo sguardo, perché capisce che l’aria è da curva, non da confronto.

Il risultato è che il perimetro del dibattito si restringe, e il restringimento del dibattito è sempre il primo passo verso decisioni peggiori per tutti, a prescindere da come andrà a finire l’inchiesta.

Differenza tra garantismo e tifo

Io sono garantista per esigenza di civiltà: finché non c’è sentenza, nessuno è colpevole. Ma il garantismo non c’entra nulla con lo sbandierare santini, il garantismo dice: aspettiamo, controlliamo, leggiamo le carte, analizziamo. Il tifo dice: non mi interessa nulla delle carte, tu sei “mio” e questo mi basta.

Il garantismo è adulto, il tifo è infantile. Il garantismo regge anche se arrivano brutte notizie, il tifo crolla in un pianto o si ricicla in una nuova teologia del complotto. Se davvero vogliamo bene alla città – e non a un profilo social – l’unica posizione seria è quella che tiene insieme rispetto per le persone e rispetto per i fatti.

Il ruolo dei media e dei “bar digitali”

Un pensiero anche a chi alimenta la macchina. Ci sono pagine, gruppi, canali che vivono di engagement e non hanno alcun interesse a favorire la complessità: gli conviene la rissa, la contrapposizione, l’hashtag identitario. Eppure, proprio i media locali dovrebbero allenare alla pazienza, alla lettura dei documenti, alla distinzione tra il “si dice” e il “c’è scritto”. Altrimenti diventano bar digitali: appena entri, ti offrono un bicchiere di appartenenza, non un bicchiere d’acqua per ragionare.

La politica matura non ha bisogno di santini

E poi c’è la politica, una politica degna di questo nome non domanda atti di fede ma atti di responsabilità. Se fossi nei panni di chi governa, direi alla mia comunità: niente santini, nessun vittimismo, massimo rispetto per chi fa domande, massima collaborazione con chi indaga, massima sobrietà nelle parole. Perché la forza di un’amministrazione non si misura nella fanbase digitale ma nella trasparenza dei processi e nella fiducia calma, non urlata, di chi vede serietà nei comportamenti.

“Il mio sindaco”: perché dà così dipendenza

Ma la verità è che quella scritta dà appagamento immediato. È una stretta di mano pubblica, un segnale di appartenenza, una scorciatoia per dire “io ci sono”. Ma l’appartenenza non dovrebbe essere al capo, dovrebbe essere alle regole non al nome, alle procedure, non al carisma, alla verità. So che suona noioso, perché la verità procede lenta e la noia non fa like, ma l’alternativa è vivere a strattoni: oggi esalti, domani demolisci, dopodomani cerchi un nuovo altare. È il ciclo tossico dell’attenzione che consuma persone e città.

I santi ai santi, la realtà ai cittadini

Riprendo l’immagine perché rende bene l’idea: i santini lasciamoli ai santi. Loro sì che abitano la sfera della fede, quella che non ha bisogno di prove qui invece servono fatti, tempi, verifiche. Servono cittadini con la schiena dritta, capaci di tenere insieme due cose che in Italia paiono inconciliabili: rispetto per le persone e rispetto per la verità.

Possiamo voler bene a un sindaco, possiamo riconoscere risultati, possiamo pure dire “spero che sia tutto un equivoco”. Ma da qui a trasformare un profilo istituzionale in un’icona miracolosa ce ne passa, e quel “ce ne passa” è lo spazio prezioso in cui dovrebbe tornare a respirare la nostra comunità.

Io mi indigno…

Da uomo della strada mi indigno non perché ci siano fotografie, ma perché quelle fotografie diventano il surrogato del pensiero. Mi indigno perché vedo il dibattito ridotto a catechismo digitale, con le risposte pronte e la ragione lasciata in panchina. Mi indigno perché so – lo sappiamo tutti – che l’unica cosa seria da fare, oggi, è aspettare i risultati delle indagini e nel frattempo pretendere trasparenza e misura.

Il resto è rumore, è fumo, è un rosario di like che non porta nessun miracolo. E allora, con affetto per la città e nessuna ostilità per alcuna fazione, ripeto: abbassiamo i toni, spegniamo i santini, riaccendiamo la testa. Perché i sindaci passano, i processi finiscono, i post svaniscono, ma la reputazione di una comunità resta. E merita più di una scritta diagonale.

Nota sulle immagini

Le fotografie presenti negli articoli di questo blog non sono reali ma generate con l’intelligenza artificiale sulla base dei contenuti narrati. Servono a dare un supporto visivo ed evocativo, non a rappresentare fedelmente la realtà. Lo precio perché spesso capita che qualcuno si soffermi sugli inevitabili dettagli imperfetti delle immagini invece di cogliere il senso del racconto: qui l’obiettivo non è la precisione fotografica, ma accompagnare e valorizzare le parole che avete appena letto.