Da una mazza da baseball alla propaganda: quando la vittima sparisce e restano le tifoserie

La prima cosa che voglio dire è quella che dovrebbe essere la più naturale del mondo, e invece è già diventata quasi una nota a piè di pagina nel circo mediatico che si è scatenato in questi giorni: solidarietà piena al ragazzo aggredito, alla sua fidanzata e alla sua famiglia.

Un diciannovenne di nome C.C., addetto aeroportuale, è finito in ospedale con una frattura al pavimento orbitario sinistro, una frattura al seno mascellare sinistro e un corpo coperto di ecchimosi. La prognosi è di quarantacinque giorni, con la possibilità concreta di un intervento di chirurgia maxillo-facciale. Suo padre ha dichiarato ai giornali di essersi sentito mancare quando lo ha visto ricoverato, e ha citato il caso di Willie Monteiro, quella storia che nessuno di noi ha dimenticato e che nessuno di noi dovrebbe dimenticare. Una famiglia ha vissuto ore di paura autentica. Una ragazza ha assistito a qualcosa che nessuno dovrebbe mai trovarsi davanti agli occhi.

Ecco, questo è il centro della vicenda. Questo è il punto di partenza obbligatorio. Non i comunicati. Non i post. Non le dichiarazioni politiche. Il ragazzo.

Eppure, nel giro di pochissime ore, il ragazzo è diventato quasi un dettaglio.

Quello che è successo, nei fatti

Sabato sera, tra il 14 e il 15 giugno, C.C. si trovava al Dadaumpa Village di piazzale Mediterraneo a Fiumicino con la fidanzata. All’esterno del locale, dopo la chiusura, secondo la ricostruzione denunciata dalla vittima, la ragazza sarebbe stata oggetto di un apprezzamento non gradito da parte di un addetto alla sicurezza della struttura. Ne nasce un battibecco acceso, la situazione sembra rientrare. Fine della storia? No, solo il primo atto.

Il giorno successivo, attraverso un ragazzo del posto, C.C. viene convinto a tornare in piazzale Mediterraneo insieme alla fidanzata e a un amico. Ad attenderlo, secondo quanto denunciato, ci sono il buttafuori e suo fratello, presentato come ex pugile professionista. Il ragazzo viene colpito all’improvviso con un pugno al volto. Poi comincia il pestaggio vero e proprio. Una raffica di colpi, anche con una mazza da baseball, anche dopo che il diciannovenne è già svenuto e a terra. Quando arriva la polizia, poco dopo la mezzanotte, gli aggressori non ci sono più. Rimane lui, riverso sul selciato.

Ora: qui non stiamo parlando di una rissa. Voglio essere preciso su questo, perché le parole contano, e non di poco.

Rissa e pestaggio sono due cose diverse

Nei primissimi resoconti l’episodio è stato descritto come una rissa. Capisco la fretta, capisco che nelle prime ore i dettagli scarseggino. Ma la parola “rissa” porta con sé una connotazione ben precisa: due gruppi che si affrontano, una situazione degenerata, una responsabilità distribuita tra più parti. È una parola che, anche involontariamente, mette sullo stesso piano chi aggredisce e chi viene aggredito.

Se la ricostruzione denunciata fosse confermata dagli accertamenti delle forze dell’ordine, qui siamo davanti a qualcosa di strutturalmente diverso. Siamo davanti a una trappola. A un appuntamento costruito con l’inganno, con la complicità di un terzo. A un’aggressione premeditata ai danni di un ragazzo che quella sera non cercava nessuno scontro. A colpi inferti con una mazza da baseball su una persona già priva di sensi.

Questo non è perdere la testa in un momento di rabbia. Questo è organizzare, aspettare, colpire. Questo è vigliaccheria nella sua forma più pura, quella che si maschera da coraggio ma che ha bisogno della superiorità numerica, dell’elemento sorpresa e di un’arma per sentirsi forte. Il branco non ha mai avuto niente a che fare con il coraggio. Il branco è esattamente il contrario.

Il tema della sicurezza privata, che nessuno vuole davvero affrontare

Il Dadaumpa ha diffuso un comunicato, che ho letto con attenzione. La struttura si dissocia in modo netto da quanto accaduto, precisa che l’episodio non è avvenuto all’interno del locale ma nel parcheggio adiacente e in orario successivo alla chiusura, e che la persona coinvolta non era in servizio quella sera. Il comunicato aggiunge che la struttura si avvale di una società di sicurezza esterna, qualificata e strutturata, che la stessa società ha interrotto immediatamente il rapporto con il soggetto coinvolto, e che quest’ultimo risponderà nelle sedi competenti.

Tutto questo è stato riportato. Va bene così. E la posizione del locale va rispettata e riferita correttamente, come è giusto fare.

Ma proprio questa precisazione, quella sulla società di sicurezza esterna, apre una questione che merita di essere discussa con serietà, e che va ben al di là del singolo episodio.

Quando uno stabilimento, un locale, qualsiasi attività che gestisce presenze di pubblico decide di affidarsi a una società specializzata nella sicurezza, cosa si aspetta da quel contratto? La risposta elementare è: professionalità. Si aspetta personale formato, selezionato, capace di gestire situazioni complesse. Si aspetta figure che sappiano mantenere la calma quando gli altri la perdono, che sappiano trasformare una tensione in qualcosa che non degenera, che sappiano reggere una provocazione senza trasformarla in una questione personale da risolvere il giorno dopo con una mazza da baseball.

Fare sicurezza non significa avere un fisico imponente e stare davanti a un ingresso. Significa, in primo luogo, impedire che le situazioni degenerino. Significa avere una testa oltre che un corpo. Se una persona non è in grado di gestire un battibecco serale senza pianificare una spedizione punitiva il giorno successivo, allora quella persona non è un professionista della sicurezza. È qualcuno che non dovrebbe svolgere quel ruolo.

E qui viene la domanda che mi pongo da anni, non soltanto a proposito di questo episodio: quali sono i criteri di selezione? Quali percorsi formativi vengono richiesti? Quali verifiche periodiche vengono effettuate? Perché Roma e il litorale sono pieni di episodi che negli anni hanno coinvolto addetti alla sicurezza, buttafuori, personale dei locali. Non è un fenomeno nuovo. Non è comparso la settimana scorsa. Se certe storie continuano a ripresentarsi con una certa frequenza, forse vale la pena chiedersi se i controlli su chi viene messo a presidiare questi ruoli debbano essere più rigorosi prima che accada qualcosa, non dopo. Come ha chiesto, tra le lacrime, il padre di C.C.: le agenzie di security devono fare più controlli su chi assumono. È una richiesta semplice, di buon senso, che non dovrebbe essere ignorata. Ovvio che non faccio di tutta erba un fascio, ci sono agenzia di sicurezza qualificatissime che sanno veramente fare il loro lavoro, e per fortuna!

La politica che arriva sempre troppo presto

E qui arriviamo al punto che mi ha fatto arrabbiare più di tutto il resto, quello che mi ha convinto a scrivere questo pezzo.

La velocità con cui questa vicenda è stata trasformata in una battaglia politica.

Voglio essere chiaro: il problema della sicurezza sul litorale esiste. Non l’ho inventato io, non l’ha inventato nessuno. Chi vive qui lo sa perfettamente. I furti nelle abitazioni ci sono, le auto vandalizzate ci sono, i finestrini spaccati ci sono, gli episodi di microcriminalità ci sono. Li leggiamo sui giornali e li viviamo sulla nostra pelle da anni, non da ieri, non dalla settimana scorsa. È un problema reale che merita risposte serie.

Ma proprio perché è un problema reale e serio, meriterebbe di essere trattato con serietà. Invece no. Succede qualcosa, e scatta il meccanismo automatico che ormai conosciamo a memoria. Qualcuno pubblica un comunicato. Qualcun altro risponde. Arrivano le accuse incrociate. Arrivano i post sui social. Arrivano le dichiarazioni. Arrivano le bandierine. La colpa è di chi governa adesso, oppure di chi governava prima, oppure di chi potrebbe governare dopo. E alla fine, nel frullatore rumoroso di queste polemiche, il fatto originale scompare. Non si parla più del ragazzo. Si parla della narrazione del ragazzo, che è una cosa completamente diversa.

Ho avuto la netta sensazione che alcune voci fossero più interessate a utilizzare l’episodio per confermare le proprie tesi precostituite che a capire realmente cosa fosse accaduto. Che per qualcuno un ragazzo di diciannove anni finito in ospedale con una prognosi di quarantacinque giorni fosse, sostanzialmente, un’opportunità comunicativa. Lo trovo scandaloso. Lo trovo offensivo nei confronti di quella famiglia che stava vivendo momenti di paura reale mentre qualcuno stava già scrivendo il comunicato successivo.

La gogna e il bersaglio sbagliato

Nel frattempo i social hanno fatto quello che i social sanno fare meglio: individuare un bersaglio e riversarci sopra tutto e ovviamente il bersaglio è diventato lo stabilimento.

Il comunicato del Dadaumpa descrive minacce, recensioni diffamatorie, aggressioni verbali telefoniche, messaggi offensivi sui social network. Il gestore Alessio Di Cosimo parla di minacce di morte, e questa è la dimostrazione di un cortocircuito che conosciamo bene: la rabbia giusta verso chi ha sbagliato si trasforma in furia collettiva contro un bersaglio più visibile, più comodo, più raggiungibile.

Ma qui il ragionamento deve essere netto. Una cosa sono le responsabilità individuali. Un’altra cosa è la responsabilità collettiva. Sono concetti separati, e confonderli non porta da nessuna parte. Se un individuo commette un reato, risponde lui. Non risponde automaticamente il locale. Non rispondono i dipendenti che quella sera stavano lavorando onestamente. Non rispondono le famiglie di chi ci lavora. Non risponde un’intera attività economica che, tra l’altro, aveva appena riaperto i battenti dopo un incendio devastante causato da un fulmine a gennaio, ripartendo da zero nel giro di pochi mesi.

Chi minaccia il locale, chi lascia recensioni false, chi insulta persone che non hanno alcuna responsabilità diretta in questa vicenda, non sta facendo giustizia. Sta semplicemente aggiungendo un altro strato di degrado a una storia che di degrado ne contiene già abbastanza.

I sigilli e il cortocircuito

E poi la beffa, nella mattinata di oggi, il Questore di Roma ha disposto la sospensione per quindici giorni dell’attività di somministrazione oltre le ore 19.00 e la cessazione immediata dei trattenimenti danzanti, ritenuti privi delle necessarie autorizzazioni. Il provvedimento è stato eseguito dagli agenti del Commissariato di Fiumicino.

Il gestore Di Cosimo ha annunciato ricorso al TAR del Lazio, sostenendo che le attività serali della struttura consistano in eventi privati contrattualizzati: matrimoni, compleanni, cresime, serate con i cancelli chiusi, niente di paragonabile a una discoteca aperta al pubblico. “La Questura ha preso un abbaglio”, ha detto.

Sarà la giustizia amministrativa a stabilire chi ha ragione. Non è compito mio e non sarebbe onesto anticipare un giudizio. Quello che però è già evidente è il rischio di cortocircuito narrativo che si sta producendo.

Il problema è un altro. Il problema è che la maggior parte delle persone ha letto il titolo “discoteca abusiva” e si è fermata lì. Ha collegato tutto in tre secondi: il pestaggio, i sigilli, l’abusivismo, e ha già costruito la sua sentenza definitiva. Nessuno che aspetti il TAR. Nessuno che distingua tra una responsabilità penale individuale e un procedimento amministrativo ancora aperto. Nessuno che si chieda se le due cose abbiano davvero lo stesso peso. La lettura veloce produce certezze istantanee, e le certezze istantanee producono gogna. È il meccanismo più comodo del mondo, e anche il più ingiusto.

La domanda che non mi toglierò di testa

Non vi siete stufati del fatto che qualsiasi episodio, qualsiasi fatto di cronaca, qualsiasi dramma umano venga immediatamente trascinato dentro una guerra di schieramento? Non vi siete stufati di vedere che la prima reazione di una parte rilevante del dibattito pubblico, ancora prima che si conoscessero tutti i fatti, ancora prima che le indagini facessero il loro corso, era già orientata a confermare la propria tesi politica preconfezionata?

Io mi sono stufato. Mi sono stufato di vedere la sofferenza delle persone usata come carburante per propaganda, attenzione, da entrambe le parti. Mi sono stufato del meccanismo per cui ogni tragedia diventa immediatamente un volantino. È come, questo ho pensato guardando tutto questo, mettere la pubblicità di un’onoranza funebre in un servizio televisivo su un incidente stradale mortale. C’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’ordine delle priorità. C’è qualcosa che è diventato talmente normale da non farci più caso, e invece dovrebbe farci ancora molto schifo.

Prima controllare, poi intervenire

Se da questa vicenda vogliamo trarre qualcosa che abbia un senso, dobbiamo concentrarci sulle domande giuste, non sulle risposte comode.

La domanda giusta non è come punire dopo che qualcosa è già successo. La domanda giusta è come fare in modo che non succeda. Come vengono selezionate le persone che operano nella sicurezza privata? Quali requisiti devono dimostrare? Chi verifica che quei requisiti nel tempo vengano mantenuti? Chi è responsabile quando la catena di controllo si spezza?

Il padre di C.C. ha fatto un appello preciso: più controlli a monte sulle agenzie di security, non solo interventi a valle quando qualcuno è già in ospedale. È una richiesta ragionevole, civile, che chiunque abbia a cuore la sicurezza di questa comunità dovrebbe prendere sul serio indipendentemente dal colore politico che porta. E il fatto che questa richiesta semplice e lucida, arrivata da un padre sotto choc, abbia già rischiato di perdersi nel rumore della polemica politica è una misura precisa del livello del dibattito pubblico che abbiamo intorno.

La vera prevenzione non si fa quando arrivano le volanti. Si fa molto prima. Si fa quando si scelgono le persone a cui affidare ruoli delicati. Si fa quando si pretende formazione reale e non solo un badge di riconoscimento. Si fa quando si capisce che un professionista della sicurezza vale per la testa che ha, non per i muscoli che mostra.

Quello che resta

Alla fine di questi giorni così rumorosi, resta una cosa sola che conta davvero.

Un ragazzo di diciannove anni è uscito di casa per passare una serata con la sua fidanzata e si è ritrovato il giorno dopo a terra in un parcheggio, colpito con una mazza da baseball da qualcuno che lo attendeva.

Le responsabilità penali saranno accertate da chi di dovere. Le eventuali responsabilità amministrative sulla gestione delle autorizzazioni seguiranno il loro percorso, incluso eventualmente il TAR. Il sistema, con tutte le sue lentezze e le sue storture, farà il suo corso.

Quello che non seguirà nessun percorso automatico, e che dipende da noi, è la capacità di non usare il dolore di una famiglia come benzina per la propria battaglia quotidiana. Quello che dipende da noi è ricordarci che dietro ogni fatto di cronaca c’è una persona reale, con un nome, una fidanzata, un padre che si sente mancare davanti a un letto d’ospedale.

Il resto, comprese le polemiche, comprese le dichiarazioni, comprese le tifoserie, viene dopo. Sempre.

Senza tifare per nessuno, come sempre.

Foto: Generata con AI