Io abito qui. Ci passo. Ci inciampo, a volte letteralmente. E quando leggo per l’ennesima volta articoli come quello scritto da Fiumicino-Online e post come quelli che circolano da mesi sulla vicenda della rotonda della Madonnella, a Isola Sacra, non riesco più a far finta di niente. Perché non stiamo parlando di una polemica politica, né di una battaglia ideologica, ma di una situazione concreta, quotidiana, che riguarda la sicurezza, la vivibilità e il rispetto dovuto a un quartiere che sembra sempre dover aspettare più degli altri.
Le lettere dei cittadini sono educatissime, quasi fin troppo. Chiedono attenzione, decoro, spiegazioni. Raccontano lavori annunciati ad agosto, trascinati fino a novembre e oltre, con un ritmo che definire lento è già un complimento. Raccontano attraversamenti pericolosi, passeggini costretti a slalom tra le auto, marciapiedi diventati una giungla, un cantiere che sembra più un’installazione artistica concettuale che un’opera pubblica con tempi e obiettivi chiari.
Io non parto mai dall’insulto. Parto dai fatti. E i fatti, qui, sono sotto gli occhi di tutti.
Non è il ritardo in sé il problema, ma l’assenza di logica
Mettiamola subito in chiaro, senza ipocrisie: i ritardi nei lavori pubblici esistono, e chi vive su questo territorio lo sa bene. Possono esserci intoppi tecnici, problemi burocratici, varianti in corso d’opera, questioni legate alle forniture, persino imprevisti legati al sottosuolo. Nessuno pretende il miracolo.
Il punto è un altro. Qui la tempistica non quadra. Non stiamo parlando di un tunnel sotto il Tevere, né di un cavalcavia multilivello, né di un’opera ingegneristica da manuale universitario. Stiamo parlando di una rotonda. Grande, sì. Importante, certo. Ma tecnicamente semplice rispetto a molte altre opere viste e finite in tempi decisamente più ragionevoli.
Quando in tre mesi si ha la sensazione che il lavoro proceda a colpi di pochi cigli stradali al giorno, è normale che la gente inizi a farsi domande. E quando quelle domande non trovano risposta, diventano sospetti, ironia amara, racconti al bar e post sui social che poi rimbalzano ovunque.
La percezione diffusa: un cantiere spesso vuoto
C’è un aspetto che emerge in modo ricorrente, sia nelle lettere sia parlando con chi vive e lavora nella zona: la presenza discontinua della ditta sul posto. Non lo dico io per primo, lo dicono commercianti, residenti, persone che frequentano quotidianamente quell’area e che non hanno alcun interesse politico nel dirlo.
La percezione è quella di un cantiere che, in molte giornate, sembra fermo. Macchinari assenti, operai pochi o nulli, avanzamenti minimi. Ora, può darsi che dietro ci siano spiegazioni tecniche legittime, ci mancherebbe. Ma finché nessuno le comunica, quella percezione resta lì, cresce, si sedimenta e diventa racconto collettivo.
Ed è qui che entra in gioco una parola che a Fiumicino conosciamo bene ma pratichiamo male: comunicazione.
Il silenzio dell’amministrazione è il vero problema politico
Se c’è una cosa che questa amministrazione sa fare, è comunicare. Il sito del Comune è aggiornato, i comunicati stampa partono puntuali, le testate locali ricevono note anche per variazioni di viabilità di mezza giornata. Nessuno può dire che manchi l’abitudine a raccontare cosa succede.
Ed è proprio per questo che il silenzio sulla rotonda della Madonnella stona così tanto.
Qui non parliamo di propaganda, ma di tutela istituzionale. Perché quando comunichi, ti tuteli. Spieghi ai cittadini cosa sta succedendo, chiarisci se i ritardi dipendono dalla ditta, da problemi tecnici, da autorizzazioni, da qualsiasi altra causa. Dai una tempistica, anche prudente. Metti una data, o almeno una finestra temporale. Dimostri che qualcuno sta seguendo la vicenda.
Quando non lo fai, invece, lasci campo libero a tutto il resto. Ai detrattori, certo. Ma anche alla sfiducia, alla sensazione che nessuno stia davvero controllando.
La sicurezza quotidiana non è un dettaglio
C’è poi un tema che non può essere derubricato a fastidio temporaneo: la sicurezza. Le lettere parlano chiaro. Attraversamenti pericolosi, passeggini costretti a passare in mezzo alle auto, pedoni esposti al rischio di essere investiti. Via Coni Zugna ridotta a un percorso a ostacoli da oltre un anno, tra dissesto del manto stradale e marciapiedi impraticabili.
Queste non sono lamentele da cittadini viziati. Sono problemi concreti, che incidono sulla qualità della vita e sull’incolumità delle persone. E quando un cantiere si prolunga senza spiegazioni, il disagio smette di essere tollerabile e diventa rabbia.
Io non vedo qui una guerra politica. Vedo una cattiva gestione della narrazione pubblica di un’opera che dovrebbe migliorare la viabilità e che invece, al momento, rappresenta un simbolo di immobilismo.
Comunicare non significa giustificarsi, ma governare
C’è un equivoco di fondo che spesso la politica locale non supera: l’idea che spiegare equivalga ad ammettere una colpa. È falso. Spiegare significa governare il processo, assumersi la responsabilità di dire “questo è quello che sta succedendo”.
Anche se i ritardi non dipendessero dal Comune, sarebbe comunque dovere dell’amministrazione informare i cittadini. Perché l’opera è pubblica, lo spazio è pubblico, il disagio è pubblico. E il silenzio, in politica, non è mai neutro: è sempre interpretato come incapacità o disinteresse.
Se invece si dicesse chiaramente: “Ci sono questi problemi, questi sono i tempi stimati, stiamo facendo questo per risolverli”, il clima cambierebbe. Non sparirebbero le critiche, ma diventerebbero più oneste, più informate, meno velenose.
La fiducia non si chiede, si costruisce
A Fiumicino, e in particolare a Isola Sacra, la fiducia nelle opere pubbliche è già fragile. Troppi precedenti, troppe promesse finite a metà, troppe inaugurazioni annunciate e rimandate. In questo contesto, ogni silenzio pesa il doppio.
Io non sto dicendo che qualcuno stia lavorando male per forza. Sto dicendo che qualcuno sta comunicando male, sicuramente. E in una fase storica in cui basta un post su Facebook per accendere una polemica, ignorare questo aspetto è un errore politico prima ancora che amministrativo.
La rotonda come simbolo, non come pretesto
La rotonda della Madonnella, ormai, non è più solo una rotonda. È diventata un simbolo. Il simbolo di un territorio che chiede di essere preso sul serio, informato, rispettato. Il simbolo di cittadini che non vogliono solo subire, ma capire.
Io non scrivo per demolire. Scrivo per mettere un punto fermo: qui serve una presa di parola ufficiale, semplice, chiara, verificabile. Non serve uno scaricabarile, non serve un comunicato trionfalistico. Serve dire la verità, qualunque essa sia.
Perché il rischio, altrimenti, è che a parlare restino solo le voci arrabbiate, le ipotesi, le ironie amare sulla “strategia di Penelope”. E quando succede, la politica ha già perso, anche se l’opera verrà finita domani.
Io continuo a passare da lì. Continuerò a guardare quel cantiere. E continuerò a scriverne. Non per piacere, ma per non far finta di niente.


