Quando ho pubblicato l’articolo sulla svastica comparsa sul muro di Fiumicino sapevo che avrebbe generato reazioni. Le reazioni fanno parte del gioco, anzi sono esattamente quello che cerco quando scrivo: non il consenso, non gli applausi, ma il dibattito vero, quello che costringe le persone a prendere posizione e a uscire dall’angolo comodo del silenzio. Quello che non mi aspettavo, o forse che mi aspettavo fin troppo bene conoscendo come funziona questa città, era il tipo di reazioni che sono arrivate.
Qualcuno ha letto l’articolo e ha risposto nel merito, e di questo sono contento perché è esattamente il motivo per cui scrivo. Qualcun altro ha risposto senza averlo letto, il che si capisce chiaramente dal tenore dei commenti, e anche questo fa parte del gioco anche se fa un po’ tristezza. E altri ancora hanno pensato bene di rispondere con minacce dirette al consigliere comunale Angelo Petrillo, che aveva semplicemente fotografato e pubblicato quella scritta sul muro. Minacce esplicite, scritte con nome e cognome, in pubblico, su Facebook, come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se minacciare un rappresentante eletto dai cittadini fosse un diritto acquisito da esercitare comodamente dal divano.
Ma andiamo con ordine, perché la storia di quel muro non finisce con la svastica. Anzi, quello che è venuto dopo racconta qualcosa di ancora più inquietante di quanto non fosse già.
Il muro del Fiumicino Calcio e la risposta che non è una risposta
Il muro su cui era comparsa la scritta “No terzo mondo, sì terzo Reich” è il muro del Fiumicino Calcio. Lo stesso Simone Munaretto, presidente della società sportiva, ha commentato sotto il mio articolo allegando una seconda fotografia. In quella fotografia si vede che la scritta originale è stata coperta con vernice blu. Qualcuno aveva risposto al vandalismo con un altro vandalismo. E la risposta non era un appello alla ragione, non era uno slogan civile, non era nemmeno una semplice cancellazione silenziosa. Era una scritta: “Fascisti appesi.” Premetto anche se ci fosse stato scritto “viva Gesù” sarebbe stato da condannare visto che di fatto è un atto di vandalismo.
Due parole. Due parole che rimandano in modo inequivocabile a Piazzale Loreto, al 1945, ai corpi appesi a testa in giù. Due parole che non sono una condanna al fascismo. Sono una minaccia. Sono un augurio di morte rivolto a una categoria di persone che si identifica (giusto o sbagliato non sia) con un’etichetta politica. E il fatto che quell’etichetta sia “fascisti” non cambia la natura del messaggio, non lo rende più accettabile, non lo trasforma in un atto di resistenza civile. Lo rende semplicemente un altro gradino verso il basso in una spirale che conosco già troppo bene per non preoccuparmi.
Il Presdiente Munaretto ha commentato con una sintesi che condivido a metà: idioti di destra e idioti di sinistra. Ha ragione sulla sostanza. I due vandalismi sono figli della stessa incapacità di confrontarsi senza ricorrere alla vernice o alla minaccia. Sono figli della stessa logica per cui l’avversario non va convinto ma cancellato, fisicamente o metaforicamente. Quella equivalenza di metodo, indipendentemente da qualsiasi giudizio storico sui contenuti, è il cuore del problema che sto cercando di descrivere.
Munaretto ha sollevato anche un altro punto: dare visibilità a certe scritte significa fare pubblicità a chi le ha fatte, attrarne altri, alimentare il circo. Capisco il ragionamento e lo rispetto. Ma non lo condivido, e arrivo dopo a spiegare perché. Prima voglio fermarmi sulla seconda cosa che ha sottolineato, quella del muro da ridipingere, perché lì ha ragione da vendere: il vandalismo non è mai un gesto astratto. Ha sempre un conto che qualcuno paga, e stavolta quel conto arriva sul tavolo di un presidente di una società sportiva che di svastiche e minacce non sa che farsene.
Sul primo punto ho una posizione diversa, e la dico senza polemica personale perché non è del Presidente Munaretto che sto parlando ma di un principio che riguarda chiunque faccia informazione. Tacere i fatti non li fa sparire. Li lascia esistere nel silenzio, senza che nessuno li possa commentare, contestare o condannare. Chi scrive, chi comunica, chi ha la possibilità di dare voce a quello che accade in un territorio ha un dovere preciso: dirlo. Non per fare rumore, non per alimentare polemiche, ma perché la verità ha bisogno di circolare per poter essere giudicata. E se da quella visibilità nascesse anche la possibilità di identificare chi ha fatto quella scritta e capire perché l’ha ritenuta una buona idea, sarebbe già qualcosa di concreto e utile.
Quello che era scritto nell’articolo, per chi non lo ha letto
Nei commenti sono comparse diverse reazioni che trattavano il mio pezzo come se fosse un attacco politico di parte. Come se scrivere che una svastica su un muro è inaccettabile significasse automaticamente schierarsi con qualcuno, difendere qualcosa, fare il portavoce di una fazione. Vale la pena ricordare, per chi evidentemente non ha letto il testo fino in fondo, cosa c’era scritto.
C’era scritto che i crimini commessi in nome del comunismo nel Novecento sono reali, documentati e indifendibili. C’era scritto che le vittime dei gulag meritano rispetto esattamente come le vittime dei campi di concentramento nazisti. C’era scritto esplicitamente che se domani comparisse a Fiumicino una scritta che inneggia alle deportazioni sovietiche o ai campi di lavoro forzato, mi aspetterei lo stesso identico livello di indignazione e lo pretenderei con le stesse parole che ho usato per la svastica. E c’era scritto, in modo che non lasciava spazio a interpretazioni, che la libertà dell’essere umano è sacra sempre, a prescindere da quale bandiera sventolasse sopra il campo e da quale uniforme indossasse il secondino.
Questo è quello che c’era scritto. Chi ha letto qualcos’altro ha letto un articolo che non esiste. E questo, in fondo, dice già molto sul livello del dibattito che stiamo attraversando, su quanto siamo diventati incapaci di leggere qualcosa senza proiettarci sopra le nostre categorie precostituite prima ancora di arrivare alla fine del primo paragrafo.
Aggiungo un’altra cosa perché mi è stata mossa implicitamente come critica. Io giro per Fiumicino, conosco questo territorio come conosco le mie tasche e ci sono profondamente legato. Ma non ho occhi dappertutto e non riesco a intercettare ogni scritta che compare sui muri della città, di qualunque colore politico sia. Questo articolo è nato da una fotografia pubblica, postata da un consigliere comunale con nome e cognome, visibile a chiunque avesse un profilo Facebook aperto. Non è stata una caccia selettiva. Non è stato un esercizio di parte. È stato fare quello che faccio sempre: prendere un fatto reale, guardarlo in faccia e scriverci sopra senza sconti e senza proteggere nessuno.
Le minacce a Petrillo e il salto di qualità che non volevamo vedere
E poi ci sono le minacce. Quelle rivolte direttamente al consigliere Angelo Petrillo, che aveva pubblicato la fotografia della svastica. Minacce scritte pubblicamente, con nome e cognome, su Facebook, da persone che evidentemente non hanno avvertito nemmeno il bisogno di abbassare la voce o di chiedersi se quello che stavano facendo avesse delle conseguenze.
Non riproduco i nomi di chi le ha scritte, non perché non siano verificabili, ma perché non mi interessa fare la gogna del singolo. Quello che mi interessa è il fenomeno. Mi interessa il fatto che nel 2026, in una città italiana, un rappresentante eletto dai cittadini riceva minacce esplicite per aver fotografato un muro. Mi interessa che quelle minacce vengano scritte alla luce del sole, con la stessa naturalezza con cui si commenta una partita di calcio, senza alcun senso del limite e senza alcuna percezione del fatto che esistano delle leggi che regolano quello che si può dire pubblicamente e quello che non si può dire.
Tra i commenti compariva anche la sequenza “HH88”, che non è un numero casuale e non è un saluto innocente. È un codice utilizzato in certi ambienti neonazisti che sta per “Heil Hitler” ripetuto due volte, dove l’otto corrisponde all’ottava lettera dell’alfabeto tedesco. Non è ironia. Non è provocazione goliardica. È un simbolo preciso usato da persone precise per riconoscersi tra loro in pubblico senza essere immediatamente identificabili da chi non conosce il codice. Il fatto che compaia nei commenti a una fotografia di una svastica su un muro di Fiumicino non dovrebbe stupire nessuno, ma dovrebbe preoccupare tutti.
A Petrillo è stato consigliato di sporgere denuncia. È la cosa giusta da fare, è l’unica cosa da fare. Perché le minacce scritte pubblicamente su Facebook non sono sfogo verbale, non sono esagerazione retorica, non sono libertà di espressione garantita dalla Costituzione. Sono reati. E i reati vanno trattati come tali, indipendentemente dal fatto che siano stati commessi con una bomboletta spray o con una tastiera.
Il clima che precede la violenza
Voglio dire una cosa che so già che darà fastidio a qualcuno, e la dico proprio per questo motivo, nonostante tutto.
L’Italia degli anni Settanta non è nata dal nulla. Il clima che ha prodotto gli omicidi politici, le bombe nelle piazze, gli attentati sui treni, i corpi per strada, non si è materializzato improvvisamente una mattina di settembre. Si è costruito lentamente, in anni e anni di retorica dello scontro, di delegittimazione sistematica dell’avversario, di convinzione diffusa che la violenza fosse uno strumento politico legittimo quando usato dalla parte giusta. Da destra e da sinistra, con metodologie diverse e con responsabilità storiche diverse, ma con la stessa identica premessa di fondo: che il dialogo fosse inutile o impossibile, che l’avversario non fosse un interlocutore ma un nemico da abbattere, e che prima o poi si sarebbe dovuto fare i conti in altro modo.
Guardando certi commenti comparsi sotto la fotografia di quel muro, non riesco a non pensare che quella premessa non sia mai davvero scomparsa dal tessuto di questo Paese. Si è sedimentata negli strati più profondi, si è nascosta nei decenni di relativa stabilità, ha aspettato il momento giusto per riemergere. E i social network le hanno dato una voce amplificata, una platea sterminata e una velocità di diffusione che la politica degli anni Settanta non poteva nemmeno immaginare.
Chi scrive “fascisti appesi” su un muro nel 2026 non sta compiendo un atto di resistenza antifascista. Non sta onorando la memoria di chi ha combattuto il nazifascismo con le armi e con la vita. Sta usando il linguaggio della violenza per rispondere al linguaggio della violenza, dimostrando di condividere con il proprio avversario la stessa incapacità fondamentale di immaginare un confronto che non passi per la minaccia o per la sopraffazione. Sta contribuendo a costruire un clima in cui la risposta alla provocazione è sempre un’altra provocazione, la risposta alla minaccia è sempre un’altra minaccia, e il dialogo civile diventa qualcosa di cui vergognarsi o di cui non fidarsi.
Questo clima ha già prodotto morti in questo Paese. Non è una metafora, non è un’esagerazione retorica per dare peso alle parole. È storia. È una storia scritta con i nomi e i cognomi di persone reali che sono morte per strada, nei bar, negli uffici, nelle piazze di questo Paese tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. Ed è una storia che chi ha vissuto quegli anni porta ancora dentro come una ferita che il tempo ha cicatrizzato ma non ha mai del tutto chiuso.
Quando la violenza smette di scandalizzare
Il problema più grande non è nemmeno chi scrive quelle cose. Il problema è chi le legge, annuisce e mette il like. È chi considera “fascisti appesi” una risposta adeguata invece di riconoscerla per quello che è: un altro passo verso il basso in una spirale che conosciamo già. È chi pensa che la violenza verbale sia accettabile, anzi encomiabile, purché venga indirizzata verso il nemico giusto. È chi ha così interiorizzato la logica dello scontro permanente da non riuscire nemmeno più a immaginare un modo diverso di stare nella vita pubblica.
In una democrazia che funziona il confronto politico, anche quello duro, anche quello aspro, anche quello che fa arrabbiare, si fa con le idee. Si fa con le parole. Si fa costruendo argomenti, smontando quelli dell’avversario, cercando di convincere invece di intimidire. Quando una parte di cittadini rinuncia a questo principio non sta solo sbagliando tattica. Sta erodendo le fondamenta su cui regge l’intera struttura civile che ci protegge tutti, inclusi loro.
Non esiste una violenza giusta e una violenza sbagliata in base alla bandiera che la ispira. Esiste la violenza e basta. E la violenza, quando viene normalizzata, quando smette di scandalizzare, quando diventa uno strumento accettabile nel dibattito quotidiano, produce sempre gli stessi risultati indipendentemente da chi la esercita e da quale ideale si richiama nel farlo.
Quel muro del Fiumicino Calcio ha bisogno di una mano di pittura. Il Presidente Munaretto avrà il suo bel da fare e mi dispiace sinceramente per questo, perché non se lo merita (visti anche alcuni fatti di cronaca che sono accaduti recentemente). Ma il problema non si risolve con un rullo di vernice. Il problema si chiama cultura del confronto, capacità di tollerare l’avversario senza volerlo appendere, disponibilità a ragionare invece di minacciare. E in questo Paese, nel 2026, continuiamo a fare una fatica enorme a impararla davvero.
Senza tifare per nessuno, come sempre.


